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Le infrastrutture di trasporto in Italia

Scritto da Dalia Casula Il . Inserito in Funiculì, funicolà

trasporti

Martedì 30 giugno, nell'aula Pessina presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Napoli Federico II, è stato presentato il libro "Le infrastrutture di trasporto in Italia-Cosa non ha funzionato e come porvi rimedio" di Ennio Cascetta e Francesca Pagliara.

L'attento dibattito, cui hanno preso parte Antonio Barbano ed il Rettore Gaetano Manfredi, ha riacceso i riflettori sulla "questione infrastrutture", tema principale del libro, da sempre problema immanente dell'Italia e del Mezzogiorno.
Il rapporto del Bel Pese con le con le infrastrutture è analizzato nella sua evoluzione in maniera critica e storica. L’Italia è la “patria” delle infrastrutture di trasporto: dai capolavori ingegneristici dei Romani, al sistema autostradale fra i primi del mondo del secondo dopoguerra, dalla direttissima Roma-Firenze alla la prima tratta di Alta Velocità ferroviaria in Europa, tuttavia sul finire del novecento il rapporto del bel paese con le infrastrutture muta: mentre grandi opere vengono realizzate, facendo dell' Italia un'avanguardia, altre ne sono la vergogna opere incompiute, sprechi, deturpazione del paesaggio. Ciò spinge molti a pensarle inutili.
Per uscire dalla paralisi viene proposta dagli autori una prospettiva nuova: intendere le infrastrutture come volano dello sviluppo e strumento per migliorare la qualità di vita dei cittadini. Le grandi opere sono necessarie, ma al contempo, ribadiscono,è opportuno il mutamento in melius dei parametri di programmazione, progettazione e realizzazione. Questo processo è stato sollecitato sia dal legislatore, attraverso le riforme che hanno modificato i criteri di programmazione degli interventi( dalla programmazione per progetti alla programmazione per obiettivi), ma anche dall'evoluzione delle istanze sociali: per cui all'antropizzazione dei territori corrispondono oneri ed obblighi degli ideatori: sì oneri di funzionalità, ma anche obblighi, di efficienza e buon andamento ribaditi in Costituzione, nonché di responsabilità nell'esercizio della capacità di agire, affinchè non si possa più deturpare il Paese, bensì rendere l'infrastruttura bella. Propongono entrambi un'idea di infrastruttura fortemente eticizzata affinchè possa migliorare la qualità della vita grazie alla sua funzionalità e al "fascino della bellezza".
Tuttavia all'utopia dell'idea fa da contrasto la realtà specifica del mezzogiorno, di Napoli e della Campania ove le infrastrutture sono l'emblema della paralisi: per superare l'empasse è necessario un cambiamento radicale di cultura, obiettivi e azione: non solo bisognerebbe scegliere in maniera razionale le opere efficienti, ripristinare e rendere funzionale ciò che già esiste attaverso interventi mirati di manutenzione ordinaria e straordinaria, troppo spesso assenti. E' fondamentale rendere la nostra arretratezza rispetto non solo al nord Italia, ma all'Europa tutta, punto di forza investendo sia sulle infrastrutture strutturali e logistiche, come il sistema portuale, per ridare ossigeno all'economia e riconoscere al mezzogiorno il ruolo di ponte con il Mediterraneo, sia realizzare le opere cittadine, funzionali al trasporto pubblico come metropolitane e ferrovie, per garantire vivibilità ai territori, sia favorire lo sviluppo delle infrastrutture immateriali come le università,evitando l'emigrazione dei laureati, futura classe dirigente e creando attorno ai poli reti di inserimento: è essenziale restituire ai cittadini il bene comune.