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La tribù umana sui muri di Jorit Agoch

Scritto da Roberto Calise Il . Inserito in Port'Alba

2016.02.18 - La tribu umana sui muri di Jorit Agoch

I napoletani ormai hanno imparato a riconoscerlo: la bimba rom su di un’intera facciata di un palazzo a Ponticelli, o il San Gennaro che sovrasta attoniti turisti e cittadini a via Duomo. O ancora, i volti di tanti personaggi noti e meno noti sui muri delle periferie. Tutti con gli stessi, inconfondibili segni sulle guance, perché tutti appartenenti ad un’unica tribù: quella umana, dipinta da Jorit Agoch.

Artista metà napoletano e metà olandese, giovanissimo, Jorit è considerato uno degli street artist più promettenti della scena italiana ed europea. Dal suo garage-studio di Quarto, in provincia di Napoli, con i suoi volti su sfondo nero richiama alla mente Caravaggio, mentre per la minunzia dei dettagli si richiama al pittore iperrealista statunitense Chuck Close.

Non siamo nel mondo degli stencil, maschere normografiche che permettono la rapida riproduzione di una forma su di un muro, come ad esempio fa Bansky. Né siamo all’elaborazione grafica stampata su poster, attaccati fugacemente e via, cifra stilistica di Shepard Fairey. Jorit Agoch dipinge. Sui muri, ma dipinge. Si prende il suo tempo, instaura un rapporto con il contesto e le persone che vi abitano. I suoi, dice, sono atti d’amore per i luoghi che sceglie, non semplici segni di un passaggio.

Impegnato da anni nel sociale ed instancabile viaggiatore, ormai famoso ma ben attento a tutelare la sua privacy, Jorit ci appare come un ragazzo normale, alto, magro, gli occhi brillanti. Ci sediamo, nell’unico angolo del suo studio non ricoperto di pittura, ed iniziamo a parlare, partendo dai fondamentali, ed arrivando molto, molto lontano.

Cominciamo, come è giusto che sia, dall’inizio, ossia dalle origini del tuo nome: Jorit Agoch.

Jorit è il mio nome di battesimo, ed è olandese, in quanto mia madre è dei Paesi Bassi. Agoch invece è la mia tag, ossia quella che, nel mondo dei graffiti, è la firma in calce ad ogni opera, che consente di restare nell’anonimato ma essere al contempo riconoscibile da chi frequenta quest’ambiente. Si pronuncia “Agoc”, con la “C” morbida, come quella di “goccia”.

Quindi il tuo nome si pronuncia Jorit A Gocc’, praticamente… Un mix napolo-olandese. Quanto l’Olanda ha influenzato il tuo stile?

Amo l’arte fiamminga del ‘400 e del ‘500, di cui ammiro la minuziosità dei dettagli. Ho imparato ad apprezzarla all’Accademia di Belle Arti, mentre per la scena attuale reputo più interessante quella berlinese, pur riconoscendo l’importanza di certi graffitisti olandesi come Does.

Quando hai capito che nella vita avresti voluto fare l’artista?

Mi sono avvicinato al mondo dei graffiti molto giovane, a 13 anni. Se all’inizio era un’attività presa alla leggera, poi è diventata una vera passione, ed oggi questa passione è anche un lavoro. Ho cominciato dipingendo le serrande e gli interni dei negozi, e nel mentre sono andato avanti con gli studi, cominciando l’Accademia. O meglio, mi ero iscritto ad Architettura, ma l’ho lasciata subito: sentivo dentro di me che quella non era la mia strada.

Quanto ti è servito lo studio all’Accademia delle Belle Arti per affinare la tua tecnica?

Senza sminuirne l’importanza, ma a mio avviso in Accademia ci si può facilmente “perdere”. Ci si può far trascinare, in modo quasi passivo, in quegli anni che ti conducono dall’adolescenza all’età adulta. Le motivazioni per non “galleggiare” le devi avere dentro. Di quegli anni, più che l’aspetto tecnico mi è stato molto utile studiare la Storia dell’Arte: senza conoscere chi ti ha preceduto, non potrai mai puntare a realizzare dell’arte innovativa, che possa essere ricordata da chi verrà dopo di te.

A proposito di “conoscere chi ti ha preceduto”, chi sono i tuoi modelli di riferimento attuali?

Sicuramente Bansky, street artist inglese, il più quotato al mondo in questo momento. Tuttavia, lui utilizza solo stencil, ossia fa uno studio su cartone, realizzando una sorta di stampo che appoggia ad un muro, che poi colora con le bombolette – come se fosse un “timbro”. Questo nasce da esigenze di tempo: Bansky dev’essere rapido nel lasciare i suoi segni, in quanto l’Inghilterra, e Londra in particolare, è un ambiente alquanto restrittivo… Io sono invece più legato all’aspetto pittorico, allo sporcarsi le mani, al disegno, che realizzo direttamente sulla superficie che devo dipingere, dopo ovviamente aver fatto uno studio su carta.

Lo scorso anno, il PAN di Napoli ha ospitato una personale di Shepard Fairey, in arte OBEY, un altro quotatissimo street artist, ricordato soprattutto per i poster della campagna elettorale di Obama del 2008. Che ne pensi?

Ho visto la mostra, tuttavia OBEY è lontano dal mio modo di intendere l’arte. Shepard Fairey lavora soprattutto con la computer grafica, realizza poster che poi attacca sui muri. Tuttavia, per me la strada dev’essere anche rispettata: il graffito, al contrario del poster, è un atto d’amore per il luogo dove scegli di operare, perché provi ad abbellirlo, dedicandovi del tempo, immaginandone la dimensione dopo il tuo passaggio. Che quindi non è fugace, rapido, e un po’ violento come quello di attaccare un poster e via, sparendo dopo pochi secondi.

Tuttavia, lo stencil usato da Bansky e i poster di Shepard Fairey derivano dalla necessità di essere rapidi, ed evitare così scontri con le forze dell’ordine. Tu hai mai avuto questo genere di problemi?

Qualche volta, in passato, ho realizzato dipinti, per così dire, “illegali”. Tuttavia, è una cosa che tendo ad evitare. I miei ultimi lavori napoletani, come la bimba rom a Ponticelli o il San Gennaro a via Duomo, sono frutto di una collaborazione con le istituzioni. Del resto, il graffito, come ho detto, dev’essere un atto d’amore per il luogo: deve piacere, e per piacere dev’essere condiviso, ed approvato, da tutti.

Prima di queste opere, sicuramente molta visibilità ti è derivata dal dipingere visi di cantanti famosi, come Caparezza, J-Ax, Fedez, tutti dello stesso filone musicale. Come mai quest’operazione?

Mi riconosco nella cultura hip-hop, di cui i graffiti sono una delle quattro discipline, oltre alla break dance, il rap e il DJing, ossia l’essere un DJ. Ho dunque voluto omaggiare il lato “musicale” dell’hip-hop, dipingendone alcuni cantanti, che fra l’altro avevo avuto modo di conoscere frequentando la scena underground napoletana prima, nazionale poi. E’ stata un’esigenza che mi è venuta naturale, e sono stato contento nel vedere che questi artisti abbiano apprezzato i miei ritratti.

Un tratto caratteristico dei tuoi più recenti lavori è segnare i volti di chi ritrai, come se appartenessero ad una tribù. Da dove nasce quest’idea?

Sono stato diverse volte in Africa per fare volontariato, ed una volta tornato in Italia ho avuto modo di fare anche delle mostre di finanziamento per diverse associazioni benefiche che operano lì. Durante i miei periodi in Africa, ho notato che alcune tribù incidono le guance con dei piccoli segni, che se fai attenzione puoi ritrovare anche sui visi di qualche immigrato, qui da noi. Questo processo si chiama scarnificazione, e serve affinché chi appartenga ad una determinata tribù si riconosca a vicenda. Io ho esteso questo concetto al genere umano in toto, al di là delle classi sociali, sesso, religione, colore della pelle, rendendolo più palese nei ritratti con dei segni rossi sul viso, immediatamente riconoscibili. Perché noi siamo tutti, alla fine, una grande tribù.

Un messaggio che dunque si ritrova anche nella bimba rom che hai dipinto a Ponticelli, quartiere che ha visto, qualche anno fa, dei pericolosi rigurgiti di razzismo con violenze contro i campi nomadi locali.

Assolutamente. Tutti noi facciamo parte di un’unica comunità umana. Dipingere un volto, in questo, comunica subito grandi emozioni, non c’è bisogno di aggiungere parole come fratellanza ed uguaglianza. Basta guardarsi in faccia, perché tutti i volti sono uguali nella loro diversità di particolari, hanno tutti la stessa struttura. Dunque, siamo tutti uguali, con le nostre normali differenze.

I tuoi lavori ti hanno portato una grande popolarità. Da più parti vieni definito come uno degli street artist più promettenti. Tuttavia, proteggi molto bene la tua privacy, a partire dal tuo vero nome. Come fa a sposarsi la difesa della propria identità con il successo?

Non è facile, anche considerando che quando si realizzano grandi lavori, come i miei più recenti, e si collabora con le istituzioni, è difficile muoversi nell’anonimato. Tuttavia, preferisco sempre non farmi vedere in volto, al pari dei miei colleghi street artist. Questo perché non voglio diventare un personaggio pubblico, come, ad esempio, sono molti degli artisti contemporanei. In questo modo, ci si focalizza non su di me, ma sul mio lavoro, sulla pittura, sui graffiti, che, se ci pensi, in ultima analisi rappresentano un ritorno alla prima forma d’arte dell’essere umano: già migliaia di anni fa l’uomo incideva le pareti delle caverne.

A differenza di altri street artist, i tuoi lavori non si innestano, semplicemente, su una superficie preesistente, bensì sono tutti su sfondo nero. Delimiti l’area in cui vuoi lavorare, e quanto realizzi si scaglia ancora più evidente, grazie al contrasto con il fondo scuro. In questo, viene subito alla mente Caravaggio…

Amo Caravaggio, è un mito ovviamente inarrivabile, e lo sfondo nero è una precisa scelta stilistica. Credo che una figura, in particolare un volto, sia molto più apprezzabile su un fondo scuro piuttosto che su di uno colorato. Inoltre, amando la pulizia e la nitidezza, andando a curare molto nei dettagli, lavorare su un fondo neutro aiuta a mettere in risalto tutto ciò.

Questa cura molto attenta dei dettagli non ti porta ad iscriverti nel filone iperrealista?

Sicuramente mi rifaccio a quel tipo di pittura. In particolare, apprezzo molto Chuck Close, pittore iperrealista e fotografo, americano, attivo soprattutto negli anni ’70 ed ’80.

Fra i tanti volti da te ritratti, fra cantanti e personaggi più mediatici, vi è anche quello di Achille Bonito Oliva. Una scelta singolare: come mai?

Ho avuto modo di incontrarlo tramite un amico comune: lui, oltre ad essere uno dei maggiori critici d’arte d’Italia, è un grande appassionato di street art. La sua storia parla per lui, ed è stato un onore dedicargli un dipinto, che mi è stato riferito abbia apprezzato.

Achille Bonito Oliva, fra le tante cose, è uno dei curatori della metropolitana dell’arte di Napoli, probabilmente uno dei più grandi musei d’arte pubblica al mondo. Ti piacerebbe arricchire con una tua opera una stazione della Linea 1 del metrò?

Purtroppo, ad ora non me l’hanno chiesto. Tuttavia, se avessi questa possibilità, per una volta i graffiti sarebbero non sulle pareti del treno ma su quelle delle banchine. E sarebbe molto bello.

 

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