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This is (solo) Serie A, però…

Scritto da Gaetano Di Palma Il . Inserito in Il Pallonetto

sarri napoli

In Gran Bretagna, solitamente in risposta a lamentele per un fallo, vero o presunto che sia, son soliti usare l’espressione “This is Premier!” a mo di promemoria, dando per scontato che quello inglese sarebbe un campionato particolarmente fisico, “maschio”, con pressing continuo e vigoroso. 

Ora, senza voler rievocare i soliti paragoni con il calcio d’oltremanica, è innegabile che nella nostra Serie A spesso si ponga in secondo piano l’aspetto della tenuta fisica e mentale. E’ questo il caso del Napoli che, dallo schiacciante 4-2 (che ha visto i partenopei in vantaggio di ben quattro reti) al Benfica, è passato in meno di quattro giorni ad una sconfitta, in buona parte meritata, per 1-0 contro una ben più modesta Atalanta nonostante 9/11 delle formazioni scese in campo fossero i medesimi ed i due cambi riguardassero le coppie di comprimari Zielinski/Allan e Mertens/Insigne. Proprio quest’ultimo aspetto, però, sebbene paradossale, potrebbe essere una delle cause del crollo di Bergamo. Il Napoli ha giocato, onestamente, maluccio, sbagliando circa 30 passaggi per tempo, arrivando in ritardo su diversi palloni, perdendo più contrasti di quelli vinti ed in generale dando l’impressione di “non averne” contro un’Atalanta già di per sé non irresistibile e per di più orfana di alcuni dei suoi uomini migliori. Gli uomini migliori del Napoli invece, o almeno quelli che hanno sempre (o quasi) giocato, erano in campo e non può essere un caso che i più deludenti siano stati proprio Callejon, Koulibaly, Jorginho, Hamsik ed Hysaj, protagonisti di un tour de force di 7 partite in 20 giorni (eccetto quest’ultimo, in panchina contro il Chievo). Sarri, nel post partita, ha provato ad individuare le cause della disfatta e ne ha trovata almeno una nelle condizioni del campo di gioco. Quella del tecnico toscano, però, non è una giustificazione di quelle a cui ci aveva abituato il suo conterraneo Mazzarri, ma un’osservazione, non ingiustificata tra l’altro, che fa da premessa ad un’analisi più profonda ed ad una (parziale) ammissione di colpa. Altri due fattori potrebbero essere il pressing aggressivo e totale da parte della Dea ed una marcatura ad uomo che hanno ridotto di molto gli spazi riuscendo a neutralizzare gli uno-due di giocatori come Insigne ed Hamsik ma soprattutto Mertens e Giaccherini, subentrati, che in questo tipo di giocata hanno il loro punto di forza. Uomini come Allan e Diawara, invece, più adatti ad interpretare partite ‘sporche’ (per citare lo stesso Sarri) come questa, sono rimasti seduti in panchina. Sarri ha commesso diversi errori in vista della partita, lo ha capito ed in parte lo ha anche ammesso. Ha riconosciuto di aver sbagliato i cambi ed ammesso un calo mentale; ha negato, invece, qualche difficoltà fisica che sinceramente è sembrata esserci guardando le prestazioni, ad esempio, di Jorginho (in evidente calo) o di Hysaj (quasi tutte le azioni atalantine sono scaturite dalla sua fascia). In definitiva, il Napoli ha “toppato” una partita; Sarri non ha letto bene il match. Milik e compagni avrebbero potuto pareggiarla come avrebbero anche potuto anche prendere il secondo goal, può starci. Quello che non può e non deve “starci” è la confessione d’inferiorità alla Juve del dopopartita da parte del tecnico. La Vecchia Signora è una squadra, intesa come uomini, società, progetto ed ambizioni, forte, anzi fortissima. Il Napoli, però, dal canto suo, viene da un ottimo secondo posto, ha perso la sua punta di diamante, certo, ma ha trascorso i mesi estivi ad incastonare varie pietre preziose più o meno grezze, lì dove servivano. La Juve è “di un’altra categoria”(cit.) ma non si può alzare bandiera bianca dopo sette giornate, non si può alzare mai, soprattutto se hai alle tue spalle una città che vive per la propria squadra come Napoli. Qualche anno fa, un allenatore, al terzo posto, a tre giornate dalla fine e con una decina di punti a separarlo dalla vetta, a chi gli chiedeva se credesse nel secondo posto rispose: “Io ho un sogno: vincere lo scudetto”. Poi lo scudetto non lo vinse e chiuse al terzo. Quell’uomo si chiama Ranieri ed ha dimostrato al mondo che a volte i sogni si avverano. Basta soltanto imparare a sognare ed a gestire la tenuta fisica e mentale perché This is (solo) Serie A, però…

 

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