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Peppe Morra protagonista

Scritto da Evelina Parente Il . Inserito in Il Palazzo

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Siamo a Casa Morra, nel neo inaugurato Palazzo Ayerbo D’Aragona Cassano, nel rione di Materdei, in compagnia del noto gallerista napoletano Peppe Morra, presente da protagonista sulla scena dell’arte cittadina da quasi cinquant’anni.

Chi è Peppe Morra? Quale cortocircuito ha rappresentato per lei l’incontro con alcune intelligenze artistiche di livello internazionale?

Peppe Morra è uno strano personaggio, pieno di contraddizioni, ma che nel suo fare è sempre stato motivato da un obiettivo ben preciso: quello di generare un cambiamento concreto nella città in cui è nato, cominciando dalla politica per arrivare ad impattare direttamente il sociale. Questo mio desiderio comincia da giovane, con la lettura di una monografia su Van Gogh. Comincio ad appassionarmi all’arte, specialmente a quella impressionista. Da quel momento intravedo una possibilità di concepire l’arte come il punto di partenza del mio pensare e da qui inizia la consapevolezza che questa strada mi apre alla libertà di esistere. Compagni di strada in questo processo di conoscenza sono stati i filosofi come Bruno, Campanella, Bacone. Negli anni settanta poi, l’incontro con Friederich Nietzsche. E poi sono risalito a Max Stirner e ho incontrato l’individuo con tutte le sue potenzialità.

Come si andava evolvendo il suo rapporto con gli artisti contemporanei mentre elaborava le sue strategie di pensiero e di azione?

All’inizio i miei compagni in questa esperienza di vivere l’arte sono stati Enrico Ruotolo, Mainolfi, Mariniello, Persico, De Stefano… Con Enrico Ruotolo le prime esperienze fondative del mio percorso: “ Documenta Kassel ’72”, la mostra di Achille Bonito Oliva “Contemporanea”. E lì ho conosciuto Günther Brus , esponente dell’azionismo viennese. E da lui sono arrivato a Hermann Nitsch, il mio artista di riferimento che mi ha segnato nel mio pensiero filosofico ed estetico.

Casa Morra si colloca ad oggi, (novembre 2016) come il tassello più avanzato di un appassionante progetto artistico e urbanistico che ufficialmente è cominciato nel 2009 con l’apertura del Museo Nitsch e la scommessa di creare un “ Quartiere dell’arte”. Ci racconti questo progetto e come e quando è davvero cominciato?

Abbiamo detto poche cose rispetto al cambiamento vero che c’è stato nel ’72 ’73 partendo da via Calabritto e per circa vent’anni, fino all’esaurimento di quell’esperienza. Dopo vent’anni circa, mi resi conto e divenni consapevole con il passare del tempo che seppure avevamo ospitato in quello spazio i più importanti artisti delle avanguardie degli anni cruciali della maturazione artistica contemporanea, non era successo niente. E allora ho sentito il bisogno di cambiare luogo. E insieme a Luca Castellano, che è stato uno dei perni principali del cambiamento culturale e sociale della città, sono passato ai Vergini e lo Studio Morra è diventato Fondazione Morra. Nel 91 ai Vergini nasce la prima importante mostra della Fondazione Morra: Eco-Neapolis di Aldo Loris Rossi. Loris Rossi, attraverso la proposta progettuale di interventi di riqualificazione e gestione della città di Napoli, mi costringe a guardare la città in una maniera diversa. La Fondazione Morra si apre alla possibilità di convegni, dibattiti e la capacità di coinvolgere energie pensanti in tutte le sue possibilità. Ma lo scontro, negli anni, con una realtà così chiusa e impenetrabile mi hanno fatto sentire il bisogno di un nuovo cambiamento…

Lei ritiene che Avvocata, sia più permeabile al cambiamento rispetto ai Vergini?

Infatti è ad Avvocata che comincia a vedere la luce il progetto del “Quartiere dell’arte”. Il Progetto prende forma concretamente quando ho la possibilità di trasferirmi dal Palazzo dello Spagnuolo a Piazza Dante- Museo Nitsch. Il progetto prende forma grazie alla collaborazione con Franco Coppola, Nicoletta Ricciardelli, Pasquale Persico, Roberto Paci Dalò.

Tutte le sue iniziative, almeno da un certo punto di vista, abbiamo detto, si sono realizzate in quartieri sostanzialmente abbandonati dalla politica. Quanto è stato ed è importante scommettere sul recupero delle antiche strutture dimenticate dal tempo, per rendere una città viva e aperta al futuro?

La bellezza di un palazzo settecentesco che conserva tutte le straordinarie attrattive di quel tempo, è un incremento a farlo rimanere nel tempo appunto. Napoli è piena di manufatti senza pregio che secondo il pensiero di Aldo Loris Rossi andrebbero rottamati. Invece quelli di pregio, in Avvocata ci sono alcune strutture monastiche abbandonate, andrebbero utilizzate per i bisogni culturali del quartiere.

Il recupero del bello come il Palazzo Ayerbo D’Aragona Cassano che ospita Casa Morra, viene visto, secondo lei come motore di un entusiasmo collettivo dalla gente che abita i luoghi adiacenti?

Sono molto contento quando viaggio per questi posti, fra Materdei e Pontecorvo. La gente mi sorride. La gente pensa che attraverso il mio fare possano venir fuori quei cambiamenti di cui abbiamo parlato prima. La gente lo percepisce. L’azione di un privato diventa l’energia che mette in moto un pubblico interesse. A Soho, New York, gli artisti animarono il quartiere che è diventato ricchissimo di attività produttive.

Proviamo a porre l’attenzione in particolare sulle tante strutture occupate da giovani. Pensiamo per esempio all’ex OPG. Queste strutture rappresentano evidentemente una richiesta di nuova politica da parte delle nuove generazioni. Ma basta occupare le strutture per renderle funzionanti, o è necessario che se ne preoccupino le Istituzioni?

Condivido che queste strutture possano essere occupate, ma è importante che gli occupanti delle strutture creino dei presupposti di mantenimento, di gestione e valorizzazione e si rendano conto e siano consapevoli che occupare significa anche far nascere una partecipazione. Questo progetto di Casa Morra e del Quartiere dell’arte, dà queste possibilità interpretative, occupare o vivere, ma anche affittare. Con l’ex OPG, ad esempio siamo vicinissimi di casa, spero che la nostra capacità imprenditoriale si trasferisca anche a loro.

Quindi tra privato e pubblico e tra forti personalità individualiste e crescita sociale, non c’è contraddizione?

Senza società non c’è neanche l’individuo. Ma l’individuo dà senso all’agire sociale. E’ come una catena di Sant’Antonio.