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9 anni per Cosentino, tra mostri della politica e mostri della magistratura

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

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La sentenza della prima sezione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato in primo grado Nicola Cosentino, ex sottosegretario in quota Pdl, a 9 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per “concorso esterno in associazione camorristica.” Si è, infatti, ritenuta provata la colpevolezza di Cosentino fino all’8 dicembre del 2005. Secondo il pm Alessandro Milita, che durante la requisitoria aveva chiesto 16 anni di carcere per il politico casertano, le condotte para camorristiche di Cosentino sarebbero da incardinarsi già agli inizi degli anni ’80, per arrivare fino al 2014 : oltre un trentennio di politica e camorra, dunque.

Il processo, iniziato nel marzo del 2011, ha cristallizzato la cifra dell’azione politica di Cosentino, vero e proprio referente politico-istituzionale del clan dei Casalesi. Il più classico dei “do ut des nella relazione”, come è nella natura del “concorso esterno”: in cambio di appalti e denaro, consenso e sostegno elettorale garantito, con un controllo del territorio capillare ed in grado di indirizzare interi pacchetti di voto. E più potere per tutti, soprattutto con riguardo alla gestione del ciclo dei rifiuti. Oltre 100 i testi sentiti, tra cui l’ex Governatore Bassolino e l’ex Ministro Matteoli. Tanti, addirittura 16, anche i collaboratori di giustizia, tra cui Gaetano Vassallo.

La magistratura, dunque, con i suoi tempi (più o meno biblici) e i suoi problemi (tanti), ha fatto il suo. È vero, siamo solo al primo grado, la partita è piuttosto lunga, ma difficilmente i successivi gradi di giudizio ribalteranno in modo considerevole il verdetto: è verosimile, piuttosto, che, come è accaduto per Dell’Utri, si lavorerà per limare, per quanto possibile, l’entità della pena. I dubbi, tuttavia, restano. Dubbi di incisività, di scopo, di risultato. E sono dubbi atavici, perché riguardano i rapporti tra politica e magistratura, o più propriamente la relazione tra sentenza penale di condanna e azione politica. La condanna di Nicola Cosentino per concorso esterno ripropone il tema della variabile temporale nella relazione sistemica tra intervento giudiziale e opportunità politica: è il caso di ricordare che l’ex sottosegretario, già da anni nel mirino della giustizia, solo nel 2013 è stato “scaricato” dal Pdl. In quella fase, infatti, Berlusconi decise di non candidarlo alle imminenti elezioni politiche. Niente garanzie aggiuntive, niente immunità: per Cosentino, così, si sono progressivamente aperte le porte del carcere.

Eppure il corto circuito è lo stesso di sempre: la politica è in ritardo e la magistratura, nel migliore dei casi, fa quel che deve, non quel che può. È il tempo la variabile impazzita, è il quando e non il come a condizionare quello in cui ci imbattiamo da vent’anni ed oltre. Quanti sono stati i casi di politici ricandidati fino all’inverosimile in attesa di processi tesi ad accertare le relazioni tra esponenti di un partito (o di un altro, poco cambia) ed organizzazioni criminali? Quanti politici in odore di mafia, camorra e ‘ndrangheta sono stati consiglieri comunali, sindaci, governatori o deputati? Tanti che abbiamo perso il conto.

Certo, l’aria non è la stessa di dieci o quindi anni fa, per fortuna. Sono entrati sulla scena nuovi protagonisti che con maggiore incisività stanno provando a cambiare rotta, superando le vecchie pratiche politiche catenacciare: la difesa ad oltranza del politico sotto processo, anche nei casi più indifendibili, è in parte ridimensionata. Così come l’attacco frontale al sistema giudiziario(penale) è meno pressante: è raro che si parli ancora di magistratura ad orologeria, di condanna politica, di toghe rosse. Sembra passato un secolo, anche se, in realtà, si tratta di ieri l’altro. Se, ad oggi, il clima è questo, però, è bene precisare che è ancora il processo penale, purtroppo, il luogo in parte deputato alla selezione della nostra classe dirigente. E’ questo un fenomeno trasversale, che attraversa il nord ed il sud del Paese, partiti e movimenti vari. Anche i cinque stelle, nell’affrontare le sfide di governo, ci stanno facendo e ci faranno i conti. È questo il motivo per cui, al netto di un clima che pare complessivamente migliorato, resta di stretta attualità la relazione di sistema tra processo penale ed azione politica.

Appiattire la selezione della classe dirigente sul processo penale, come avviene da oltre vent’anni, è un errore marchiano e delegittimante: se la politica non sceglie, non è autorevole, infatti. Non basta essere innocenti fino a prova contraria, per essere validi amministratori; non basta essere onesti, per essere politici all’altezza. Checchè ne dica De Luca, infatti, persino tramite la più inutile delle Commissioni parlamentari, quella Antimafia, si è provato ad incidere sul fattore temporale: ci si è inventati, pur privi di grande inventiva, le “liste degli impresentabili”, senza, però, grandi risultati. Si è fatto poco e male,è vero, applicando criteri non del tutto chiari ed ancor meno incisivi. E’ tuttavia un segnale, un tentativo maldestro di governare la variabile temporale nella relazione con il processo penale: deve arrivare prima la politica, poi la sentenza. I ritardi della prima, infatti, attribuiscono un ruolo ed un peso sproporzionato alla seconda, generando piccoli e grandi mostri. Sia tra i politici, che tra i magistrati.