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Lavorare meno, lavorare tutti?

Scritto da Ernesto Paolozzi Il . Inserito in Il Palazzo

Lavorare meno lavorare tutti

E’ necessario invertire la rotta della politica economica del mondo occidentale improntata da anni sullo schema neoliberale di evitare il più possibile l’intervento del pubblico, dello Stato se si vuole, come regolatore dello sviluppo e garante dell’equità?

Alcuni analisti sostengono che la vera forza di Trump (che negli schemi politologici dovrebbe essere un neoliberista di destra) è consistita nel proporre un vasto piano di ristrutturazione delle opere pubbliche insieme ad una politica protezionista (il contrario del pensiero liberista) per tutelare il lavoro degli americani. Altra questione, sia detto per inciso e per evitare equivoci, è la politica tendenzialmente razzista e antifemminista che non possiamo non condannare solo per non apparire “politicamente corretti”

In Italia, e nel sud in particolare si comincia a ripensare la questione, a destra come a sinistra, soprattutto in riferimento alla drammatica condizione dei giovani, disoccupati o sottoccupati. La vera tragedia, a mio modo di vedere, del nostro tempo.

Non credo, francamente, di tradire la tradizione culturale alla quale appartengo, se riaffermo la necessità dell’intervento dello Stato sul fronte del lavoro giovanile, anche riproponendo piani di assunzione nel pubblico impiego.

Consentitemi un riferimento storico. Guido Cortese, liberale senza tema di smentite, amico di Croce e di Einaudi, ministro dell’Industria, si adoperò per far approvare in Parlamento un emendamento che imponeva all’IRI di riservare al Sud il quaranta per cento degli investimenti. Emendamento approvato anche con i voti dei comunisti e mai attuato.

Ciò per dire che, quand’anche la proposta di assumere giovani nella PA possa apparire, per dimensione e opportunità, provocatoria ed esagerata, è fuori dubbio che ci invita a riconsiderare le categorie politiche, meglio politologiche, alle quali ci siamo impiccati negli ultimi trent’anni. Bisogna superare le rigidità post-ideologiche che siamo riusciti tutti, a costruire appena ci siamo liberati dalle rigidità ideologiche del Novecento.

La sinistra riformista non può, a mio modo di vedere, abbandonare completamente la sua tradizione culturale inseguendo un liberalismo per tanti aspetti inventato o caricaturale. Senza bisogno di richiamare Keynes, basterebbe guardare alla tradizione del meridionalismo liberaldemocratico, che ha sempre cercato di coniugare il libero mercato con l’intervento pubblico.

Se si smarrisce la propria identità, non ci si deve stupire per la nascita dei Trump e delle Le Pen, destre che tutto sono tranne che liberali ma interventiste e protezioniste sul terreno economico e profondamente illiberali sul terreno delle libertà individuali. La questione del lavoro, in particolare, deve essere rivista, seriamente e rigorosamente, alla luce dello sviluppo rapidissimo della tecnologia oltre che in riferimento alla spietata concorrenza di alcuni grandi paesi nei quali il lavoro è pagato pochissimo. L’ONU ci avverte che nei prossimi anni i robot sostituiranno il 66 per cento del lavoro umano. Consiglia ai Paesi emergenti: abbracciate la rivoluzione digitale, a partire dai banchi scolastici. «Bisogna ridisegnare i sistemi educativi - spiega il report - in modo da creare le competenze manageriali e professionali necessarie a lavorare con le nuove tecnologie». E per i paesi avanzati? Penso che si debba considerare di nuovo la vecchia “lavorare meno, lavorare tutti”.

Uno slogan, certo, ma che contiene una parte di verità, indica un percorso che può essere intrapreso non sola dalla “vecchia” sinistra, ma anche da una sinistra riformista e liberale che sappia porre il tema della liberazione dal lavoro tradizionalmente inteso. Ma questo tema merita un’ulteriore e approfondita discussione sulla quale torneremo.