Tutto il femminile va difeso. Anche Napoli contro la violenza di genere

Scritto da Valter Catalano Il . Inserito in I Generi

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“1 donna su 3 è vittima di violenza. Non è un fenomeno. È un fatto. Di tutte e di tutti.” Così recita lo spot che ha accompagnato la lunga catena di eventi organizzati dal Comune di Napoli con le tante realtà associative del territorio per la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne del 25 novembre.
Quest’anno il no secco alla violenza ha avuto una risonanza ampia, sentita, partecipata. Non è stata un’abituale kermesse istituzionale bensì uno spazio reale e virtuale dove molte donne e molti uomini hanno preso una posizione netta contro una subcultura violenta che vede ancora il femminile ridotto a ruolo ancellare rispetto al maschile.

Che il grado di consapevolezza stia aumentando su una circostanza che, a livello locale e nazionale, sta assumendo le forme di una vera e propria emergenza, lo si capisce anche dalle iniziative messe in campo non più solo nella città capoluogo ma anche in tanti comuni dell’area metropolitana. Da Pozzuoli a Pompei, da Torre del Greco fino alla piccola Pimonte è stato un susseguirsi di convegni, rassegne, testimonianze che hanno messo in luce gli aspetti più drammatici della questione e gli strumenti che possono contrastare le forme di violenza. Il risultato più concreto raggiunto è che sui territori si stanno moltiplicando i centri antiviolenza per dare una risposta certa e un supporto continuo a tutte le vittime. Anche l’Ospedale Cardarelli, nel giorno stesso della commemorazione, ha attivato un servizio di cura e assistenza psicologica per le donne oggetto di violenza che verrà gestito dagli operatori sanitari del nosocomio formati espressamente per riconoscere i casi di violenza e intervenire.

Il continuo incremento dei casi di femminicidio unito all’aumento dei fenomeni discriminatori legati al genere, non ha lasciato indifferenti i tanti cittadini partenopei che hanno voluto lanciare un segnale forte anche sul web aggiungendo all’immagine dei profili di Facebook lo slogan della campagna firmata Action Aid: “No alla violenza sulle donne”.

Alcuni giorni prima, il 20 novembre, con una celebrazione ad hoc sono state commemorate anche altre vittime della violenza, quelle della transfobia. Il Tdor, Transgender Day of Remembrance, celebrazione altrettanto carica di significato rispetto alle violenze di genere, denuncia ogni anno i tragici epiloghi delle continue discriminazioni subite dalle persone transgender. In particolare, sono le donne transessuali ad attraversare percorsi di vita difficili, spesso quasi impossibili, a causa dei vincoli di quello che una consistente fetta delle nostre società continua ancora a negare loro: il diritto di vivere liberamente la propria identità femminile. Anche in questo caso, a Napoli le associazioni lgbt, attraverso convegni, documentari, mostre, fiaccolate e sit-in hanno fatto emergere un quadro per nulla “roseo” della qualità della vita delle persone trans.

La Giornata contro la violenza sulle donne e il Tdor, non sono eventi sconnessi tra loro ma hanno alla base un filo conduttore che le unisce: parlano la stessa lingua, la lingua di chi subisce violenze e viene discriminato dall’odio maschiocentrico. Nel nostro Paese l’idea che un uomo è uomo e non deve coltivare le deboli qualità femminili, non è un lontano ricordo abbandonato fra le macerie del ‘900, ma un dato di fatto che tutt’oggi possiamo constatare nei più differenti contesti sociali.

Se solo pensiamo al mondo del lavoro, le donne hanno enormi difficoltà d’inserimento occupazionale nel mercato del lavoro; se poi riescono ad accedere, percepiscono stipendi più bassi rispetto agli uomini con possibilità di carriera ridotte e maternità negata. Peggio per le donne transessuali che hanno l’accesso al lavoro quasi totalmente sbarrato dal muro del pregiudizio. Passando all’assistenza sanitaria, invece, proprio a Napoli si è assistito a diversi atti discriminatori nei confronti delle persone transessuali in alcuni nosocomi cittadini: derise dal personale e ricoverate in reparti non corrispondenti all’identità di genere percepita, molte trans ora evitano di ricorrere alle cure mediche per evitare situazioni di disagio. Per non parlare delle continue discriminazioni subite dalle donne campane che decidono di avvalersi del diritto d’interruzione di gravidanza, ancora trattate come portatrici di “peccato” e in balia di obiettori di coscienza, spesso sono costrette a ricorrere al mercato sommerso dell’aborto.

E questi sono solo alcuni esempi indicatori di come il femminile in tutte le sue sfumature viene osteggiato e offeso sia in forma pubblica che privata. A queste già di per sé gravi forme di discriminazione, si aggiunge la più drammatica escalation di violenze fisiche perpetrate da uomini che, in balia di smodate insicurezze esistenziali, esprimono nella maniera più distruttiva possibile la paura di non veder riconosciuti la loro forza, il loro volere, il loro ruolo “dominante”. In questa logica, il femminile deve seguire il volere del maschile e se così non è, l’unico rimedio è l’annientamento. C’è questo dietro agli episodi di cronaca nera che hanno costellato le pagine dei giornali locali e nazionali. Così, se a Pozzuoli abbiamo visto Carla Caiazzo, donna incinta, aggredita e bruciata dal compagno, a Fuorigrotta abbiamo avuto Piccola Ketty, trans sgozzata da un suo cliente sul marciapiede. Se a San Marcellino (CE) Stefania Formicola dopo anni di violenze è morta sparata da suo marito, nella centrale piazza Garibaldi Naomi, ragazza trans, è finita nel mirino di un uomo che per settimane ha continuato ad aggredirla fisicamente e verbalmente. La lista è tristemente lunga e si allunga maggiormente se consideriamo anche le donne vittime del cyberbullismo che si sono ritrovate sole contro l’odio proveniente indifferentemente da uomini e altre donne. In alcuni casi, per liberarsi dalla valanga d’odio e dalla vergogna, sono stati compiuti gesti estremi: un episodio di cronaca purtroppo esemplare è quello di Tiziana Cantone.

La violenza di genere, quindi, è un segnale evidente del pericolo che corre non solo la figura della donna in sé ma tutto ciò che nell’immaginario comune viene ricondotto al concetto di “femminile”. Quando poi sono le stesse donne a fare propria la cultura vetero-maschilista e a diventare di conseguenza carnefici di sé stesse e di altre donne, diventano ancora più lampanti i contorni di un “fatto” trasversale che rende tutti complici degli attacchi al mondo femminile. Ed è per questo che nella ricerca delle cause e delle soluzioni va continuamente incentivato il coinvolgimento di tutti, indistintamente. Per affrontare con successo la questione della violenza di genere, occorre un’azione unitaria che ponga seriamente in discussione le basi culturali che antropologicamente hanno definito lo status quo dei ruoli di genere.

Probabilmente, raggiungeremo degli esiti più armonici nei rapporti di genere quando percepiremo il femminile e il maschile non come due monoliti su cui piazzare staticamente gli esseri umani, ma come mere semplificazioni che celano, dietro il loro velo, una pluralità di volti e aspetti che non sono in antitesi tra loro, ma vanno a comporre il complesso e affascinante mosaico dell’espressione umana.

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