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In Europa con l'Ombrello

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

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Mi rivolgo a voi, socialdemocratici, socialisti, democratici, popolari, liberali, cattolici e moderati tutti. Qualcuno di voi è più a sinistra, qualcuno più a destra, ma la sostanza non cambia. Siamo messi male, e, stavolta, rischiamo grosso. Se il 2016 è stato l’anno delle sconfitte parziali, in giro per l’Unione, il 2017 sarà l’anno della verità.

Non c’è più da nascondersi, quindi: in primavera si vota in Francia, dove l’87%(massimo storico di sfiducia) dei francesi si dice deluso dal Presidente uscente Hollande. Sarkozy, da par suo, ha clamorosamente perso le recenti primarie repubblicane, stravinte a sorpresa da Fillon. Secondo le previsioni, il voto del prossimo 23 aprile potrebbe sancire la morte del partito socialista, portando al ballottaggio i repubblicani ed il Front National di Marine Le Pen. In autunno, inoltre, la Germania sarà chiamata al voto: Angela Merkel ha formalizzato la sua candidatura, puntando al quarto mandato consecutivo. Anche qui, tuttavia, le incognite sono tante: le aperture della Cancelliera sulle questioni migratorie, infatti, hanno rafforzato l’Afd, il partito di estrema destra che, in alcune regioni( Sassonia in primis), è arrivato ad essere il secondo partito. L’Afd (Alternative für Deutschland), su posizioni naturalmente antieuropeiste, è ormai fortemente radicato nell’est del Paese, ma gode di ampi consensi anche nel sud e nel centro della Germania. A Berlino, infine, è arrivato al 14%.

Insomma, è finito il tempo dei rinvii, delle domande o delle non risposte: o ci si muove, o si affonda; o diamo il colpo di reni, o saremo travolti. Parlo a voi, cosciente di trovare tra i lettori persone di buon senso, ma di pessimo umore. L’autogol referendario è stato drammatico: pagheremo le conseguenze chissà per quanto. Ma ora dobbiamo guardare oltre, perché ce lo impongono le contingenze europee, globali, oltre che interne. Il problema è che iniziamo a titubare, ad aver dubbi, a diffidare: ma siamo sicuri che quest’Europa sia riformabile? Siamo sicuri che, in fondo in fondo, non convenga salutare la compagnia? Diciamola tutta, perché non è tempo di inutili meline: Renzi ha fatto quel che ha potuto, cioè poco. Sì,è vero, la questione della flessibilità è stata posta, ma senza risultati eclatanti. Sui migranti? Tra muri di gomma e muri di cemento poco si è fatto e poco si farà. La politica estera resta statuale, ben lontana dall’essere a “trazione unionale.” Il “Semestre Europeo” a presidenza italiana, infatti, non ha cambiato le sorti né la sostanza: arranchiamo, questa è la verità.

Siamo stanchi, o meglio impacciati. L’europeismo è un mantra che ci ripetiamo ad oltranza ben oltre l’umano buon senso. Sappiamo che l’Europa non è il problema, ma la soluzione alla complessità del nostro tempo, eppure un dato è incontrovertibile: siamo andati in Europa con l’ombrello, mentre l’onda stava montando. E continua a montare. Un ombrello piccolo, mezzo rotto, pronto a spezzarsi alla prima folata di vento. Non da ora, ma da bel po’, infatti, proviamo a resistere, coscienti del nostro ruolo: evitare la catastrofe. Altre posizioni, in fondo, fatichiamo ad assumerle: siamo fermi, a dispetto degli altri.

È chiaro a tutti, però, che il tema su cui dobbiamo spaccarci la testa è uno ed uno soltanto: come intendiamo porci rispetto alla brusca interruzione che ha subito il processo di integrazione europea? La stasi, o meglio la crisi, di quest’ultimo è stata economica prima, politica poi, culturale ora. Destra e sinistra non esistono più da un pezzo, lo abbiamo appurato, ma, nella riscrittura del vocabolario politico occidentale, è chiaro che due parti, e non tre poli come qualcuno sostiene, sono andate a formarsi intorno alle visioni sul futuro del processo di integrazione europea: implementazione o dis-integrazione. Non c’è la terza via, non ci sono appelli. La partita è questa, il tavolo è unico. Ovviamente vi sono sfumature tra Francia ed Italia, tra Spagna e Germania, ma la sostanza non cambia. O dentro o fuori, o avanti o indietro.

E, dunque, torno a dire che vi vedo stanchi. La narrazione dell’antieuropa è vincente, c’è poco da fare. E non è, come pure qualcuno sostiene, un mero danno collaterale della crisi economica: l’antieuropeismo è trasversale, è campagna e metropoli, periferia e centro. I partiti o movimenti della dis-integrazione crescono elezione dopo elezione, nell’est dell’Europa così come in quella mediterranea, mentre nel centro e nel nord del continente sono una realtà pronta al governo (in Austria ci è andata di lusso). Sono nuovi, sono ovunque, e, soprattutto, sono terribilmente semplici. Una semplicità che è lineare, in un mondo complesso e che nessuno capisce. E’ questa la serratura attraverso la quale è possibile osservare l’onda che sta montando: semplicità e linearità sono le coordinate vincenti del modello teso alla dis-integrazione dell’Unione. In Italia, cari amici, ancora giochiamo con il Movimento 5 Stelle: altrove, abbiamo visto, si fa sul serio. I ragazzi del Movimento non lo sanno, o fingono di non saperlo, ma sono esattamente la foglia di fico di un antieuropeismo da paura ( vedi Farage) che si ramifica ovunque, dalla Repubblica Ceca al nord della Francia, dal Lombardo-Veneto alla Sassonia.

L’onda monta, inesorabilmente. E noi? E’ oramai chiaro che il giocattolo si è rotto. La politica monetaria senza politica economica , per oltre un decennio, ha rappresentato un macigno per il sogno europeo. L’onda monta, elezione dopo elezione. E noi? Non abbiamo sogni in cui credere, ma solo paure contro cui combattere. Siamo perdenti in partenza. Non offriamo una visione, ma paventiamo la catastrofe. Questo è il nostro limite: hai voglia a dire che sono gli altri a puntare sulle paure, sulle pance. Noi facciamo lo stesso, ma al contrario. Abbiamo l’atteggiamento di chi, sicuro di non farcela, rinvia il disastro per quanto può. “Il cetriolo globale”, così come lo definiva uno strepitoso Guzzanti in versione Tremonti, prima o poi arriva. Ma noi rinviamo, facciamo melina. Quanto può durare? La verità è che anche noi non vediamo più nell’Europa un’opportunità immensa, ma soltanto un tentativo di porre un freno alla catastrofe. E’ una narrazione perdente, lo sappiamo benissimo. Eppure non riusciamo a riformarla, questa benedetta Europa a trazione bancaria. E l’idea che forse non sia riformabile inizia a farsi strada anche in chi, come noi, non ha mai smesso di crederci.

Siamo andati in Europa con l’ombrello-Renzi, ancor più contenti dopo il fantomatico 41%. L’onda monta, però, in Italia e soprattutto nel resto del continente. Sono troppo forti le tensioni, troppo dolorose le scelte che andrebbero fatte. L’economia non riparte, la Germania impera e non coopera, i migranti arrivano a centinaia di centinaia di migliaia. Che si tratti di Mezzogiorno o delle periferie parigine, il succo non cambia: forse siamo arrivati tardi, perché l’onda dell’antieuropeismo è ormai una realtà forte, ramificata e si appresta ed essere vincente. Dalla nostra, abbiamo le banche, qualche governo messo male e tanti, troppi dubbi. Abbiamo sbagliato, cari amici. Anche la mia generazione, quella “under”, è colpevole ed insipiente, perché vive di irresponsabili certezze. Non ci resta che prendere bulloni e corde, fissando il più possibile il piccolo ombrello dietro cui siamo soliti ripararci: il 2017 è l’anno dell’onda e l’Europa, in un senso o nell’altro, non sarà più la stessa.