fbpx

Vendere tutto (o quasi) per la salvare la “Sint”: lavori in corso per il termalismo stabile

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

terme di stabia

Diciamolo subito, per evitare equivoci: la posizione assunta dal Sindaco Pannullo è di buon senso. La vendita di alcuni beni appartenenti alla Sint, la partecipata comunale stabiese, è la cosa meno dolorosa e più giusta da fare. Rispetto al passato, infatti, si è andati in una direzione più logica, seppur spiacevole: vendere tutto ciò che non risulta essere propriamente strategico per lo svolgimento delle future, possibili ed eventuali attività termali (l’Hotel delle Terme, per intenderci, è salvo).
La partecipata comunale amministrata da Biagio Vanacore, infatti, è un sul punto di saltare: il buco di bilancio si aggira intorno ai 4 milioni di euro. L’amministrazione comunale, dunque, ha deciso di provare a salvare la società, come in parte era stato annunciato in campagna elettorale, attraverso un piano di dismissione ampio, comprensivo “del parcheggio di viale delle Puglie, dell’adiacente impianto sportivo, del pallone geotedico, del parcheggio antistante l’Hotel dei Congressi e financo dei campi da tennis a ridosso del complesso termale.” Quanto si riuscirà a ricavare, poi, dalle eventuali vendite, è tutto da decifrare: i più ottimisti, ai quali per puro patriottismo intendiamo unirci, sussurrano “circa tre milioni di euro.”

Il piano di dismissione, una volta approdato in Consiglio comunale, di certo farà discutere: troppe sono le voci in contrasto, troppi gli interessi in ballo e, soprattutto, troppe sono le fesserie che si sentono in giro. Tuttavia, ci sentiamo di rassicurare il Sindaco e l’amministrazione tutta: nessuna forza politica in città ha le idee e la forza per andare in una diversa direzione. Il fallimento della “Terme di Stabia spa”, l’estinzione dei contratti d’azienda, l’assenza delle convenzioni sanitarie e parasanitarie, il macigno del contenzioso giudiziario (eterno) con gli ex lavoratori termali, le voragini di bilancio lasciate nelle varie società “a gestione” pubblica, infatti, rappresentano il contesto in cui ci muoviamo: è questo, in sintesi, lo scenario in cui è necessario provare ad incidere e riavviare un ragionamento di prospettiva.

Negli anni, si è proceduto a tentoni, pestando merde qua e là. Si pensi alla Sint, società di fatto parafulmine, creata appositamente per mettere al riparo i fantomatici immobili strategici: come abbiamo visto, persino quella è andata a rotoli. Certo, tutti direte che la colpa è della mala politica: “onestà, onestà” è il grido di battaglia. Vero, in parte: ad affondare il termalismo stabiese, la politica locale ha certamente contribuito. Altri tra voi, invece, borbotteranno che la gestione para-pubblicistica delle terme ha storicamente rappresentato un insuperabile ostacolo alla effettiva funzionalità dell’intero complesso: “pubblico impiego tout court”, insomma, con tutti i retroscena ed i fannulloni del caso. Ed allora è forse giunto il momento di interrogarci davvero, da stabiesi che ancora sognano un futuro da queste parti, sulla prospettiva, sulla visione e su ciò verso cui è possibile andare.

Come abbiamo anticipato, stiamo con Pannullo. Il salvataggio degli immobili funzionali allo svolgimento delle attività termali ha un suo senso, una sua logicità. È un primo passo, certo. Ed è anche una scommessa che, come tale, vive di un’alea relativamente indecifrabile. Ma dopo? È sull’attività termale in quanto tale, probabilmente, che dobbiamo ragionare con occhi nuovi. Il termalismo, in giro per l’Italia, non esiste da un pezzo: la leggenda dei piccoli paesini che campano, vivono e si arricchiscono con una sola “misera” fonte d’acqua è roba del secolo scorso.

La litania secondo la quale “per fare il termalismo bastano le acque”, poi, non è altro che una boutade, priva di fondamento e di senso della realtà. Castellammare ne è la riprova: le sorgenti ci sono, ma manca tutto il resto. E, d’altra parte, il termalismo vecchia maniera, quello “tutto vecchiume, aerosol ed Asl”, ha smesso di generare ricchezza anche nelle più note, rinomate ed organizzate località termali del Paese.

E’ dunque sul tipo di termalismo che si deve, dal punto di vista imprenditoriale prima che politico, porre attenzione. Ed è ovvio che, nel mettere a sistema ciò che la città ha da offrire, si deve tener conto dell’intero impianto a disposizione, delle complessive risorse utilizzabili: in sintesi, Terme Nuove e Terme Antiche devono tornare a respirare all’unisono, ma, necessariamente un’aria diversa. Ad una nostra specifica domanda sul punto, Salvatore Vozza, pochi mesi fa, pronunciò parole importanti: “Si deve tornare a discutere di un progetto complessivo che riguardi gli stabilimenti termali, che io vedo riassunto in questi tre punti: riconversione delle Nuove Terme in un centro di riabilitazione (modello Campolongo); scorporare il parco ed il centro congressi, facendo diventare quella una parte al servizio del turismo e per gli eventi; limitare il termale classico alle Antiche Terme. Si discuta, poi, della forma gestionale dei tre asset.”

Insomma, noi stiamo con Pannullo, condividiamo la scelta ed auspichiamo il “salvataggio.” Ma la direzione è questa? Si sta politicamente lavorando in tal senso? Ora, sia chiaro, non siamo nati ieri: la politica, soprattutto locale, ha poche armi. Tuttavia, come ci sta insegnando il Governatore De Luca, gli investimenti si programmano, non si inventano. Dunque, se è vero che la scorporazione, così come paventata da Vozza, è ad oggi la soluzione strategicamente più sensata, è anche vero che il nodo resta quello imprenditoriale: ci sono, cioè, imprenditori privati, stabiesi e non, disposti ad investire? L’operazione di risanamento, per quanto possibile, della Sint, mira ad aprire una nuova stagione di incestuosa gestione para-pubblicistica? O stavolta lasciamo fare a chi vuole davvero investire? È scontato che tutto si intrecci con l’altra partita, quella giudiziaria attinente agli ex dipendenti termali. Questa, però, non deve essere una scusa per rimandare: l’indirizzo politico dell’amministrazione stabiese, infatti, non può continuare ad essere ostaggio della solita retorica. Servono idee ed investimenti, non difese d’ufficio. O no?