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Databenc: la tecnologia per lo sviluppo del sud

Scritto da Evelina Parente Il . Inserito in Il Palazzo

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Siamo a colloquio con Angelo Chianese, professore di sistemi di elaborazione delle informazioni alla Federico II e responsabile numero uno del Distretto Databenc.

Professore, cos’è Databenc?

Il Distretto Databenc, si pone come un sistema di aggregazione, una rete capace di mettere insieme il mondo della ricerca, nell’ambito dello sviluppo delle nuove tecnologie, e il mondo dell’impresa, capace di svolgere quelle competenze di trasferimento dei prodotti stessi della ricerca, sul mercato. In passato si erano avuti progetti in cui questi due mondi erano rimasti divisi. Si è visto che la loro aggregazione genera risultati molto migliori. Il modello è quello dei grossi distretti indiani e americani come Silicon Valley, dove appunto mondo della ricerca e mondo dell’impresa lavorano a stretto giro. Questa scommessa è stata vinta, perché nonostante la difficoltà delle erogazioni da parte del Ministero, Università e CNR (le due più grandi centrali di ricerca a livello nazionale e Regionale) e impresa hanno investito da soli in molti progetti. Io sono grato al mondo dell’Università e a quello dell’impresa, perché nonostante le difficoltà di cassa, siamo stati capaci di finanziare l’80% delle realizzazioni previste nei nostri progetti. L’altra grande scommessa è stata l’applicazione delle tecnologie al mondo del Patrimonio dei Beni Culturali. Abbiamo dimostrato che è possibile uno sviluppo sostenibile delle tecnologie sul Patrimonio Culturale. Naturalmente per fare questo il nostro distretto ha interagito direttamente con le Soprintendenze e con gli organi istituzionali che si occupano del Patrimonio pubblico. Noi siamo nati in una realtà regionale la Campania che ha fra il 60% e l’80% di Patrimonio culturale rispetto alle altre regioni. Bisognava partire da ciò che avevamo.

Partiamo dalla parola smart. Qual è il significato di smart secondo lei?

La parola smart è come un lenzuolo che ciascuno tira dalla propria parte. Il mio professore diceva che per dire che una cosa è intelligente è importante che essa non sia stupida. La parola smart è applicata a tantissimi ambiti, la smart cities, l’automobile smart..

Ecco allora la mia idea di intelligenza e quindi di smart che si deve trasferire all’ambiente in cui viviamo, e parlare di ambiente intelligente o smart environment. L’altro concetto importante di smart che siamo riusciti a portare nell’ambito regionale e che è uno dei punti di forza della comunità europea è il concetto di smart specialisation. Smart specialisation significa integrare alla definizione precedente, di smart environment, quelle che sono le vocazioni del territorio. Non cercare di fare quindi quello che il territorio non riesce a fare. Il concetto di smart specialisation nel nostro territorio è proprio quello di applicare le nuove tecnologie al Patrimonio Culturale. Oltre tutto se estendiamo il concetto di Patrimonio Culturale, non solo all’ambito materiale dei Beni Culturali, ma lo allarghiamo a quello dell’industria culturale in generale, cinema, teatro, videogiochi, questa industria produce più pil di qualsiasi altro. Pensiamo nella nostra città, all’artigianato presepiale. Alle associazioni che stanno riprendendo in mano interi quartieri e i loro siti monumentali. Penso specialmente alla Sanità, che è in fase di rinascita, ma anche alle associazioni che operano da tempo nel nostro centro storico. E ovviamente al settore delle tecnologie applicate ai beni culturali che può diventare davvero un settore occupazionale strategico nel nostro territorio. Il turismo a cui noi miriamo è un turismo culturale che comprenda anche il godimento di quelle che sono le tradizioni del posto. Non più un turismo di passaggio, mordi e fuggi.

Proviamo a spingerci più avanti nella definizione di ambiente intelligente, smart environment?

Pensiamo allora a cosa è Internet of things, L’Internet delle cose, un settore tecnologico in via di sviluppo sempre più avanzato e che tra qualche anno sarà in grado di esplodere dovunque. L’Internet of things,

consiste nell’applicare in tutte le cose un sensore, capace di mettere quelle cose in comunicazione col mondo di Internet e quindi col mondo intero. Noi in quanto persone siamo dei sensori, perché percepiamo le cose che sono intorno a noi e le riportiamo. L’ambiente da cui siamo partiti nei nostri progetti è proprio quello dei centri storici. Naturalmente la nostra definizione di centro storico, è una definizione allargata. Il centro storico è un concentrato di realtà, non solo di tipo museale o monumentale che devono essere monitorate attraverso l’applicazione di tecnologie per far sì che la qualità della vita in ciascuna di queste realtà sia migliorabile con una serie di interventi.

Allora partire da un quartiere, da un centro storico, significa arrivare ad un’intera città, una città intelligente appunto, ma anche futuribile, migliorabile?

Noi riteniamo che il sensore più importante sia l’uomo. E’ all’uomo che spetta monitorare quello che accade nel suo ambiente. Gli altri sensori tecnologici si devono integrare a questo sensore umano e l’insieme di questi sensori deve produrre quelle informazioni in grado di governare un territorio per consentirne la qualità della vita. Insisto molto sulla qualità della vita, perché ti consente di misurare se un ambiente è smart o non è smart.

Databenc ha in cantiere almeno tre progetti, quello sui centri storici, di cui già abbiamo affrontato alcuni nodi problematici salienti, quello sugli Archivi e sui musei e quello sui parchi archeologici. Cosa sono questi progetti nello specifico?

Come ho detto, il Distretto nasce con un’ambizione di sperimentare tecnologie nell’ambito della smart specialisation, del territorio campano, il Patrimonio Culturale appunto. Patrimonio Culturale è prima di tutto conoscenza del Patrimonio stesso; poi monitoraggio sostenibile; poi fruizione; poi valorizzazione. La conoscenza è fondamentale per poter salvaguardare, per poter difendere e per garantirne la conservazione e per attirare le persone e far conoscere il luogo. La nostra ambizione è anche quella di creare modelli esportabili e replicabili in contesti diversi. Ecco perché abbiamo visto che ci sono i parchi archeologici, i musei e gli archivi e in particolare questi hanno un disperato bisogno di tecnologia, perché stanno chiudendo e perendo. Deve essere il centro storico a portare reddito alla città e non il museo o il parco archeologico a trainare il turismo del luogo. Attualmente il ministero ha attivato solo due progetti il Chis il Cultural Heritage of information System, appunto la piattaforma tecnologica e quello sui centri storici. Gli altri due devono ancora partire. Tuttavia per non rimanere scoperti rispetto a quelle che sono le richieste del mercato e del territorio sono stati attivati anche progetti riguardanti i musei.

Dopo la fiera Futuro Remoto che si è tenuta a Napoli qualche mese fa, quale sono state le reazioni della gente alla presenza del territorio di Databenc? e quale è stata la reazione dei turisti?

Ogni scarrafone è bello a’ mamma soia. Quindi sono portato a dir sì, la reazione c’è stata. Sono contento delle sperimentazioni che abbiamo messo in campo. Forse le comunichiamo poco. Tutto dipende dalla comunicazione, ma la comunicazione costa. In assenza di risorse ci stiamo concentrando più sul fare che sul comunicare. Lasciamo che siano le persone a scoprire le proposte specialmente su Napoli e su Salerno. A Napoli ad esempio c’è il Museo Civico di Castel Nuovo, Il circolo artistico del Politecnico, il Museo Diocesano, Il museo Filangieri, La Federico II. (Da poco è presente al Pan la mostra che diverrà permanente “I luoghi della Federico II si raccontano”).. Lasciamo che la gente scopra le nostre tecnologie che sono tecnologie basate sulla metafora delle opere che si raccontano

Cos’è la metafora delle opere che si raccontano nello specifico?

Iniziamo col parlare del concetto di prossimità. La prossimità può essere legata ad ambienti chiusi, se noi ci avviciniamo ai sensori posti in questi ambienti, questi sensori metteranno in comunicazione l’opera con un tutore e attraverso un’app presente sul telefonino, l’opera d’arte comincerà ad animarsi e a raccontarsi. Se siamo in un ambiente esterno ci avvarremo della posizione satellitare. Quando siamo in prossimità di un palazzo o di un monumento storico questo si animerà e comincerà a raccontarsi. Il nostro obiettivo è quello di costruire per ogni opera d’arte un fascicolo dell’opera d’arte. Un supporto all’opera che ci racconti tutta la storia di quel pezzo, da come e quando è nata a quale sono stati gli incidenti o i restauri che ha subito nella sua vita. La storia dell’opera va adattata rispetto al fruitore stesso dell’opera. A fine gennaio sarà inaugurata un portale della conoscenza aperto al contributo social. Le informazioni raccolte attraverso il contributo degli utenti saranno sottoposte a certificazione, naturalmente, e poi inserite in questo portale. E’ importante raccogliere conoscenze sul Patrimonio, perché mentre le tecnologie cambieranno continuamente, questo invece rimarrà.

Come è stata adeguata la formazione a questa rivoluzione tecnologica?

C’è stata molta partecipazione ai nostri corsi che si sono chiusi da pochi giorni. E ci sono ancora molte richieste. Databenc ha attivato due master professionalizzanti uno è l’ICT per i beni culturali (information comunications tecnologies), un esperto capace di unire alla conoscenza delle tecnologie quelle che sono le problematiche specifiche legate alla gestione dei beni culturali. Attraverso questa figura il mondo umanistico e quello scientifico hanno cominciato a dialogare fra loro. L’altro corso attivato è quello del management dei Beni culturali. Era necessario pensare a una figura che a 360° gradi fosse in grado di riconoscere sia gli strumenti tecnologici sia quegli strumenti che servono a una buona gestione del museo o del parco Archeologico.

Quali sono i prossimi progetti di Databenc?

Ovviamente non ci siamo fermati a questi quattro progetti. Noi siamo una rete un sistema di aggregazione. E mettiamo a disposizione le nostre menti migliori, quelle dell’Università e dell’impresa per creare progettualità che portano valore aggiunto ai soci del distretto e ci siamo aperte a tutte quelle entità che in questi anni sono entrate in rapporto con la nostra rete, o sono entrate a far parte della rete stessa. Siamo aperti e stiamo dialogando con tutte quelle realtà che vogliono partecipare in qualsiasi modo al nostro progetto. Abbiamo ad esempio presentato un o progetto nell’ambito del bando del MISE, allargandoci anche ad altre realtà. Partecipiamo a cluster nazionali con una cordata tutta campana per far si che il Distretto non resti una realtà chiusa in se stessa ma si ponga come soggetto di stimolazione e innovazione del Patrimonio culturale ad ampio raggio. Ci stiamo predisponendo a partecipare a progetti in Europa. Ah tra le cose realizzate avevo dimenticato la realizzazione della prima chiesa 3.0, aiutati dai ragazzi del liceo Genovesi, che hanno realizzato questo lavoro con la nostra supervisione sulla Chiesa dei santi Filippo e Giacomo. Parliamo allora della piattaforma tolkart, tolk con la o, perché alterare e semplificare le parole e renderle più vicine al nostro mondo, è un modo tipico di procedere dei ragazzi delle nuove generazioni. E’ possibile scaricare questa piattaforma su i telefonini Android e su alcuni modelli della Apple. Su questa piattaforma la visita a musei e monumenti non è solo on line ma anche off line. Da casa ci si può vedere quello che successivamente si andrà a vedere in presenza. E quindi funziona come un vero e proprio catalogo.

Cosa c’è dopo Caravaggio e dopo Andy Wharol per Angelo Chianese? Cioè cosa c’è dopo il grande capolavoro e dopo l’opera d’arte come riproduzione infinita?

Lei non mi crederà. E’ facile fare comunicazione su Andy Wharol o Caravaggio, certo rimangono pur sempre grossi attrattori. Però noi abbiamo fatto una scommessa quella di svelare i tesori nascosti. Ci sono bellezze non note che sono di valore maggiore rispetto a quei capolavori visti e rivisti. Se anche solo in un mondo virtuale, fossimo capaci di prendere quello che è nascosto nei depositi e di portarlo all’attenzione del pubblico, avremmo vinto la nostra scommessa. Se poi in aggiunta avessimo anche la forza di spostare fisicamente queste opere dai depositi ( si ricorda il contenzioso sullo spostare o non spostare il Caravaggio del Pio Monte) e mandarli al British museum o a New York, ritornerebbero a noi come una ricchezza inestimabile, piuttosto che continuare a prendere polvere. Per non parlare di tutto il lavoro che si alimenterebbe se queste opere si mettessero nuovamente in funzione. Penso a quello del restauratore, fino a quello del trasportatore.