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L'università deve interagire coi territori

Scritto da Francesco Perillo Il . Inserito in Port'Alba

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E così, mentre il Ministro del Lavoro commenta a modo suo la fuga all’estero di tanti nostri giovani, la Banca d’Italia, nell’ultimo rapporto sulle economie regionali, pubblica che nello scorso anno accademico il 52 % circa delle matricole meridionali si è iscritto fuori sede, quasi una su quattro in un ateneo del Centronord. Pur disponendo di Università di assoluta eccellenza, troppi giovani stanno scappando via, provocando un’emorragia di intelligenze e di potenzialità che mette ancora più a rischio le future possibilità di sviluppo del sud.

Il dato è eclatante e non possiamo far finta di non leggerlo. Né possiamo dire, parafrasando la gaffe del Ministro, che i giovani che decidono di studiare fuori sono quelli di cui è meglio fare a meno. Ci sarà pure qualche figlio di papà che per snobbismo decide di esibire il brand di una Luiss o di una Bocconi, ma il fenomeno investe trasversalmente più fasce sociali, e per la sua portata richiama alla mente quello degli studenti greci che negli anni ’70 migravano verso le università del Mezzogiorno per studiare e laurearsi. Ci sarà pure un motivo per scappare. Allora i ragazzi greci, seguiti poi da tanti altri provenienti dall’Africa mediterranea, lasciavano alle spalle non solo le aberrazioni della dittatura, ma il sottosviluppo, per inseguire un sogno di promozione sociale che poteva cominciare anche a Catania, a Bari o a Napoli.

Oggi sono i nostri ragazzi a scappare da qui, e scappando scavano ancora di più il deserto per quelli che verranno dopo. Si dirà con faciloneria che il problema è nel tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa, e dunque nella mancanza di opportunità. Ma perché studiare fuori se ci si può laureare brillantemente nei nostri atenei e poi decidere, se necessario, di cercare il lavoro nel nord ovest del mondo? Il problema non è nella qualità delle università, ma nella qualità delle prospettive. C’è infatti una spirale perversa difficile da spezzare: se l’università non è un sistema chiuso ed autoreferenziale deve poter interagire con i suoi territori. Ma territori deprivati di stimoli non alimentano la produzione di conoscenze. Piuttosto che rifugiarci nell’alibi della questione meridionale e delle (oggettive) colpe della politica, bisognerebbe allora interrogarsi su cosa può fare di più l’università per il territorio: non convegni né seminari, ma costruire trame, connessioni, ponti, reti di relazione, a partire dal proprio territorio fino ai punti di eccellenza nel mondo.

Esempi di eccellenza ve ne sono e lì le iscrizioni crescono, come sta avvenendo per il campus della Federico II con la Apple nella periferia di San Giovanni, per le iniziative internazionali dell’Orientale, o per i nuovi corsi in green economy del Suor Orsola Benincasa. Dunque si può. Per accompagnare i giovani meridionali a competere ed a intercettare le opportunità di un lavoro in linea con i propri studi, le nostre Università, a dispetto delle note difficoltà di risorse, possono essere il più importante luogo di interconnessione della società e delle conoscenze.