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Il 2017 alla prova delle politiche del lavoro

Scritto da Valter Catalano Il . Inserito in Il Palazzo

Catalano

Dopo le parole di Papa Francesco e del Presidente Mattarella, i riflettori dell’agenda politica si sono riaccesi sul tema del #lavoro, in particolare sulla disoccupazione giovanile che nel nostro paese non accenna ad arretrare. Gli ultimi giorni del 2016 si sono chiusi con le aspre polemiche suscitate dai commenti del Ministro del lavoro Giuliano Poletti che preferisce tutto sommato “non avere tra i piedi” i giovani connazionali che hanno deciso di emigrare in cerca di un'occupazione.

Quella di Poletti non è stata certo un’affermazione auspicabile alla fine di un anno per niente positivo sul fronte del lavoro, eppure l’ex leader del terzo settore – del mondo del cooperativismo sociale per intenderci – ha spiazzato un po’ tutti e forse anche chi lo ha rivoluto fortemente nel nuovo Governo. C’è voluto il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica che, incarnando per la prima volta dalla sua elezione una veste più politica, ha voluto “tranquillizzare” gli italiani sulle priorità che il Governo dovrà seguire. Anche il Papa, vicino a questi temi sociali, ha espresso il suo rammarico per il debito contratto con le nuove generazioni che sono costrette “a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono”.

Il punto è proprio questo: i lavori non esistono. Non esistono da un punto di vista quantitativo, non esistono da un punto di vista qualitativo.

Una persona in cerca di occupazione ogni giorno sa bene in quale automatismo perverso sta per immergersi e sa bene che la sua ricerca se produrrà risultati, questi si tradurranno in lavori sottopagati e svilenti che sul lungo periodo non miglioreranno le proprie prospettive economiche. Per ogni decremento del tasso di disoccupazione festeggiato dal precedente Governo, veniva trascurato l’incremento della non forza lavoro: una parte consistente di persone che smette di cercare lavoro perché sfiduciata dallo status quo. E per chi ha un po’ di attitudine con le statistiche, sa che non è per niente un dato incoraggiante.

Se poi si pensa al dato generale sull’occupazione dopato dalla pioggia di voucher e dalle valanghe di collaborazioni finte autonome, risulta evidente che il mercato del lavoro italiano, al lordo delle riforme effettuate, è ben lontano dal raggiungere un equilibrio al rialzo.

La nota dolente rimane il Sud, dove neppure i voucher, il jobsact e le forme d’inserimento giovanile come Garanzia Giovani hanno stimolato una crescita endogena del lavoro. E proprio nelle regioni meridionali – quelle che più sonoramente hanno bocciato la riforma costituzionale – il premier Gentiloni vuole concentrare l’azione di governo. Già prima del referendum, allo studio dell’esecutivo c’è stato un intervento, inserito poi in legge di bilancio, per garantire l’esonero contributivo e altre agevolazioni alle aziende del sud che decideranno di assumere nuovi lavoratori dal 2017. Per capirne le modalità di attuazione però bisognerà attendere un decreto interministeriale nel corso del nuovo anno. Quindi è ancora presto per capire quale sarà l’impatto generato da questa nuova misura.

Al di là dell’aspetto più strettamente economico, ci sono sicuramente altri fattori su cui sarebbe opportuno intervenire. La cultura d’impresa nel Mezzogiorno soffre ancora di un ritardo cronico. Sebbene le tantissime piccole e microimprese costituiscono un’enorme ricchezza per i territori, allo stesso tempo mostrano tutta la loro fragilità e la scarsa capacità di mettersi in rete per creare distretti produttivi innovativi, come accade in altre realtà europee. La frammentazione quindi è ancora molto elevata e la criminalità organizzata rende ancora più complessa la creazione di sistemi di imprese in cui circoli un clima di fiducia reciproca. Molti imprenditori, inoltre, tendono ancora a cercare la cause dei bassi profitti nella retorica del lavoratore improduttivo. Non è raro sentire ancora in molti settori, dal profit al non profit, datori che affermano “il lavoro c’è ma i giovani non hanno voglia di lavorare”. E magari ad affermarlo, la maggior parte delle volte, sono proprio quelli che vorrebbero usufruire o già usufruiscono di sgravi e benefici ma poi non hanno assolutamente idea di cosa voglia dire sviluppo delle risorse umane in un’ottica di formazione continua e crescita dei dipendenti; oppure offrono contratti nebulosi con remunerazioni irrisorie pretendendo però la “buona volontà” del dipendente che deve svolgere le sue mansioni in qualsiasi condizione e in qualsiasi orario.

Uno dei propositi di questo 2017 per gli attori politici locali e nazionali dovrebbe essere quello di vincolare le misure di defiscalizzazione alla capacità delle aziende di effettuare al loro interno interventi organizzativi che valorizzino la permanenza dei lavoratori. Diffondere quindi una cultura organizzativa in cui l’accoglienza del lavoratore non rappresenti un onere ma un incentivo alla crescita collettiva.

Fin quando continuerà ad esistere questo scollamento tra misure economiche e cultura organizzativa del lavoro, i risultati rischiano di avere un’impennata positiva solo nel breve periodo, per poi ritornare allo stato di partenza nel lungo periodo.

Nel frattempo, proprio sul tema del lavoro, un nuovo referendum potrebbe ristabilire l’art. 18 e cancellare i voucher. E considerando l’impopolarità di questi strumenti e la crisi occupazionale in atto, non è difficile immaginare una nuova debalce per il governo se non interverrà in tempo anche su questi aspetti.