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L'esame di avvocato: io copio, tu no?

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

concorso 640

Caro lettore,
innanzitutto ho l’obbligo di presentarmi : sono Gennaro Esposito, ho 26 anni e sono un praticante avvocato. Lo so che si dice di noi in giro, ma, ti prego di credermi, le cose non stanno come pensi. Non vorrei perdere tempo eccessivo nell’elencare gli svariati luoghi comuni che circondano la mia professione: gioco d’anticipo e ti dico che sono tutti veritieri, purtroppo. È, dunque, inutile dire che non siamo tutti ciucci, imbroglioni ed ipocriti: i numeri, le facce e i tribunali dimostrano più o meno quotidianamente che ho tendenzialmente torto marcio.

Detto questo, ti racconto di altro.

Lo scorso dicembre ho sostenuto a Napoli, per la prima volta, l’esame di Avvocato ed ho avuta chiara la percezione che due sono le alternative, nitidamente distinte: o sono pazzo io, o così non è pensabile andare avanti. Di fondo, il problema sta a monte, nell’assurdità delle tre prove (parere di civile e penale e, in ultimo, l’atto di una delle tre materie, tra civile, penale o amministrativo): sono anni che ci dicono di specializzarci, di settorializzarci, di scegliere una branca (possibilmente in voga) ed andare fino in fondo. Ci hanno bombardato mese dopo mese, perché la professione non è più quella di prima: “Occorre non fare più cose, ma farne poche e benissimo”. L’avvocato di paese, quello che fa un po’ di tutto , dallo sfratto al penale di piccolo cabotaggio, “sta con le pezze al culo”, ci dicono sin dagli anni beati del cazzeggio universitario: il post laurea è stato dunque il momento delle scelte, degli obiettivi. Insomma, tutto quello che l’inutile percorso universitario a trazione-teorica non ci ha garantito ci è toccato farlo da soli. Quindi: settore specifico, specializzazione in un ramo e al diavolo il resto.

Ecco, se questo è il metodo per essere un buon avvocato, di certo non è il modo migliore per approcciarsi all’esame. Io ho scelto il penale, ad esempio. Mi barcameno tra tribunale e studio, mi muovo con i miei mezzi, lavoro pressoché dieci ore al giorno e, come è costume dalle nostre parti, non becco un euro nemmeno di rimborso spese. Ma si sa, è la gavetta. Così, per 18 mesi e passa, sono andato avanti. Ho fatto progressi, ho conosciuto giudici, avvocati, praticanti, uditori, cancellieri: sempre aggratis, ovviamente.

Armato di pazienza, ansia, rabbia e speranza, dunque, mi sono messo in fila dalle ore 4.00 del giorno 13 dicembre. La fila, infatti, è una lunga via crucis in cui si impara tutto quello che c’è da imparare e che mai e poi mai troverai in qualche piatto volume di diritto. C’è chi è lì per la sesta volta, chi per la prima, chi non ha voglia, chi sa tutto, chi non sa niente, chi ha il papà avvocato, lo zio magistrato, la mamma notaio: insomma, tutto ed il contrario di tutto. La fila è cosa importante assai per noi praticanti. Conta molto di più il posto dove ti siedi, infatti, che la traccia che dovrai svolgere: “la traccia arriva”, in un modo o nell’altro.

Io, dopo ore ed ore di fila, mi sono seduto e ho serenamente copiato il parere di diritto civile. Non vi dirò come, o meglio chi mi ha passato il compito, ma ho copiato. In realtà, qualche preoccupazione c’era: la schermatura dei padiglioni, infatti, rischiava di decapitare quasi per intero la futura generazione di avvocati napoletani. Ma era un bluff, più o meno: è bastato andare al cesso e tutto è tornato esattamente come è sempre stato. Quindi, vi do la prima notizia: a Napoli, rispetto a Roma e a Milano, si continua col vecchio stile.

Ora, caro lettore, penserai che sono un ignorante, uno da tozza-tozza, da incidente stradale e testimone taroccato. Non è così, svegliati! Il civile, materia per me sconosciuta o quasi, non potevo che copiarlo. Ti chiedo questo, caro lettore: ma io, praticante avvocato, da due anni a scrivere di diritto penale, come potrei mai svolgere un parere di diritto civile? E non mi dire che avrei potuto studiare, magari di notte o rinunciando a svolgere la pratica forense negli ultimi mesi. Quest’ultima, tra le due, è la favola più affascinante: mi immagino la faccia del dominus il giorno in cui, con assoluta pacatezza, gli comunico che per i prossimi 4 mesi non sarò a studio per studiare diritto civile. Calcio in culo (meritato) ed arrivederci. Insomma , caro lettore, io il parere di diritto civile lo dovevo copiare. Lo so che fa brutto, lo so che non è eticamente corretto, ma è il sistema. Ed io, da buon giurista, mi arrendo al sistema.

Un discorso a parte, ovviamente, va fatto per loro, i “diversi da noi”. Mi riferisco ai concorsisti di professione, quelli che scrivono 20 pagine per il parere di diritto civile, 20 pagine per il parere di penale ed in più fanno pure l’atto di amministrativo, giusto per fare un po’ più i fighi: geni o coglioni, dipende dai casi. Spesso merde che non ti consentono di copiare, ancor più spesso magistrati in pectore (i peggiori). Quando li vedo, questi ultimi, scappo. E, caro lettore, ti consiglio di fare altrettanto: ad osservarli in azione, infatti, incutono terrore vero. Sono invasati e fuori dal mondo: saranno loro, ti avverto, ad inviarti un domani qualche avviso di garanzia senza senso, ma stracarico di purezza.

Il parallelismo con i concorsiti di professione non è un caso: sarà una boutade, ma mi sento di condividerla con te, perché progressivamente sono certo che anche questo esame diventerà una cosa più seria. Forse, persino troppo. Pulluleranno sempre di più, allora, corsi privati a pagamento (un po’ come avviene per il concorso in magistratura), che saremo costretti (non come ora) a seguire per poter superare le tre prove: paccate di soldi spesi in formazione, per una professione che rende la metà di quanto mediamente rendeva 15 anni fa.

Questo è il sistema , caro lettore. Ed io chi sono per fottere il sistema? Io non sono altro che un giovane praticamente avvocato, uno che, copiato il parere di civile, ha fatto di suo pugno quello che era nelle condizioni di fare: ciò che atteneva alla sfera del diritto penale, non altro. Per questo sarei ipocrita? O per questo domani non sarò un buon professionista? Ho ventisei anni, lavoro dieci ore al giorno e non ho stipendio: se l’esame è questo, io mi adeguo.

E, dunque, ti ripeto che il sistema è questo, perché dall’Università in poi si naufraga senza sosta alcuna: non c’è il numero chiuso alla facoltà di giurisprudenza, unica superstite alla moda (forse ormai indispensabile) del test d’ingresso; vengono confermati i cinque anni ed i trenta esami per arrivare al fatidico pezzo di carta; poi c’è l’avventura (quasi sempre a titolo gratuito) del praticantato; poi, dulcis in fundo, l’esame, i magistrati in pectore, i commissari da commissariare, i vigilanti che non vigilano, il collega che ritenta sei volte, la fila, il freddo, il parere, l’atto, lo scritto prima, l’orale poi, la schermatura, il cesso, il raccomandato, il figlio del magistrato, il nipote del notaio, il fratello dell’avvocato; insomma, caro lettore, ma tu, al posto mio, che avresti fatto?

Non avresti copiato, dici tu.
Bravo. Bene. Bis.
Allora sono una merda, ma copio. Finché posso, copio.

Gennaro Esposito