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La buona politica aiuta l'economia

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Il Palazzo

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Viviamo in un'epoca di declino della politica. Sono tramontati i grandi scenari, i saldi princìpi, le ambizioni legittime che fino a trent'anni fa sollecitavano i cittadini ad impegnarsi in politica, a partecipare alla vita di un partito, a votare fedelmente un simbolo, ad assegnare nelle elezioni la preferenza a un candidato meritevole per il Parlamento, il Consiglio comunale, la Regione.

Al tempo stesso il distacco dalla politica e l'astensione dalle urne si accompagnano con una dilagante insofferenza tra i cittadini verso il ceto politico e i privilegi di cui godono gli eletti dal popolo, insofferenza alimentata dagli episodi di corruzione messi allo scoperto dalle indagini giudiziarie. Al declino della buona politica si accompagna così la diffusione dell'antipolitica che nel migliore dei casi si presenta con un volto accattivante, il volto dell'onestà, condito col mito che chiunque può gestire la cosa pubblica anche se non conosce i meccanismi intricati di approvazione delle leggi, le regole per scrivere una delibera di spesa pubblica o per la gestione del personale di un Comune. Insomma a molti piace l'idea che, come scrisse a suo tempo Lenin, anche una cuoca può gestire gli affari di Stato. Purché, direbbero oggi i seguaci di Beppe Grillo, sia una donna onesta.

Politica e antipolitica fanno poi a gara per conquistare il consenso degli elettori promettendo benefici ad ogni gruppo sociale una volta con l'aumento della spesa pubblica, un'altra volta con la riduzione delle tasse. In ultima analisi sia ai politicanti sia ai loro critici sta bene che le istituzioni rappresentative e le associazioni d'interessi (come i sindacati dei lavoratori) formino un mondo a parte rispetto all'economia, rispetto alla gestione di un negozio, di una bottega artigiana, di una piccola o grande impresa.

Per sfatare questa favola secondo la quale l'economia è una materia troppo seria e delicata perché ci mettano il naso i politici, voglio citare due esempi che dimostrano come il buon governo delle istituzioni rappresentative e dei corpi intermedi (tra cui i sindacati dei lavoratori) è un fattore importante per il benessere economico della popolazione.

Il primo esempio è la disoccupazione giovanile. A Napoli e in Campania più della metà dei giovani nella fascia di età tra 15 e 24 anni non hanno un lavoro. La situazione peggiora se consideriamo poi quei giovani che non studiano e apparentemente non sono alla ricerca di un'occupazione, tra i quali i più emarginati sono coloro che hanno come titolo di studio appena la licenza elementare. I politici che governano le istituzioni rappresentative come Comune e Regione, sono tentati di reagire a questa situazione in tre modi.

Prima reazione: i politici si disinteressano del problema e immaginano che i giovani disoccupati se la cavano da sè magari con lavoretti saltuari e vivacchiando a carico della famiglia, oppure trovano un lavoro irregolare, a nero, senza un contratto.

Seconda reazione: i politici promettono, specie alla vigilia di elezioni, sussidi ai disoccupati e centinaia di posti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche.

Terza ipotesi, la più impegnativa per i politici: contrastare sul serio la disoccupazione giovanile con interventi appropriati nella formazione dei giovani e nel mercato del lavoro. Questi interventi hanno per obiettivo in primo luogo la scuola (abbattere la dispersione scolastica aiutando le famiglie povere nel sostegno dei figli a scuola), poi la preparazione professionale dei giovani investendo in laboratori e attrezzature informatiche, quindi l'attivazione di cicli d'interscambio scuola/lavoro, infine una nuova formazione per reimpiegare quanti hanno perduto un lavoro e non hanno ancora maturato il diritto a una pensione.

Le politiche del lavoro si suddividono perciò tra politiche passive (sostenere con sussidi i disoccupati estromessi dal ciclo produttivo e i cassintegrati, cioè i beneficiari della Cassa integrazione guadagni) e politiche attive del lavoro (rafforzare le capacità professionali di giovani e meno giovani per aiutarli a inserirsi nel lavoro). Praticare le politiche attive del lavoro adatte ai fabbisogni dei disoccupati e dei cassintegrati è un'operazione difficile. Richiede che l'assessore al lavoro di un Comune o della Regione sia affiancato da impiegati e dirigenti competenti, si serva di agenzie per l'impiego, utilizzi una rete informatica diffusa sul territorio per monitorare regolarmente la situazione dei lavoratori beneficiari. E' insomma un'attività che impegna tempo e risorse. Non è una missione che produce risultati immediati. Non è, per intenderci tra napoletani, un evento del tipo "frienno e magnanno".

Ciò spiega perché ai politici dei nostri tempi e dei nostri luoghi le politiche attive del lavoro non sempre sono gradite. A questi politici appare più facile riscuotere consensi tamponando con sussidi la mancanza di lavoro oppure promettendo posti di lavoro negli uffici pubblici. Con questi espedienti il problema del lavoro non si avvia a soluzione e anzi si creano alcuni malanni cronici come l'accumulo col consenso dei sindacati di una massa di persone (i cassintegrati permanenti) da sussidiare anno dopo anno. Quando poi con le assunzioni si gonfiano gli organici delle amministrazioni, non sempre i nuovi assunti sono impiegati solerti. Anzi in alcuni casi sentendosi protetti dai loro padrini politici lavorano negli uffici poco o niente e talvolta si assentano senza giustificazione (i cosiddetti furbetti del cartellino).

Il secondo esempio che serve a dimostrare che quando la politica governa correttamente le istituzioni anche l'economia se ne avvantaggia, è la gestione della finanza locale, cioè la gestione degli incassi e dei pagamenti che competono a un Comune e a una Regione. I mezzi finanziari di cui un'amministrazione locale può servirsi, sono in gran parte derivati dal bilancio dello Stato, sono trasferimenti di risorse da Roma, poniamo, a Napoli. Se dal Ministero del Tesoro non arrivano tempestivamente i quattrini necessari e per legge dovuti, il Comune non riesce a pagare neppure gli stipendi ai dipendenti comunali e delle aziende municipali. Lo stesso vale per le spese della Regione Campania, ad esempio per la spesa sanitaria che è la voce di bilancio più importante (vale più di 11 miliardi all'anno).

Il principio cardine che secondo la Costituzione regola i rapporti tra lo Stato e le amministrazioni locali, è il principio della leale collaborazione tra le diverse istituzioni, che si avvale di un'importante sede, la Conferenza Stato/Regioni e Autonomie locali, dove i Ministeri e gli Enti locali potrebbero e dovrebbero concordare i programmi d'interesse pubblico. Ma non sempre c'è collaborazione leale tra centro e periferia e lo dimostra la valanga di ricorsi che Stato, Regioni e Comuni riversano sulla Corte costituzionale per contestare reciprocamente gli uni agli altri i provvedimenti di lesa autonomia.

La conflittualità tra Stato ed Enti locali è un brutto segnale di contrasti di competenze nel settore pubblico, dei quali fanno le spese in ultima analisi i cittadini. Un'opera pubblica come la costruzione di un ospedale, bloccato da un conflitto di competenza tra Ministero e Regione, ad esempio impedisce l'offerta di un nuovo servizio sanitario.

Una buona, corretta amministrazione della spesa pubblica influisce a sua volta positivamente sull'economia del territorio attraverso vari canali. Un canale è l'effetto moltiplicativo della spesa pubblica sui redditi e quindi sui consumi dei cittadini, di quelli che percepiscono una busta paga in un ente pubblico e di quelli che lavorano in imprese private appaltatrici del settore pubblico. Un altro canale è il miglioramento dei servizi pubblici, ad esempio dei servizi sanitari dopo un investimento innovativo, cioè a seguito dell'acquisto e dell'installazione di nuovi macchinari negli ospedali.

Se i cittadini ritengono scadente la qualità dei servizi sanitari offerti in una Regione, possono tentare di curarsi altrove. La cosiddetta mobilità sanitaria, cioè il trasferimento dei cittadini da una Regione all'altra alla ricerca di servizi sanitari migliori, vede purtroppo la Campania in testa tra le Regioni che perdono pazienti a vantaggio di altre Regioni. Le Regioni che invece attirano pazienti residenti altrove, sono soprattutto la Lombardia, l'Emilia e la Toscana.

Il record negativo della sanità in Campania può essere interpretato come dovuto alle scarse risorse finanziarie affluite dal Ministero alla Regione oppure come effetto di inefficienze nella gestione sanitaria che a sua volta dipende dalla politica locale: clientelismo nella scelta dei vertici da parte dei politici con la complicità dei sindacati, lassismo nell'impiego del personale, contratti di lavoro precario, materiali e attrezzature pur d'avanguardia ma sottoutilizzati e spesso fuori uso, tutti questi elementi della cattiva politica abbassano la qualità dei servizi sanitari nel territorio inducendo i cittadini a farsi curare altrove.

Non giovano infine ad una interazione virtuosa tra le istituzioni rappresentative e l'economia locale i comportamenti di alcuni politici quando cercano di capeggiare movimenti d'opinione che si sostituiscono ai partiti nel tutelare la popolazione locale in contrapposizione al resto d'Italia. La trappola del populismo in questo modo è pronta a scattare isolando i napoletani e i campani e privandoli di credibilità agli occhi dei cittadini di territori economicamente e socialmente più forti.

 

Mariano D'Antonio ha insegnato a lungo come professore di economia nelle Università di Napoli e di Roma. Al termine della sua carriera ha ricevuto l'onorificenza di Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana.