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L'Amleto nel 2017: i rapper partenopei riscrivono Shakespeare

Scritto da Francesca Ciampa Il . Inserito in Port'Alba

CIAMPA

Dal 1 al 12 febbraio al San Ferdinando di Napoli si apre il sipario al futuro: una nuova visione della città, ormai tristemente associata alla classica immagine criminale, viene infatti stravolta in virtù di una redenzione sociale, attraverso la rielaborazione dell’opera Shakesperiana dell’Almeto. In particolare, viene ripreso il topos del figlio che cerca di vendicare l’assassinio del padre, provocando numerose stragi e giungendo alla propria stessa fine. Un tema che si rispecchia pienamente nelle vendette trasversali della camorra.

Ecco allora che Amleto, ruggente e straziato, continua tutt’oggi a chiedersi «to be or not to be?», o meglio in questi giorni si chiede proprio «sì o nun sì?». L’Amleto di Shakespeare viene rivoluzionato dal regista Davide Iodice, esprimendo il “Mal’essere” – titolo e chiave interpretativa dell’opera – della città di Napoli. Iodice sottolinea quanto non sia una questione di essere o non essere, ma di “mal’essere”, nel senso doppio della nostra lingua che dice insieme di persona cattiva ma anche di un profondo scoramento esistenziale: essere o non essere il male, piuttosto. Ritiene, inoltre, che nessuno avrebbe potuto esprimere meglio dei rapper napoletani questo malessere odierno.

A contraddistinguere la modernità dell’opera è l’avanguardia delle modalità di rappresentazione: nel cuore dell’arte contemporanea, i rapper partenopei riscrivono le leggi del teatro. La crew è formata da sei rapper, tutti napoletani, tra cui ‘O Yank, Sir (dei Fuossera), Joel, Or Rot, CapaTosta e Sha One. Ognuno proveniente dai quartieri più difficili della città partenopea come Piscinola, Secondigliano e Marianella. L’essere cresciuti nelle zone maggiormente degradate ha conferito loro la volontà di risanare e riscattare quelle zone. Stanchi delle banali associazioni tra l’immagine della propria città a quelle della malavita, Napoli e le sue periferie bramano la rinascita attraverso questo spirito di “Mal’essere” che attanaglia i cuori di coloro che vivono la città. Davide Iodice sostiene che «si può provare a dire qualcosa su Napoli scartando l’imperante e cinica oleografica criminale, questo tempo di paranze di bambini, un’estetica del male che stiamo assecondando. Le mie sono paranze vitali. La crew dei rapper che hanno scelto l’arte al posto delle pistole».

Il linguaggio altro non è che il fil rouge del messaggio che si vuole imprimere, motivo per cui Sha One sottolinea come il napoletano si trasformi, il rap tronca le sillabe e offre una nuova ipotesi di lingua. La scelta non è casuale, viene prediletto il napoletano, poiché ritenuto più fluido, diretto e penetrante rispetto all’italiano. Il napoletano non è solo un dialetto ma una vera è propria lingua, che da secoli incanta e rapisce coloro che l’ascoltano. Lo stesso Wagner sottolineò più volte il suo amore per la musicalità, quasi cantata, del dialetto partenopeo. A tal proposito, il regista precisa: «Questo Amleto non risponde a un’esigenza di localismo. Non avrei potuto metterlo in scena in italiano perché è una lingua con una carenza di visceralità. Il napoletano invece è lingua corpo, e la cadenza del rap in dialetto è la cosa più vicina oggi al blank verse della poesia classica d’Inghilterra».

La scenografia che viene prediletta è la periferia, un luogo desolato dove svetta un totem pubblicitario sul quale scorre di continuo la scritta “Ofelia Vive”. Lo slogan teatrale riprende lo slang usato nei graffiti di molte città italiane e si riferisce alla memoria, mai sbiadita, di tutte le vittime innocenti della camorra. I martiri di questa eterna battaglia non ritornano in vita, ed è da questa considerazione che nasce la frustrazione, la rabbia e il “Mal’essere” di Amleto, personificazione di una generazione alla ricerca di strumenti di riscatto come l’Arte.