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Il silenzio degli ingiusti nella notte buia dell'avvocatura

Scritto da Michele Arcangelo Lauletta e Salvatore Lucignano Il . Inserito in Il Palazzo

avvocato oscuro

L’avvocatura ha fornito alla cultura italiana, non solo sul versante giuridico, un contributo di idee e protagonisti in grado di orientare e promuovere i valori della libertà, della dignità dell’uomo e dell’avvocato.

“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” ammoniva Calamandrei. Negli ultimi vent’anni però gli avvocati italiani hanno subito un’erosione progressiva dei loro spazi di libertà e di agibilità professionale.L’avvocatura vive una crisi profondissima che è sostanzialmente identitaria, ristretta tra le chimere mercatistiche e l’incapacità di porsi, in un’epoca di profonde incertezze, come interlocutrice affidabile dei cambiamenti, nel cambiamento. All’ipertrofia numerica degli avvocati si contrappone come pendant l’ipotrofia di idee guida e di guide per le idee, in grado di governare la professione, salvaguardandone l’ autonomia e le peculiarità. Una professione che rimane intellettuale e che difficilmente può ripudiare questa natura, abbandonandosi totalmente a logiche di mercato.

La legge professionale che nel 2012 poteva segnare un passaggio importante per rilanciare una professione già in affanno, è stata invece la sua pietra tombale. Con questa legge l’avvocatura è stata infatti cristallizzata in una concezione antiquata, classista, sessista, chiusa al progresso e al futuro e soprattutto, distante da tutti i temi in grado di darle un ruolo, anche pioneristico, nello sviluppo culturale ed istituzionale del paese. Istituzioni forensi intimamente corrotte o corruttibili, hanno stretto un patto con il Diavolo, vendendo alla cattiva politica gli avvocati liberi, fingendo di contrastare potentati economici e finanziari, ma stringendo con essi, di fatto, un’alleanza tesa a concedere ai vertici delle rappresentanze forensi le poche scialuppe a disposizione, le sole in grado di far sfuggire gli imbarcati all’affondamento del Titanic.

E’ totalmente mancata la visione, la volontà di includere e difendere i più deboli. Al contrario, essi hanno sostituito il lavoro, divenendo terra di conquista per nuove forme di sfruttamento intercategoriale. Parte dell’avvocatura si è dunque riconvertita, attraverso la professionalizzazione della rappresentanza, abbandonando totalmente una visione che mirasse a costruire una classe che tenesse insieme tutti gli avvocati. Un disegno che sempre più avvocati di base cominciano a percepire e a denunciare, cercando di sfuggire alla sorte della rana bollita.

Le fratture interne alla galassia eterogenea, che solo una grottesca approssimazione può consentire di definire in modo uniforme come “avvocatura”, si sono ancora più divaricate quando la cosiddetta rappresentanza istituzionale della categoria ha occupato, “manu militari”, l’Organismo politico che per vent’anni aveva cercato di fargli da contraltare.

Regolamenti elettorali illegittimi, totalitari, cuciti addosso alle clientele che governano i Consigli dell’Ordine di tutta Italia, hanno completato il disegno, cercando di blindare le rappresentanze più risalenti e conservatrici nei loro ruoli di potere.

Un processo di disgregazione che ha generato un distacco, che ormai appare sempre più irreversibile, tra gli avvocati che lavorano, all’esterno delle istituzioni forensi, e coloro che invece fanno parte di questa “istituzionalizzazione”, che sembrano vivere in un altro mondo, lontani dalle aule di giustizia e da avvocati che non trovano alcuna rappresentanza per le proprie istanze. Gli avvocati italiani sono ormai diventati mondi che non si parlano, perché le istituzioni forensi hanno distrutto persino l’aspirazione a ricomporre la categoria in un governo unitario e plurale, capace di consentire a tutti di riconoscersi in esso, preferendo cercare sponde e privilegi presso interlocutori più potenti e potenzialmente profittevoli.

Tale mescolanza ombrosa ha generato, in un climax che sembra inarrestabile, per cecità e ottusità, provvedimenti, regolamenti e leggi che impediscono ed ostacolano, a prescindere dalle loro capacità e competenze, gli avvocati meno attrezzati economicamente, come per esempio i giovani e le donne. Detti avvocati sono così divenuti, di fatto, schiavi di un sistema che li tiene occupati, senza renderli liberi, che li impiega, senza garantirgli la sussistenza economica, che li vessa in un nugolo di imposizioni e di balzelli sempre nuovi, sempre più soffocanti ed insostenibili.

Per contrastare questa deriva, l’associazione “Nuova Avvocatura Democratica” ha intrapreso una battaglia aspra e difficile, con l’obiettivo dichiarato di rompere i confini di questo scenario mefistofelico, che lega istituzioni forensi e politica, in danno degli avvocati liberi. Oltre un terzo degli avvocati italiani sono oggi letteralmente angariati ed impossibilitati di fatto ad esercitare la professione, a causa di costi fiscali, previdenziali e logistici divenuti assolutamente proibitivi, non potendo assolutamente essere scaricati sui propri assistiti. Paradossalmente, in questo quadro, quasi apocalittico per una professione un tempo ambita e rispettata, mentre la fame sembra essere diventata la compagna più fedele dell’avvocato medio, decisioni arbitrarie ed impudiche dei vertici del Consiglio Nazionale e della Cassa di Previdenza Forense hanno istituito o aumentato per i loro occupanti stipendi faraonici, esasperando ancora di più un clima pesante, con possibili ricadute sociali assai preoccupanti.

Con l’iniziativa “digiunare per sensibilizzare” Nuova Avvocatura Democratica sta provando a lanciare un grido di aiuto alla società italiana, scavalcando le istituzioni forensi, sorde e cieche. Gli avvocati che hanno aderito all’azione stanno esponendo i loro corpi a vari rischi, sfidando fame e freddo, in un presidio permanente, dinanzi al Palazzo di Giustizia di Napoli. Nelle intenzioni di chi ha scelto questa strada, la protesta deve segnare la speranza per la proposta, riuscendo a stabilire un legame tra avvocatura di base e cittadinanza. Già, la cittadinanza, che senza un’avvocatura libera, non può trovare adeguate tutele. Le forme di lotta di Nuova Avvocatura Democratica, estreme e radicali, mirano non solo al recupero della dignità professionale per gli avvocati di base, ma a ricostruire un’alleanza tra avvocatura e società. Un’alleanza che le scelte scellerate, avide ed egoistiche dei baroni della professione hanno gravemente minato, ma che Nuova Avvocatura Democratica spera di poter rifondare, utilizzando la nascita di una nuova avvocatura come strumento per il rilancio dell’Italia.

 

Avv. Michele Arcangelo Lauletta e Avv. Salvatore Lucignano (segretario nazionale di NUOVA AVVOCATURA DEMOCRATICA)