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Napoli, città celeste dalla costellazione di cupole

Scritto da Francesca Ciampa Il . Inserito in Port'Alba

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Il tessuto urbano della città di Napoli, all’epoca della Controriforma, venne plasmato attraverso le costruzioni degli ordini religiosi più attivi sul territorio, quali i Gesuiti, gli Oratoriali e i Teatini. I dettami del Concilio di Trento determinarono perlopiù la distruzione delle architetture di età pregotica e l’adeguamento dei vecchi complessi conventuali.

In tal senso poterono salvarsi solo le grandi chiese di età angioina come Santa Chiara, San Lorenzo, Sant’Eligio, Sant’Agostino, San Domenico, il Carmine e Monteoliveto che grazie alle grandi navate furono adattate alle nuove imposizioni, motivo per cui Napoli ha pochissime testimonianze architettoniche normanne.

Il modello di riferimento fu ipotizzato in maniera tale da essere inserito all’interno del tracciato urbano greco-romano e prevedeva una chiesa con una navata unica dotata di soffitto piano e cappelle, abside rettilineo e transetto inscritto. Tale planimetria fu applicata alle imponenti costruzioni dei Gesuiti (Gesù Vecchio, San Ferdinando, Gesù Nuovo adattato all’antico palazzo Sanseverino), degli Oratoriani (i Gerolamini) e dei Teatini (San Paolo Maggiore nel tempio dei Dioscuri, Santa Maria degli Angeli e i Santi Apostoli).

Altrettanto importante per Napoli furono le numerosissime fondazioni di ospedali come Santa Maria del Popolo agli Incurabili e di congreghe o confraternite di origine laica che si occupavano a loro volta di gestire e fondare istituzioni di beneficenza. Nella seconda metà del Cinquecento ormai le strutture religiose su cui la città di Napoli poteva contare erano circa 4000 di cui un centinaio di monasteri maschili e una cinquantina di conventi femminili.

Quello che caratterizzava il panorama della città sacra fu, assieme all’altissima densità di conventi e strutture religiose, la prerogativa di acquisire le costruzioni limitrofe alla fondazione religiosa e di inglobarle o ristrutturarle per ottenere il dominio dell’intero isolato. Largo dei Girolamini corrisponde alla perfezione a questo tipo di intervento puntuale urbano che incide sulla maglia urbana determinando spazi e piazze all’interno del tessuto.

L’architettura a Napoli durante il XVI secolo poté godere del sostegno dei più grandi architetti del tempo: tra cui si ricorda Bramante per il Succorpo del Duomo e per la Cappella Caracciolo di Vico in San Giovanni a Carbonara, oppure gli architetti toscani Marmoranda e di Palmo che realizzarono in quegli anni Santa Caterina a Formello ed infine il ticinese Domenico Fontana, architetto del Regno e ingegnere maggiore.

Fu così che Napoli attirò alla propria corte anche artisti italiani che favorirono lo sviluppo delle arti pittoriche e che lasciarono contributi concreti del loro passaggio, si possono ricordare l’Assunta del Perugino per l’altare maggiore del Duomo, i dipinti di Pinturicchio, la Madonna del Pesce di Raffaello realizzata per San Domenico (ora la Prado).

Nella seconda metà del ‘500 saranno proprio Marco Pino e Giorgio Vasari che a Monteoliveto diffusero le tecniche del Manierismo che culminarono nella loro ultima espressione con le opere di ridecorazione della certosa di San Martino grazie a Giovanni Baglione e Cavalier D’Arpino. Sul finire del secolo, a chiusura di questa grande stagione artistica, memorabile fu l’attività di due grandi maestri toscani come Michelangelo Naccherino e Pietro Bernini.

Se ancora oggi Napoli viene ricordata per il suo vastissimo numero di cupole il merito è sicuramente di tutti quegli ordini religiosi, di fondazione cinquecentesca, che con la loro attiva gestione territoriale costruirono le più imponenti fabbriche religiose localizzate nelle posizioni centrali della città.