Cos’è successo in Gran Bretagna e perché è importante

Scritto da Claudio Lanza Il . Inserito in Vac 'e Press

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Giovedì 8 giugno, gli inglesi sono stati chiamati alle urne, per la terza volta in tre anni – un’abitudine che noi in Italia conosciamo bene ma che in Europa dal 2008 in poi sta dilagando.
Anche quest’anno, dopo le elezioni generali del 2015, con la schiacciante vittoria dei conservatori guidati da David Cameron, e il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea nel 2016, gli inglesi hanno votato e, per la terza volta, il risultato è stato un vero e proprio shock. Quasi tre mesi fa, Theresa May, Primo Ministro inglese, alla ricerca di una maggioranza più ampia per guidare il paese tra le acque impervie dei negoziati per la Brexit, indiva nuove elezioni e scioglieva il Parlamento – prerogativa del Presidente della Repubblica in Italia. Fino al giorno prima, la May aveva dichiarato l’esatto contrario, che a causa dei negoziati per la Brexit non era opportuno andare alle elezioni, creando così instabilità ed incertezza nei negoziati. Vero. Poi qualcuno ha commissionato dei sondaggi che si è scoperto davano a lei e al suo partito (Tory) un vantaggio schiacciante nei confronti dei labouristi di Jeremy Corbyn di più di 20 venti percentuali. Quale momento migliore per far saltare il tavolo? Si sa, la politica non è nuova a queste giravolte.

Malgrado ciò, la bomba delle elezioni è finita per scoppiarle in mano. Invece di rafforzarsi, il suo partito si è ritrovato intrappolato in un Parlamento “appeso”, ossia incapace di esprimere un governo unitario. Risultato, assediata dai big del partito rimasti fuori dalla House of Commons, Theresa May sta cercando in queste ore di difendere il suo posto di primo ministro con le unghie e con i denti, trovando una sponda amica nel Partito Unionista Democratico nordirlandese (DUP). Difficile da pronosticare se questo governo troverà luce e per quanto. Tra le fila del suo partito riscaldano i motori personaggi “di peso” come Boris Johnson (confermato ministro degli esteri), a quanto pare pronto a farla fuori, conquistando l’ambito premio di primo ministro che gli è stato precluso all’indomani delle dimissioni di Cameron. Gli inglesi, poi, non sono abituati a governi di coalizione. Probabilmente, lo saranno ancora meno quando capiranno la loro poca efficacia politica. Inoltre, il programma politico dei due partiti chiamati alle nozze non potrebbero essere più distanti: sulla Brexit, Theresa May è per una linea dura “no deal is better than a bad deal”, mentre il DUP sostiene una “soft”-Brexit. Sui temi economici e sociali poi, non può esserci abisso più grande. In due parole, i Tory sono pro austerity in campo economico e progressisti nel campo dei diritti sociali. All’opposto il DUP, che si batte per maggiore spesa in welfare, in particolare sul lato pensioni, ed ha assunto posizioni radicalmente conservatrici sui temi sociali: anti-aborto e contro i diritti LGBT.

Insomma, il risultato che esce dalle urne in Gran Bretagna consegna un debole governo di minoranza guidato da un Primo Ministro totalmente delegittimato. Ciò renderà i negoziati per la Brexit più difficili non solo per la May – questione poco rilevante per tutti quelli che pensano “se la sono cercata”, ma anche per Bruxelles, visto che si ritrova dall’altra parte un governo azzoppato, potenzialmente incapace di prendere le decisioni necessarie. A questo si aggiunge il caos in Irlanda del Nord. Senza governo e con i due partiti moderati schiacciati dal peso dei rispettivi estremi (DUP e Sinn Fèinn), il riaccendersi delle passioni in Irlanda del Nord non preannuncia niente di buono. Con la prospettiva di un governo di Londra sbilanciato verso gli unionisti del DUP – a favore di un’Irlanda del Nord all’interno della Gran Bretagna – contro i nazionalisti di Sinn Fèinn – pro indipendenza da Londra, l’Irlanda del Nord potrebbe diventare un problema serio nei negoziati per la Brexit.

Oltre al pericolo Brexit, le elezioni inglesi ci consegnano un altro dato importante: una sinistra keynesiana in Europa è ancora possibile, ed è quella guidata da Jeremy Corbyn. Se per i conservatori le elezioni si sono rivelate un mezzo disastro, il partito dei lavoratori di Jeremy Corbyn ha raggiunto vette toccate solo da Tony Blair – così amato dal nostro Segretario Matteo Renzi. Per i labour, queste elezioni hanno rappresentato una vera e propria rinascita, non solo in termini di leadership ma di consensi nel paese. Considerato come un leader poco carismatico, inadatto a guidare il paese e con un programma di governo antiquato, Corbyn ha convinto sempre di più l’elettorato inglese, da sempre filo conservatore, interpretando abilmente le speranze di un paese depresso da anni di austerità e schiacciato dalla paura della globalizzazione sfrenata e dalle ansie post-Brexit. Un risultato inaspettato, che ha superato le aspettative di tutti, soprattutto dei suoi compagni di partito, in particolare quelli con un seggio in Parlamento, da sempre ostili alla linea troppo a sinistra di

Corbyn. Lo scenario politico inglese riserverà, presto, nuovi colpi di scena. L’ascesa della sinistra di Corbyn potrebbe essere uno di questi.

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