Democrazia 2.0 e Tribunali social

Scritto da Eliana Iuorio Il . Inserito in Vac 'e Press

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In questi giorni ho riflettuto molto sul rapporto talvolta felicissimo, talaltra assolutamente infausto tra noi utenti dei social network ed il mondo dell’informazione. Il primo punto che sarebbe da chiarire, è tutto incentrato sulla diffusione di notizie – bufala, artatamente manipolate per esprimere concetti decisamente lontani dalla realtà per sostenere proprie ragioni od ideali, cosa che porta a confondere l’utente ed a credere pedissequamente nelle parole e nelle storie ivi contenute.

A spingere determinate persone a creare e condividere queste false informazioni v’è uno spirito goliardico (nella migliore delle ipotesi), ma molto più spesso, una dose di fanatismo estremo, nella convinzione che tutto intorno ci sia una fabbrica di complotti di varia natura dalla quale guardarsi, arrivando, quindi, a costruire muri divisori, castelli immaginifici ed ogni possibile sovrastruttura mentale per difendersi dalle trame oscure ordite ai nostri danni da un’entità superiore che ci governa, per poi allo stesso tempo ergersi a grandi solutori di tali macchinazioni.

Si assiste ad una sostanziale distorsione del concetto di democrazia che da principio fondamentale, per la vita di ciascun cittadino, si trasforma in un pericolosissimo gioco al massacro. La libertà di espressione, espressione prima della democrazia, è prevista dalla nostra stessa Carta Costituzionale (con i limiti previsti nel caso in cui tale condotta integri una fattispecie di reato); vivere in democrazia, oggi, bene inteso, significa che questa possa esercitarsi anche sul terreno talvolta aspro dei social o più ampiamente, sul web. A mio modo di vedere, però, occorrerebbero dei correttivi in termini di vigilanza, per quel che si pubblica e poi condivide, arrivando in talune ipotesi a diventare virale. “La stampa è per eccellenza lo strumento democratico della libertà” - sosteneva de Tocqueville; il problema fondamentale, però, è che oggi i social network non sono dotati di quel controllo tale da evitare la diffusione di messaggi non solo non veritieri, ma altamente dannosi per l’utenza e tramite questa, per la nostra stessa comunità.

Allo stesso modo, la democrazia, però, è esercitata a pieno, in quelle occasioni di confronto rispettose, negli scambi via social; ne ho avuto fortunatamente prova in questi ultimi giorni, quando davanti ad episodi di attualità dal forte impatto (mi riferisco alla decisione della Cassazione per Riina ed ai casi di morte di bambini ad opera delle madri), in seguito allo scambio di idee tra me ed il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Nola, Avv. Francesco Urraro (del quale mi onoro essere amica), ho scritto un post sul caso Riina, pubblicandolo sul mio profilo Facebook; c’è stato chi ha condiviso il mio pensiero e chi no, ma – e qui veniamo al secondo punto – senza attaccarmi in alcun modo; un confronto che mi ha arricchito e che, se potesse ripetersi in altre circostanze e per tutti gli utenti, rappresenterebbe una splendida occasione di crescita intellettuale. Non sempre, però, è così: ne sono prova i commenti ingiuriosi, razzisti, irrispettosi di milioni e milioni di utenti di tutto il mondo, ai post di politici o personaggi pubblici, quando questi – ed il più delle volte sempre per effetto di una notizia - bufala che riporta informazioni scorrette – esprimono un’idea assolutamente rispettabile, ma contraria a quella degli altri. Per non parlare delle notizie viatico per il “Tribunale del social”!

Mi hanno profondamente colpita, le storie delle tre madri - ciascuna protagonista di tre distinti episodi – accusate di aver ucciso i propri bambini. La prima, dopo averlo partorito in casa, lo avrebbe gettato dal balcone; la seconda, colpevole di aver dimenticata la propria bambina in automobile sotto il sole, per ore; la terza, rea di aver deposto il neonato in freezer dopo averlo partorito, sempre in casa. Al di là delle tre singole dinamiche, pur con l’animo colmo di pietà e commozione per la sorte di questi bambini, mi sono soffermata a pensare soprattutto alla madre della bimba dimenticata in automobile; uno sguardo sui social e la sentenza era già lì, emessa da un Tribunale inappellabile, feroce ed impietoso: “madre degenerata” è stato il commento più morbido, tra quelli che ho letto. Dal canto mio, inorridendo alla lettura di simili messaggi, non ho potuto fare altro che pensare non solo alla bambina, ma anche alla madre, provando

un’infinita, umana pietà. Mi sono chiesta in tantissime occasioni, il motivo che spinge noialtri a puntare il dito e sputare sentenze senza aver letto le carte dei processi, senza aver la minima idea di cosa sia realmente accaduto, fidandoci ciecamente di titoli ad effetto dei giornali o peggio di notizie – bufala seminate qua e là per strategia o semplice goliardìa, sul web; la risposta è sicuramente di natura sociologica e non spetta a me esprimerla in questo contesto; quel che da “quivis de populo” posso dedurre è che la democrazia – e la libertà di espressione - è un valore troppo alto per mortificarlo in tal modo e che occorrerebbe maggior rispetto e regole più incisive che indichino la condotta degli utenti sul web (e meglio sui social), fino a censurarne i comportamenti lesivi dell’altrui dignità, perché diffamatori o perché manipolatori; la tutela di natura giuridica esiste, ma il mio riferimento è ad un meccanismo di controllo antecedente, a cura della stessa proprietà del social network o di qualsiasi altro sito. Mi direte: anche questo c’è; vi risponderò che non è assolutamente incisivo, anzi, pressappoco nullo.

Non possiamo permetterci il lusso di assistere impotenti allo sgretolamento di principi e valori così importanti: è ora di intervenire. Un’idea? Bloccare l’utente scorretto e consentirgli di rientrare dopo un periodo di “servizio sociale” a favore delle tante realtà associative con scopi di solidarietà, disseminate sul territorio; talvolta, il pianeta internet ed in particolare il social, allontana le persone dalla realtà, riducendoli in solitudine: tutte le frustrazioni accumulate si trasferiscono immediatamente sullo schermo, dove si agisce come in una prateria incontrollata nella quale potersi muovere per sfogare sentimenti che magari non si riuscirebbe nemmeno ad esprimere con la medesima rabbia, se ci si trovasse in compagnia di altri, tra le gente. Occorre – secondo me - più controllo da parte dei gestori dei social che sanzionino il comportamento scorretto dell’utente e che su segnalazione e d’accordo con i servizi sociali del territorio ove quest’ultimo vive, lo invitino a partecipare alla vita collettiva ed adoperarsi per il prossimo, come in un’opera di ri-socializzazione, per disintossicarsi dal suo cattivo rapporto con il web ed i social network e ri-avvicinarsi al mondo reale; allo stesso modo, contemporaneamente, si dovrebbe agire con dei corsi di ri-educazione, tali da spiegare il comportamento corretto (la cd “netiquette”), da tenere su queste piattaforme. Solo a seguito di questa azione preventiva (davanti ad un soggetto che ha mostrato di aver appreso la lezione!), si potrà nuovamente fare richiesta di iscrizione al social. Tutto monitorato dai servizi sociali. In mancanza, davanti ad un soggetto che mostra chiaramente di non volersi ravvedere, sarà poi opportuno l’intervento degli organi giudiziari.

La “tastiera” è stata una rivoluzione ed è un’opportunità di sana comunicazione tra tantissime persone nel mondo; sta a noi, fare in modo da non lasciar trasformare questa rivoluzione in “terrore”. Uno strumento utile, il social network, ma che può trasformarsi in vero inferno, quando la condivisione di messaggi ed azioni sbagliate può arrivare a condurre in talune ipotesi, persino al suicidio; si pensi alla diffusione tra giovani di immagini, video o conversazioni allo scopo di fare pressione psicologica e violenza all’altro (atti di bullismo); alla condivisione di messaggi inquietanti come quelli del fenomeno “Blue whale”… Basterebbe il controllo, ad impedire la degenerazione di un validissimo sistema di comunicazione come quello offertoci dalle reti social. Dovremmo tutte e tutti imparare ad utilizzarle al meglio, dosando anche il tempo cui le dedichiamo giornalmente; dovremmo ritrovare la bellezza dell’incontro lontano dal web per un confronto pubblico sereno e corretto su temi sociali, politici, di cultura, attualità! Insieme ad alcuni amici ci siamo riproposti di operare in questo senso e da settembre, con il progetto “Agorà” cercheremo di tirar via un po’ di persone dallo schermo del pc e dei cellulari. D’altronde, quando si opera in sinergia, nel segno del “Noi”… Tutto è possibile! Per ora, facciamo più attenzione ed utilizziamo questi strumenti con saggezza. I nostri comportamenti provocano conseguenze nei confronti degli altri; non siamo “monadi isolate”: cerchiamo di tenerlo a mente.

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