Macron vs. Corbyn e il dibattito a sinistra in Italia

Scritto da Claudio Lanza Il . Inserito in Vac 'e Press

corbyn macron

In Francia, un movimento nato in occasione delle ultime elezioni generali, guidato da un trentenne, Emmanuel Macron, prestatosi da poco alla politica – ma con una carriera folgorante, ha prima conquistato la presidenza della Repubblica, con ampio margine rispetto ai suoi avversari, dopo di che si è assicurato una vittoria così schiacciante in Parlamento da essere vista in modo preoccupante dai più.
Un successo letteralmente incredibile fino a poco tempo fa, soprattutto per tutti coloro che vedevano nelle elezioni francesi la fine dell’Unione Europa. Al contrario, la minaccia “anti-repubblicana” chiamata Marine Le Pen, leader del partito sovranista e xenofobo del Front National, quella che ha fatto tremare le cancellerie di tutto l’occidente per mesi, si è disintegrata, perdendo il duello con Macron (europeista convinto) e conquistando solo un pugno di rappresentanti in Parlamento.

In Gran Bretagna, un leader navigato, ma dai più considerato come ineleggibile, un radicale con un passato controverso, un’attivista scomodo, pacifista tenace e sempre controcorrente – persino anti-monarchico, ha ribaltato lo scenario politico inglese, ottenendo una vittoria superiore a ogni più rosea aspettativa. In poche settimane di campagna elettorale, ha ribaltato le previsioni che davano alla conservatrice, primo ministro uscente, Theresa May, una vittoria di oltre 20 punti percentuali, privandole della maggioranza in Parlamento. Dalla frammentazione multi-partitica, anomalia non da poco per gli inglesi, l’exploit di Corbyn ha riportato lo scenario politico inglese ad un nuovo bipolarismo e, alcuni suggeriscono, ad un nuovo scontro di natura ideologica tra due forze ben distinguibili. Ciò è stato possibile solo grazie al leader, Jeremy Corbyn, e alla sua tenacia nel perseguire un programma di governo che i più del suo partito non appoggiavano, mentre è stato accolto con entusiasmo dall’elettorato inglese di sinistra. Un entusiasmo tale da essere maggiore rispetto a quello ottenuto da Tony Blair nel 1997, riportando il partito labourista al 40 % dei voti.

Macron e Corbyn. Due modelli di sinistra apparentemente alternativi. Non possono essere più diverse le strade che la sinistra ha intrapreso in questi due paesi. In Francia, l’elettorato socialista ha abbandonato il Partito Socialista, espressione dell’impopolarissimo presidente uscente François Hollande, preferendo dare fiducia al movimento “rivoluzionario” di Macron, il quale conta di superare le “divisioni ideologiche” tra centro-destra e centro-sinistra, trasformando ontologicamente la sinistra (e la destra) in una forza politica che persegue l’eguaglianza nel rispetto della libertà. Molti francesi hanno abbracciato questo progetto (tantissimi si sono astenuti), dopo aver assistito l’inesorabile fallimento della presidenza socialista di Hollande. Primo atto della presidenza Macron, fondamentale, sarà la riforma del lavoro, molto simile al Jobs Act italiano di Renzi. In Gran Bretagna, invece, Jeremy Corbyn ha puntato nella direzione opposta, rafforzando l’identità di sinistra del partito. Piuttosto che traghettare il suo partito verso il centro-sinistra (in realtà già occupato dai Liberali Democratici di Fallon), Corbyn ha proposto nel suo Manifesto un mix di nazionalizzazioni, investimenti pubblici e soft Brexit (cara ai giovani Remainer). Diversamente dalla Francia, il livello di partecipazione politica è aumentato, arrivando alla cifra record del 69%, mai toccata nel nuovo millennio.

Guardando a queste due vittorie della sinistra in Europa, il dibattito in Italia si è già aperto tra chi, sulla base dell’esperienza francese, propone di puntare verso il centro (destra), e chi afferma, al contrario, la necessità di recuperare una forte identità di sinistra, in contrapposizione alla destra. Un dibattito fatto di idee che è sempre il benvenuto, soprattutto se c’è un cantiere aperto a sinistra. Nuove idee che possono essere utili anche a livello locale oltre che a quello nazionale. Come impostare però il dibattito? Riconoscendo nel movimento di Macron una forza di sinistra (premessa non scontata), alcuni parlerebbero di uno scontro ontologico tra la sinistra di Macron, liberista, e quella di Corbyn, keynesiana/interventista; una che privilegia la libertà sull’eguaglianza (quella francese), l’altra che caldeggia la redistribuzione dei redditi (quella inglese). Se così fosse, la domanda sarebbe: meglio una sinistra liberista ma attenta ai più deboli, oppure una sinistra interventista a favore di una forte redistribuzione dei redditi? A sentire Renzi, segretario in pectore del Partito Democratico, leader della sinistra riformista in Italia, non è chiaro come identificare il PD, a favore di politiche di ispirazione liberista e, al tempo stesso, di una retorica interventista (soprattutto in ambito europeo).

Forse, le etichette del passato non riescono a cogliere la realtà di oggi. Forse, a prescindere dalle etichette, ciò che importa è riuscire a rispondere alle esigenze reali avvertite dall’elettorato. Ed è qui che mi viene in mente il “Renzi delle origini”, capace di mettere in discussione il ruolo dei sindacati, incapaci di proteggere coloro che oggi stanno peggio, quelli che un lavoro non ce l’hanno e una pensione se la sognano, intrappolati in un modo fatto di stage non pagati o mal pagati, che non vedono un futuro concreto o stabile. Insomma, i giovani di oggi. Quel Renzi, che voleva espandere le garanzie del lavoro ai non protetti, agli ultimi, ai giovani, quel Renzi dava una risposta concreta ad un bisogno reale avvertito dai cittadini. Anche grazie a questo è riuscito a conquistare il 40% dei consensi alle elezioni europee del 2014. Tuttavia, il Jobs Act è riuscito a rispondere alle aspettative? Malgrado centinaia di migliaia di posti di lavoro creati, non è riuscito a conquistare i cuori a sinistra. Un po’ come la buona scuola, finalmente un governo di sinistra che mette i soldi nella scuola, una risposta forte ad un bisogno reale, eppure la riforma viene accolta con riserva. La direzione è quella giusta, è l’implementazione che sembra convincere meno.

In altre parole, se c’è qualcosa che accomuna Renzi (quello “delle origini”), Macron, e Corbyn è la capacità di essere d’interpretare il bisogno di cambiamento, anche radicale, percepito nei rispettivi paesi. Renzi ci è riuscito per 1000 giorni. Macron ha suscitato aspettative simili e ora è atteso al banco di prova, con i sindacati sul piede di guerra. Corbyn ha ancora una lunga strada da percorrere per arrivare in cima. Quindi, quale esempio è meglio seguire, quello di Macron oppure di Corbyn? Nessuno dei due - nelle singole soluzioni, ma allo stesso tempo entrambi, nella capacità di dare risposta a chi guarda alla sinistra per vincere le ingiustizie del nostro tempo. Renzi ha sempre incolpato il matrimonio per necessità con il centro-destra di Alfano quando i suoi interventi o le sue riforme non erano ambiziosi/e quanto lui desiderava, dando l’idea che qualcosa lo abbia frenato per 1000 giorni. Giusto. E se riuscisse a vincere senza freni? Anche in questi giorni, Renzi è sembrato sempre più propenso ad un compromesso con il centro-destra – anche se dettato da circostanze “eccezionali”. Ma si può davvero escludere un compromesso a sinistra? Un compromesso vero, sincero, con chi ci sta? Forse, nell’ultimo caso, Renzi sarebbe in una posizione migliore per ripagare le aspettative dei cittadini. E poi, c’è chi è riuscito ad ottenere il fatidico 40% dei consensi, guardando a sinistra…

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