Il meridionalismo in via di estinzione

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in A gamba tesa

meridione

Ogni anno si ripete un rituale che si fa sempre più stanco: la presentazione e la discussione del Rapporto Svimez, dal nome dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, fondata nel 1946 da personaggi eminenti dell'Italia repubblicana come il socialista Rodolfo Morandi, il manager Giuseppe Cenzato, il democristiano Pasquale Saraceno, quest'ultimo a lungo protagonista dell'economia italiana dagli anni '60 in poi.

Il Rapporto Svimez per anni è stato, per così dire, la bibbia del meridionalismo, della corrente di pensiero che difende le ragioni del Mezzogiorno, la necessità di sostenere l'economia del Sud d'Italia e di promuoverne lo sviluppo.

Ho avuto la fortuna di conoscere Pasquale Saraceno quando, essendomi laureato in Economia nel 1963 e non volendo fare il commercialista, non riuscivo a trovare un impiego in un ente pubblico perchè ero bollato come comunista - erano ancora gli anni della guerra fredda e delle discriminazioni politiche a danno degli iscritti come me al Partito comunista italiano, al Pci.

Pasquale Saraceno, vicepresidente della Svimez ma soprattutto economista capo dell'IRI, la holding che allora raggruppava le imprese di proprietà dello Stato, mi aveva conosciuto perchè avevo frequentato un corso di formazione organizzato dalla Svimez sullo sviluppo dell'economia italiana. Saraceno, persona estremamente intelligente, attivo e privo di pregiudizi politici, propose a me e ad un altro napoletano, Roberto Cagliozzi, anche lui laureato in Economia, anche lui comunista, di far parte di un gruppo di lavoro per studiare i trasporti nell'area di Napoli e le ipotesi degli investimenti necessari per accrescere la mobilità della popolazione. Il gruppo di lavoro era coordinato dal professore Sandro Petriccione, socialista della corrente riformista, docente di economia dei trasporti nella Facoltà di Ingegneria dell'Università di Napoli e allora componente del consiglio di amministrazione della Cassa per il Mezzogiorno.

Cagliozzi ed io, ambedue comunisti, giovani energici e laboriosi, eravamo chiamati a collaborare con Petriccione socialista, persona di grande capacità professionale e passione politica, ad un gruppo di ricerca che periodicamente faceva capo a Saraceno, democristiano ma sopratutto studioso e stratega dell'industria di Stato. Un quartetto, posso dire retrospettivamente, di persone impegnate e effervescenti, politicamente variegato.

Il gruppo di ricerca di cui facevamo parte, lavorò per un anno realizzando un'accurata radiografia dei trasporti a Napoli e concludendo l'indagine con proposte dettagliate d'investimenti pubblici da realizzare nelle aziende locali dall'Atan (poi diventata Anm, l'azienda del Comune di Napoli), alla Circumvesuviana, alla Cumana e tracciando l'ipotesi di un'autostrada urbana, la Tangenziale, che poi sarebbe stata realizzata.

Questa prima esperienza di lavoro mi convinse che il nuovo meridionalismo del secondo dopoguerra avrebbe dovuto avere non solo una robusta anima sociale e politica (i contadini privi di terra, la classe operaia, la borghesia produttiva, alleati per battere gli interessi parassitari dei proprietari terrieri e del grande capitale industriale e finanziario che ostacolavano lo sviluppo del Mezzogiorno), ma avrebbe dovuto avere anche e soprattutto realismo, carattere propositivo, un governo sano ed efficiente degli enti pubblici. Il meridionalismo come propaganda e difesa delle popolazioni meridionali, come aspirazione alla crescita e alla trasformazione della società meridionale, insomma non era più sufficiente. Occorreva una strategia di conquista e trasformazione del capitalismo di Stato (le aziende dell'IRI e dell'ENI) e di accesso di nuovi politici al potere negli enti locali, per dare alla popolazione e ai suoi rappresentanti gli strumenti di governo dell'economia e della società del Sud. La denuncia e l'agitazione sociale non bastavano più.

Da allora, da quando oltre cinquant'anni fa mi sono cimentato con il lavoro professionale e con la ricerca dei progetti di trasformazione del Mezzogiorno, ho nutrito prima diffidenza e ho poi manifestato fastidio verso un meridionalismo protestatario e disarmato, il meridionalismo lamentoso, privo di radici politiche, di referenti sociali e di proposte operative.

Il meridionalismo protestatario, diventato via via prevalente ai nostri giorni, serve nel migliore dei casi ad alimentare la propaganda ma purtroppo porta a configurare per il Sud un futuro sempre più nero. Si lega poi alle nostalgie ricorrenti per un passato pre-unità d'Italia, ad un nuovo borbonismo che decanta le condizioni del Mezzogiorno quando al governo del Sud c'erano i Borbone.

Questo meridionalismo di facciata serve poi per additare i nemici esterni al Mezzogiorno, i centri di potere che al Nord controllano le istituzioni governandole contro gli interessi dei meridionali, ma nasconde le responsabilità delle classi dirigenti che governano il Sud, di quanti tra sindaci, presidenti di Regioni, politici che controllano gli enti pubblici, hanno il potere di governare le amministrazioni locali e le imprese pubbliche e praticano il clientelismo, l'inquinamento dell'ambiente naturale, la dissipazione dei fondi pubblici, la corruzione.

Un meridionalismo che non muove critiche alla politica locale che si pratica al Sud, agitatorio, privo di progetti plausibili di trasformazione del territorio, senza radici tra le forze sociali che spingono al cambiamento, all'innovazione, è un meridionalismo di retroguardia. Questo meridionalismo purtroppo domina sempre più la scena e non ci porta da nessuna parte.

Mariano D'Antonio, economista

Banner AIRC

Iscriviti alla nostra NewsLetter e risparmia subito 5€ sul prossimo acquisto