La "Camorra" dei mattoni di Napoli

Scritto da Francesca Ciampa Il . Inserito in Vac 'e Press

Camorra mattoni napoli

Agli inizi dell’800 iniziarono a formarsi le primissime forme di criminalità organizzata le quali avevano perlopiù lo scopo di interagire e speculare con la ricostruzione edilizia che l’Italia di quegli anni stava vivendo fortemente.

Una pubblicazione dell’Emeroteca Tucci ha riportato alla luce documentazioni mai lette prima sugli innumerevoli edifici che crollarono durante quegli anni difficili nel territorio napoletano. I palazzi si sbriciolarono su se stessi a causa di un tipo di mattone troppo fragile e non idoneo allo scopo costruttivo ma di bassissimo prezzo che la criminalità organizzata forniva agli edili. I mattoni del “Martinoli”, chiamati comunemente dai popolani “mattoni gelato” lasciavano intendere la rinomata scarsa resistenza, oltre che qualità, degli elementi edilizi in questione.

Attraverso la visione e la pubblicazione di questi documenti, e delle relative immagini, si sono analizzate le cause storiche dei numerosi crolli e cedimenti che Napoli visse nei tempi avvenire. Questa vicenda altro non è che il preludio a quella che poi sarebbe passata alla storia come “le mani sulla città”, uno dei momenti storici più bui dell’edilizia napoletana.

A seguito dei numerosi bombardamenti americani che la città visse nel 1942, diverse zone della città generando morte e distruzione. Tuttavia, sebbene un punto della città venisse colpito alcuni edifici tendevano a crollare a differenza di altri, così ad esempio, come si legge a pagina 71 del volume «Da Palazzo Gravina a Palazzo Vaccaro: 150 anni di arte letteratura e giornalismo all’ombra di due edifici postali», l’edificio monumentale del palazzo delle poste, inaugurato alcuni anni prima, attraverso la sua struttura fu in grado di resistere a tali circostanze «perché Vaccaro non l’aveva eretto usando i fragili mattoni del Martinoli, descritti con tristezza da Pasquale Villari nel 1894 (“Scritti vari”) ma con materiali di elevata qualità e adeguati impasti».

Durante i secoli scorsi, la città di Napoli fu periodicamente scandita da una serie di crolli apparentemente inspiegati. Le ragioni dei cedimenti vanno ricercate sia nella mancata adesione al Regolamento edilizio della città del febbraio del 1886, il quale risultava essere molto più flessibile rispetto a quello borbonico che in precedenza richiedeva l’applicazione di criteri antisismici sia nella precarietà dei materiali utilizzati.

Sulla natura di questi mattoni, indagò lo storico Pasquale Villari il quale prelevò uno di questi mattoni per poterlo analizzare in un laboratorio fiorentino. A seguito di numerosi esami, i risultati furono raggelanti, e come si legge nelle documentazioni pubblicate «Il materiale del preteso mattone è del tipo dei tufi vulcanici; che, rotto in schegge, si sgretola facilmente fra le dita; messo nell’acqua ne assorbe per circa 1/5 del proprio peso; arroventato si fonde superficialmente…come materiale di costruzione non si può quindi classificare fra i mattoni, se per mattoni s’intendono quelli di argilla cotta; e nemmeno, per la sua poca coerenza, può servire agli usi per i quali è prescritto il mattone».

Villari, notevolmente scosso, capii che le abitazioni crollate precedentemente, alcuni nuclei edilizi popolari, furono realizzate proprio con quei mattoni di “marzapane”. Attualmente a Napoli tutte le fabbriche realizzate in quel modo sono crollate e non vi è più alcun pericolo sotto il punto di vista tecnologico. Ciò che invece continua a preoccupare l’opinione comune è come sia stato possibile realizzare edifici con materiali così inefficienti sotto il naso di un’intera società. Quelle case popolari oggi a Napoli non ci sono più. Sono crollate.

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