Le statistiche e la realtà delle morti bianche

Scritto da Claudia Coppola Il . Inserito in Vac 'e Press

statistica

Bevi un bicchier d’acqua. Attraversa la strada, o cerca le chiavi in borsa. Secondo le statistiche, il tempo impiegato per compiere ciascuna di queste semplici azioni, circa venti secondi, è quello necessario affinché nel mondo una persona perda la vita lavorando, ed altre trecento rimangano ferite.

Statistiche di cui gli eventi delle ultime settimane, nel nostro Paese, hanno avuto l’ennesima triste conferma. Gli ultimi casi di morti bianche cui abbiamo assistito sono stati quelli dei due operai caduti da una gru mentre erano intenti ad installare le luminarie per una festa di paese, in provincia di Lucca; e quello del trentaquattrenne rimasto schiacciato da pesanti sacchi di plastica in uno stabilimento industriale vicino Bergamo. Ma si tratta, purtroppo, delle ultime voci di una lista assai più lunga.

Secondo i dati provvisori forniti dall’Inail per il 2017, quest’anno è stato caratterizzato da un aumento dei decessi sul lavoro: ad oggi, ne risultano registrati 591, il 5.2% in più rispetto al 2016.

I settori lavorativi più colpiti sono ancora quello edilizio, manifatturiero, dei trasporti ed attività di magazzinaggio e di commercio all’ingrosso. L’Osservatorio Indipendente di Bologna evidenzia la disomogeneità di diffusione di tale fenomeno. In cima alla macabra “classifica” degli incidenti sul lavoro svettano le regioni più industrializzate del Nord: Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte, seguite da Sud e Centro Italia.

La validità delle statistiche disponibili in materia è tuttavia molto relativa: non si tiene conto, infatti, del gran numero di incidenti che ogni giorno coinvolgono coloro che sono impiegati in nero, sfruttati e sottopagati clandestinamente, asserviti alle mafie e vittime, soprattutto nelle campagne meridionali, di vere e proprie forme di caporalato; disposti, pur di guadagnarsi il pane, di rinunciare alla propria sicurezza, dignità ed ogni forma di tutela lavorativa.

Sono proprio loro, gli operai, i muratori, i braccianti che la mattina presto aspettano ad un angolo di strada in periferia di essere caricati dai furgoncini in cerca di lavoratori a giornata, sono loro, i primi a tagliarsi, a rimanere schiacciati, a morire cadendo dalle impalcature o disidratati sotto al sole. E le loro morti senza volto non finiscono sui giornali, né sui registri delle statistiche, ma restano nell’ombra, nascoste sotto la sabbia e presto dimenticate.

Nel tentativo di far fronte alla crisi e di risparmiare il più possibile, sempre più aziende in Italia scelgono di tagliare le spese sulla sicurezza. Questo, tuttavia, comporta un costo sociale diretto e indiretto altissimo, stimato attorno ai 50 miliardi di Euro all’ anno.

Le proposte dei Sindacati, per far fronte a quella che è ancora oggi una vera e propria emergenza, sono ancora quelle di aumentare i controlli e le sanzioni per le aziende non in regola, e di definire nuove norme

premiali per quelle che dimostrino di lavorare in modo virtuoso e sicuro. Importante, ricordano, è anche la stipulazione di un contratto edile per tutti i lavoratori dei cantieri, che ne regoli i diritti e le prestazioni, assieme alla necessità di investire sulla vigilanza e sulla sorveglianza tecnica degli ambienti lavorativi.

Il lavoro, su cui, come ci ricorda anche la Costituzione, la nostra Repubblica si fonda, è uno dei principali doveri dell’Uomo, ma è al contempo un diritto imprescindibile, elemento importante nella definizione dell’ identità del singolo e del suo ruolo nella società; punto di partenza nella ricerca della propria felicità e realizzazione personale; ma soprattutto base della dignità.

Dimenticare la sicurezza, la serenità e la giustizia in ambito lavorativo, significa dimenticare una parte della nostra umanità, ed accettare compromessi, in questo senso, è impensabile.

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