La saponificatrice di Correggio

Scritto da Lidia Crimaldi Il . Inserito in Vac 'e Press

saponificatrice cianciulli

“Tagliai qui, qui e qui: in meno di venti minuti tutto era finito, compresa la pulizia. Potrei anche dimostrarlo ora”.
Questa è l’ultima frase pronunciata dalla serial killer di Correggio davanti al giudice.
Leonarda Cianciulli, accusata di tre omicidi della più estrema efferatezza, era un’anziana donna dall’atteggiamento mite, che si sposò e visse per molti anni ad Ariano Irpino, prima di trasferirsi a Correggio, laddove eseguì le nefandezze che la resero una delle peggiori donne assassine della storia.
Ebbe un’infanzia difficile; soffriva di epilessia e fu sempre trattata come un peso dai genitori, perché non avevano mai desiderato la sua nascita. Cercò due volte di impiccarsi, una volta arrivarono in tempo per salvarla e un’altra si spezzò la fune; poi provò ad ingoiare due stecche del busto della mamma, e mangiare cocci di vetro. Ma non accadde nulla.

Nel 1930, in seguito al tragico terremoto dell’Irpinia, la sua casa fu distrutta e decise di trasferirsi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. La Cianciulli ebbe diciassette gravidanze, ma le sopravvissero solamente quattro figli. Probabilmente, disperata da tutte queste perdite, questi quattro bambini divennero per lei un’ossessione e la sua giustificazione per le plurime turpitudini che seguirono. Difatti, agli albori della Seconda Guerra Mondiale, il suo figlio maggiore e prediletto, Giuseppe, studente di Lettere all’Università, fu chiamato a prestare servizio militare; nella mente della madre cominciarono a farsi strada pensieri sempre più tormentati, tanto che decise che per salvare la vita dei suoi figli avrebbe dovuto eseguire dei sacrifici umani. Sembra che anni prima si fosse rivolta a delle zingare, le quali le avrebbero predetto che ella si sarebbe sposata e avrebbe avuto figliolanza; ma tutti i suoi figli sarebbero morti, vedendo nel palmo di una mano il riflesso del carcere, e nell’altra quello del manicomio. Così la Cianciulli si diede alla chiromanzia, alle fatture, lo spiritismo, voleva apprendere tutti i sortilegi per riuscire a neutralizzare tali predizioni. Frequentava non di rado tre amiche, donne sole e non più giovani, che avrebbero volentieri fatto qualsiasi cosa per cambiare le loro vite. Difatti si rivolgevano a lei per farsi predire il futuro. La prima vittima fu Faustina Setti.

La Cianciulli le disse di averle trovato un marito a Pola, ma si raccomandò di non parlarne con nessuno perché avrebbe potuto scatenare delle invidie. Il giorno della partenza, Faustina si recò a casa sua per salutarla, e Leonarda le offrì il suo aiuto per scrivere alcune lettere nelle quali diceva di stare bene e che tutto procedeva per il meglio, promettendo di consegnarle lei stessa, successivamente, ai parenti. Ma la Cianciulli la uccise a colpi di scure e la trascinò in uno stanzino. Qui sezionò il cadavere e fece colare il sangue in un catino.

“Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette kilogrammi di soda caustica, che avevo comperato per fare il sapone. Aspettai che il sangue si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io”.

La seconda vittima fu Francesca Soavi, tratta in inganno da una nuova proposta lavorativa trovata da Leonarda. A lei toccò la stessa procedura: avvelenata, fatta a pezzi, sciolta e trasformata in tanti pezzi di sapone profumato. Stessa sorte ancora toccò a Virginia Cacioppo, che desiderava ravvivare la sua carriera da cantante lirica. Anche con lei Leonarda realizzò saponi e dolcetti, e la stessa disse che la sua carne era talmente grassa e bianca che i pasticcini furono migliori: “Quella donna era veramente dolce”.

Fu la cognata dell’ultima vittima ad insospettirsi dell’improvvisa sparizione, cosicché le forze armate ebbero modo di eseguire l’arresto. La Cianciulli confessò i suoi tre omicidi senza opporre alcuna resistenza, condannata a trent’anni di carcere e tre di manicomio. Davanti a magistrati ed avvocati, in soli dodici minuti, sezionò il cadavere di un vagabondo morto e procedette con le tecniche di saponificazione per dare prova che, nonostante la sua anzianità, fosse capace di compiere tutto da sola: un altro modo per difendere suo figlio Giuseppe, accusato di complicità.

Alla sua storia si sono ispirati due film, di cui “Gran Bollito” con Max von Sydow. In questi giorni l’associazione Loro di Napoli – Eventi e cultura, torna nei luoghi e sulle storie maledette della Cianciulli, in visita guidata presso il Museo di Criminologia situato all’interno dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, oggi adibito a carcere ordinario.