Campania Segreta: Cales

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Vac 'e Press

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L’antica città degli Ausoni era 2400 anni orsono di grande importanza strategica e commerciale. Oggi vi è un grande Parco Archeologico ancora tutto da scoprire.
Cales era, nel IV secolo avanti Cristo, la città più importante degli Aurunci, appartenenti, come i Sidicini che popolavano la vicina Teano, alla grande famiglia degli Ausoni, nome che veniva dato alle popolazioni Italiche che occupavano le odierne regioni di Lazio, Campania e Calabria.

Sorgeva sui resti di un’antica necropoli etrusca, di cui sono state ritrovate poche ma inconfondibili tracce, e rivestiva un’importanza enorme, sia commercialmente che strategicamente. Al confine del territorio dei Sanniti, fu conquistata dai Romani nel 335 a. C., per mano del console Marco Valerio Corvo, e contro i quali combatterono diverse guerre. Questi la usarono a lungo come presidio per tenere a bada quel duro popolo che all’epoca imperava su tutta quella zona dell’Italia meridionale.
Situata nella piana tra Casilinum ( l’odierna Capua ) e Teano, nella II guerra punica, fu teatro di aspre battaglie. Conquistata e ripersa da Annibale, a turno si schierò con i due opposti eserciti. Si ripete ciò che era successo durante le guerre sannitiche : la popolazione divisa in fazioni, la nobiltà con i Romani, e la parte più popolare con i suoi nemici. Per cui, avendo rifiutato gli aiuti richiesti contro i Cartaginesi, sia militari che economici, alla vittoria di Roma, le furono imposte severe gabelle e varie ritorsioni.
Nel II secolo a. C. Cales ritornò al suo splendore. Agricoltura e artigianato erano fiorenti, come la produzione delle “ ceramiche calene “, stampate a rilievo e decorate così da sembrare di bronzo.  Coniava monete in proprio, famosa è la Minerva/gallo, che ha l’effige della dea su di una faccia, e sul tergo un gallo. Il “ vino caleno “ era un’eccellenza ai tempi, e questa produzione la lega al presente attraverso i secoli, perché ancora fiorente.

Attualmente, nelle immediate vicinanze, sorge Calvi Risorta, piccolo centro agricolo del Casertano, che ricoprì una notevole importanza nel medio evo, finchè non fu ceduta, nel 1460, da Federico II d’Aragona a Capua. Ne divenne feudo e ne seguì le sorti.
A Calvi era molto sentito il culto di San Casto, che ne fu il primo vescovo in età arcaica, ed a lui fu dedicata, nel V secolo, la cattedrale paleocristiana,tra l’altro di grande interesse storico ed artistico.  Nei sui pressi, tramite una stradina, prima asfaltata e poi sterrata e sempre più impervia, si giunge alle rovine della città di Cales.
Sembra una caccia al tesoro, e lo è, perché fino a che, su di un terreno del tutto inadeguato, non mi trovo davanti ad un cartello che indica che sto entrando nel Parco Archeologico di Cales, credevo di essermi perso, o di essere entrato nel podere di qualcuno.
Da qui comincia l’avventura; avanzando con precauzione, fino ad infilarmi in una vera e propria galleria di vegetazione, proseguo. L’atmosfera si fa ancora più cupa quando attraverso un valico formato da mura di tufo in cui si aprono dei buchi simili a tane di animali. Documentandomi, in seguito, scoprirò che si tratta sia dei resti di una necropoli etrusca, che di gallerie, perché a Cales vi era un sistema di cunicoli sotterranei. La vegetazione diventa più rada, ed è come se avessi attraversato una porta spazio-temporale che mi ha riportato indietro nel tempo. Spezzoni di mura romane, in mattoncini rossi, fiancheggiano il sentiero.
Di nuovo sono rassicurato da due frecce, una indica il teatro, e l’altra le terme. Non sono finito nel passato come Troisi e Benigni in “ Non ci resta che piangere “.
Seguo la prima, e dopo qualche centinaio di metri, che mi sembrano chilometri, vengo premiato.
Il teatro è magnifico. Più piccolo e molto più in cattive condizioni di quello della vicina Teano. Ma è lì, e si erge solitario nel bel mezzo della campagna.
Non c’è nessuno, e questo, oltre a rendere cupa la situazione nonostante splenda il sole, mi da l’impressione di averlo scoperto io. E una certa emozione.
L’arco semicircolare delle tribune, la “ cavea “, è quasi intatta. Tutta la parte destinata al pubblico è in condizioni, se non buone, tali da poter riconoscere i “ vomitatoi “ e tutti i cunicoli di quella parte della struttura.
Al contrario, l’anfiteatro è completamente distrutto. Se ne scorgono solo le fondamenta a pianta ellittica, ma non riesco a vederle se non sulla mappa che ho fotografato all’ingresso del Parco, perché sommerse dalla vegetazione.
Dopo varie manovre, effettuate con estrema attenzione con la mia vecchia Land Rover, arrivo alle Terme.
Il panorama, dopo quello precedente, è un po’ deludente. Si vedono solo delle mura, la struttura è in maggior parte crollata, ma il classico “ bugnato “ romano le restituiscono un certo interesse.
Tutta la visita è degna di nota, perché proprio la fatiscenza del luogo e la solitudine dei posti, regalano emozioni uniche e lasciano spazio alla fantasia.
In ogni momento mi aspetto di vedere uscire da qualche anfratto Marco Valerio Corvo o un mercante in tunica bianca, perso nel tempo.

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