Due spettri si aggirano per l'Europa: Jeremy Corbyn e la fine del lavoro

Scritto da Mariano Paolozzi Il . Inserito in Vac 'e Press

Jeremy Corbyn

Fantasmi. Chiamateli cosi, perché si vedono, sono tanti ma non esistono. "Dovrò andare in trasferta quasi tutti i giorni, da Monza a Roma, da Reggio Emilia a Venezia con la mia macchina. Se chiedo il rimborso spese vengo umiliata dal capo. Non ho ticket per il pranzo, ma sono contenta: almeno non me lo rinfacciano".
1200€ al mese, la casa (in periferia) costa 600. Se ti ammali? Guarisci o guarisci. È Jessika, 31 anni di Milano, ma potrebbe essere Ciro, Francesco, Michela. E al Sud il problema s'acuisce, si mescola col nero. Nero, come il buco in cui è risucchiata una generazione intera. Nero, come il futuro che non c'è e il presente negato. L’esercito dei lavoratori fantasma, nuovi schiavi, che si confonde con l’altra falange, quella dei disoccupati. Il Lavoro: la più grossa emergenza dal dopoguerra ad oggi.

In Italia, chi ha più di 15 anni e lavora almeno due ore a settimana viene considerato occupato, rientra quindi nei dati sull’occupazione. Quei dati dopati con cui cerchiamo di tranquillizzare le nostre vite, quei numeri di cui facciamo abuso drogandoci, cercando sollievo da una realtà che, in fondo, fa schifo. Ma la questione non è ovviamente solo italiana. In un mondo che vede i lavori diminuire e la globalizzazione sfoderare gli artigli e digrignare i denti, con la robotizzazione e la razionalizzazione che travolgono tutto come un fiume in piena, si continua a fingere che sia tutto normale. Che le ricette usate fino ad oggi siano efficaci. Politiche di austerità, abolizione quasi totale delle tutele dei lavoratori e multinazionali lasciate lì, a vivere tranquillamente sfruttando (fagocitando??) incentivi e sgravi fiscali continui.

Le multinazionali e i grandi gruppi, appunto. Quelli classici e i colossi della gig economy. Da Google ad Amazon, dal Food al digitale. Sfruttano la robotizzazione per lasciare invariato il loro guadagno, in alcuni casi raddoppiarlo, ma risparmiano sul lavoro. Senza dover citare Rifkin e Keynes, basta rispolverare Marx: un plusvalore enorme, ma non redistribuito. Oggi, forse, bisogna abbracciare la sfida della costruzione di una società fondata su un lavoro diversamente inteso, partendo da una vera, profonda e giusta tassazione dei colossi che accentrano ricchezza, trovando il modo efficace e concreto di redistribuirla ai troppi poveri e nuovi poveri (middle class) che girano per le nostre strade.

E chi deve farlo, se non una nuova Sinistra autenticamente socialista?  Durante la Convention del Labour Party di ieri, Jeremy Corbyn è stato accolto come una rockstar da migliaia di persone, la maggior parte giovani. Quei giovani che si vedono negato il presente e sottratto il futuro. Perché Corbyn ha preso il 40% alle scorse elezioni ed è più popolare di Cristiano Ronaldo? Perché usa parole che non si sentono più, parole molto semplici: giustizia sociale, libertà, uguaglianza: “Prometto investimenti pubblici, aumento dei salari, nazionalizzazione di imprese vitali come acqua, energie, trasporti, istruzione universitaria gratuita. Facciamo pagare un po’ più tasse ai più ricchi e alle grandi corporation”. Facciamo presto, perché soffia un vento pericoloso in tutto il mondo. O noi o le destre populiste e xenofobe, che guadagnano ogni giorno metri di campo, mentre a sinistra cincischiamo fra una strizzatina d’occhio a destra e un passo moderatista inutile. Un passo che ci porterà presto all’irrilevanza politica, spalancando le porte a un nuovo e rinvigorito fascismo.

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