Il caso dei collaboratori parlamentari, spiegato bene

Scritto da Lorenzo Riccio Il . Inserito in Il Palazzo

2017.10.12 Il caso dei collaboratori parlamentari spiegato bene

Da qualche giorno, l’Italia ha scoperto l’esistenza dei collaboratori parlamentari. Un servizio de “Le Iene”, nota trasmissione d’inchiesta delle reti Mediaset, ha raccontato come questa professione, poco conosciuta eppure fondamentale, non abbia alcuna regolamentazione precisa: non esiste un contratto nazionale di riferimento, non vi sono compensi standard, non vi sono tutele sindacali. Tutto ciò avviene nelle più alte istituzioni dello Stato: com’è possibile? L’abbiamo chiesto proprio ad uno di loro.

Il caso può apparire di relativa importanza, in quanto tocca pochi lavoratori. Il numero preciso, però, di quanti siano, è sconosciuto. Gli uffici della Camera hanno dichiarato che vi sono circa 600 collaboratori (su 630 deputati). Il Senato, invece, non ha mai fornito informazioni, ma è logico ipotizzare una cifra che si aggiri sui 300 (essendo 315 i senatori). La mancanza di dati puntuali evidenzia come per le istituzioni gli assistenti siano dei fantasmi: non esiste infatti una mappatura del fenomeno, con dati economici di riferimento circa lo stipendio percepito.

Eppure, i collaboratori parlamentari contribuiscono ogni giorno all’attività dei politici, lavorando sugli atti, sui comunicati stampa, curando i rapporti con il territorio d’elezione. Spesso e volentieri, sono giovani, laureati, magari con master o dottorati di ricerca perlopiù in materie giuridiche. Il loro impatto diretto sulla legislazione è costante, ma silenzioso: non è inusuale che le proposte o le modifiche alle leggi portino la loro firma, anche se presentati, giustamente, a nome dei parlamentari di riferimento. Del resto, i politici non sono dei superuomini: con le agende spesso pienissime che si ritrovano, necessitano che vi sia qualcuno ad affiancarli, così come avviene in tutti i parlamenti d’Occidente.

Nella sola Campania, alle ultime elezioni nazionali (febbraio 2013), sono stati eletti 59 deputati e 29 senatori, ovviamente afferenti a diversi partiti politici. Il tema del trattamento dei collaboratori tocca dunque anche la nostra regione, motivo per il quale abbiamo intervistato uno di loro, napoletano, e componente dell’AICP, l’Associazione Italiana Collaboratori Parlamentari, che da anni porta avanti una battaglia per far si che gli assistenti vedano finalmente riconosciuti i propri diritti.

Partiamo subito con la domanda più ovvia: quali distorsioni denunciate?

Bisogna distinguere due ordini di problemi: quello dei fondi e quello dei contratti. Attualmente, non vi sono tipologie contrattuali standard per i collaboratori parlamentari. C’è chi ha un contratto a tempo determinato, chi indeterminato (grazie agli sgravi previsti dal Jobs Act), c’è chi lavora a partita IVA o chi con i vecchi Co.Co.Co., questo senza considerare i casi limite di chi lavora a nero. Il più delle volte, non vi sono tredicesime, non sono ben previste le ferie e/o le malattie, o la buonuscita. E’ tutto affidato al buon cuore del singolo politico: se sei fortunato, e lavori per una persona corretta, ti va bene. Altrimenti, problemi tuoi, come abbiamo visto nel servizio de Le Iene. Legata a doppio filo alla questione contratti vi è quella dei fondi stanziati per i collaboratori, che attualmente sono inseriti nel calderone delle cosiddette “spese di esercizio del mandato” che ogni parlamentare riceve. Questi fondi, presenti in diverse forme in ogni parlamento del mondo, servono per la necessaria attività politica, quali organizzazione di convegni e/o spese per eventuali collaboratori. Alla Camera sono 3.690 Euro al mese, mentre al Senato circa 4.000. Tuttavia, come mostrato in un recente servizio di FanPage, nel caso della Camera non vi è alcun controllo stringente sul come viene impiegata questa cifra, che è sottoposta ad un’autocertificazione nella quale si è chiamati a rendicontare la metà della somma (ossia, 1.845 Euro), sulla quale, eventualmente, verrà effettuata una verifica a posteriori. Questo “doppio schema”, con troppe zone d’ombra, dà luogo ad ovvi abusi.

Cosa proponete dunque per superare l’attuale stato di cose?

Per prima cosa, è necessario annullare il passaggio di soldi attraverso gli onorevoli, e far pagare i collaboratori direttamente dall’istituzione, una volta che il parlamentare depositi il contratto di assunzione del collaboratore presso i competenti uffici: così come avviene avviene al Parlamento Europeo, dove, per inciso, i fondi erogati agli eurodeputati sono ben più consistenti, oltre i 20.000 Euro al mese. Contestualmente, si deve prevedere una rosa di contratti attivabili, la più ristretta possibile, al fine di non dare spazio a troppa discrezionalità. Faccio un esempio: qualcuno ha mai visto due lavoratori, che svolgono la stessa funzione nella stessa azienda o istituzione, avere due contratti diversi? Non si capisce perché questa distorsione debba avvenire alla Camera dei Deputati o al Senato.

Cosa serve per attuare queste proposte?

Non serve una legge ordinaria per tutelare i nostri diritti, bensì basterebbe modificare i regolamenti di Camera e Senato: una procedura relativamente semplice. Queste decisioni vengono prese nelle riunioni interne, dove partecipano i capogruppo di tutti i partiti, i Presidenti (Boldrini per la Camera, Grasso per il Senato), i Questori, ecc. Tuttavia, se non vi è la maggioranza dei capogruppo, dunque se non si muove la politica, questa riforma resterà sempre lettera morta.

Qualcuno dice che sarebbe meglio fare dei concorsi.

E’ bene distinguere per non creare confusione: il collaboratore parlamentare non è un posto pubblico, dunque non richiede concorsi, che giustamente hanno luogo per ogni lavoro all’interno della pubblica amministrazione. Il nostro è un rapporto fiduciario con il deputato o il senatore di riferimento, ed è legato al mandato elettorale di quest’ultimo. Non è quindi un contratto a tempo indeterminato, ma anzi è molto, molto determinato. Tra pochi mesi, ad esempio, si andrà ad elezioni e molti di noi, probabilmente, resteranno senza impiego. Va bene così, sono i rischi del mestiere. Noi non chiediamo di cambiare ciò: il rapporto fiduciario è giusto che resti, è giusto che il politico sia libero di scegliersi i propri assistenti. Noi chiediamo solo che cambi il meccanismo di erogazione dei nostri stipendi, e che si metta fine all’attuale selva contrattuale.

Secondo te perché tali correttivi non sono stati ancora messi in campo?

Alla Camera, ossia dove lavoro, a mio avviso tutto ciò non è mai stato attuato in quanto il flusso di denaro che mensilmente passa per le mani di un deputato è diviso in due grandi voci di entrata: la prima è lo stipendio sic et simpliciter, che giustamente il deputato intasca, al netto dei pasti consumati, delle spese mediche, ed altre voci che l’amministrazione trattiene dalla busta paga. La seconda voce di entrata è invece proprio quella legata ad attività politiche, che, essendo fissa, spesso è più consistente dello stipendio. Questo paradosso porta a dire che qualunque iniziativa nei nostri confronti sarebbe, allo stato attuale, mettere letteralmente le mani nelle tasche di molti deputati, in particolare di chi non ha un collaboratore. Inoltre, dalle sopracitate “spese di esercizio del mandato” vengono spesso prese le somme che i partiti richiedono per il loro funzionamento. Infatti, ogni parlamentare deve versare al proprio gruppo delle cifre mensili, per pagare le sedi, i funzionari, ecc. Una voce economica che, con il taglio del finanziamento pubblico ai partiti, ha assunto un’importanza ancora maggiore. Ciò, ovviamente, causa la contrarietà dei gruppi politici, che finora si è espressa nella chiusura, in sede di riunione degli organi decisionali della Camera, ad ogni possibile riforma. Immagino lo stesso valga per il Senato.

Perché sarebbe importante raggiungere questo risultato prima della fine della legislatura?

Ogni legislatura è una storia a sé: è un po’ come se si schiacciasse il tasto reset. Ciò vale per la maggior parte delle leggi che interessano il Paese, figuriamoci per queste vicende riguardanti i regolamenti interni. Ci sono voluti quasi vent’anni per approvare una legge sul caporalato, una piaga che affligge migliaia di lavoratori; si pensi dunque a quanto ancora possa essere trascinata nel tempo una vicenda come quella dei collaboratori parlamentari che, numericamente parlando, è marginale. Ciò nondimeno, una riforma rappresenterebbe un atto di civiltà, poiché non si può chiedere ai cittadini di essere onesti e ligi alle leggi, se nelle più alte istituzioni dello Stato vi sono zone d’ombra. Ora, l’attenzione mediatica è alta, e va sfruttata per portare a casa un risultato che non riguarderà i contratti in essere di molti noi collaboratori attuali, bensì sarà un lascito a chi continuerà il nostro lavoro nella prossima legislatura. Sarebbe la conclusione più bella per il nostro impegno con l’AICP, l’Associazione Italiana Collaboratori Parlamentari.

La Presidente della Camera Laura Boldrini ha ricevuto l’AICP ed adottato una chiara posizione sulla vicenda. Invece, dal Senato e dal suo Presidente, Pietro Grasso, non è arrivato alcun commento. Vi sono disparità di trattamento per voi collaboratori fra Camera e Senato?

Camera e Senato distano esattamente 550 metri: basta andare su Google Maps e verificare. Eppure, su molte vicende, rappresentano due mondi distinti e separati. E’ incredibile come vi siano differenti norme comportamentali, di sicurezza, di gestione del personale. Ciò, a mio modesto avviso, comporta anche spreco di risorse, in quanto vi sono strutture gemelle che fanno le stesse cose, ma con modi e tempi diversi. Forse, più di presentare una legge costituzionale per proporre la modifica strutturale di una camera, come di recente si è provato maldestramente a fare, andava attuata una riforma vera, profonda, dei regolamenti parlamentari. Sarebbe stata di minore impatto mediatico, ma certamente più efficace per il Paese: il tutto a Costituzione invariata. Nonostante queste differenze, la situazione dei collaboratori è simile, anche se al Senato i fondi per le spese di mandato sono leggermente superiori, e percepisco un altro rispetto dei dipendenti verso i collaboratori. Infatti, un aspetto che spesso non si cita è anche questo: alla Camera veniamo considerati come lavoratori di serie B, e c’è un ostruzionismo latente, ma costante, verso la nostra attività. Ciò è responsabilità, probabilmente, anche delle disposizioni per l’accesso nei palazzi dal Comitato per la Sicurezza, l’organo di autogoverno interno che decide chi entra e chi no: una delle questioni evidenziate nel servizio de Le Iene. Nei fatti, noi assistenti non possiamo entrare a Montecitorio, che è il cuore dell’attività della Camera dei Deputati. Tuttavia, un assistente che non può “assistere” il deputato è menomato nelle sue mansioni, e ciò sottende anche ad un concetto pericoloso: se non ti faccio entrare, se ti limito, per me istituzione tu non esisti, in quanto non ti vedo. Dunque, se non esisti, perché dovrei preoccuparmi del tuo status contrattuale, e dei tuoi diritti? Ciò sarebbe impensabile al Senato, dove hanno un altro approccio, molto più rispettoso della nostra professionalità.

Lo scorso giovedì 5 ottobre, per la prima volta nella storia della Repubblica, siete scesi in piazza a protestare. In sostegno della protesta sono intervenuti diversi parlamentari, fra cui il Presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano, e Titti Di Salvo, entrambi del PD. 

Abbiamo riscontrato diversi gradi di disponibilità e di empatia tra singoli esponenti dei partiti, fra cui, vorrei ricordare, Anna Maria Carloni, deputata PD che lo stesso giorno ha scritto un bell’articolo su Il Mattino in nostro supporto, e Pippo Civati, che ha mobilitato tutti i deputati del suo gruppo, Possibile, portando la nostra vicenda fin dentro l’aula con delle dichiarazioni durante la seduta della Camera. Tuttavia, per cambiare la nostra condizione servono che le decisioni le prendono i capigruppo, e con questi i vertici dell’AICP stanno portando avanti una delicata mediazione.

A tuo avviso, quanto sono diffusi comportamenti scorretti da parte dei parlamentari? 

Sono a conoscenza di comportamenti profondamente scorretti, come so di contratti francamente vergognosi, anche se teoricamente legali: basti pensare che certi colleghi sono contrattualizzati con schemi che si applicano a lavoratori di ben altre categorie... e qui mi taccio. Tuttavia, i dati più precisi sulla dimensione del fenomeno sono custoditi dall’AICP, che offre assistenza legale gratuita ed anonima per chi subisce abusi. In piazza, infatti, avete visto protestare chi è più fortunato, in quanto ha un contratto solido alle spalle, probabilmente perché lavora con un parlamentare sensibile a questi temi. Presi singolarmente, ci saremmo potuti disinteressare della categoria, consolati delle nostre fortune personali. Invece, noi eravamo lì per difendere i diritti di chi, fra i nostri colleghi, non ha o non può avere voce. E’ difficile mettere la faccia su queste vicende, soprattutto quando il tuo capo è un politico, magari influente. In questo senso, la denuncia fatta a Le Iene è stato un atto di grande coraggio. Speriamo rappresenti davvero un punto di svolta, e soprattutto di non ritorno.

 

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