Alternanza Scuola-Lavoro: contro i bamboccioni o semplice specchio per le allodole?

Scritto da Francesca Ciaramella Il .

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Cos’è l’alternanza scuola-lavoro? Questa settimana discutiamo di una delle novità più consistenti della riforma Buona Scuola e delle conseguenti polemiche scatenate in tutta Italia. Con lo sciopero studentesco del 13 Ottobre si é resa evidente, per le varie compagini sindacali e politiche, la necessità di discutere una questione che da più di un anno infiamma sottobanco. Il cavallo vincente della B.S. é specchio per le allodole o solo un diamante grezzo in attesa del fantomatico taglio?

Alla Legge 107/2015 si legge che «Al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, i percorsi di alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, sono attuati, negli istituti tecnici e professionali, per una durata complessiva, nel secondo biennio e nell'ultimo anno del percorso di studi, di almeno 400 ore e, nei licei, per una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio»; si discute dunque, e credo sia necessario sottolineare questo movente, la necessità «di incrementare le opportunità di lavoro e la capacità di orientamento degli studenti». Passiamo alla nostra cartina da tornasole, l’andamento reale di questa nuova modifica legislativa .

Piace agli studenti? Piace ai genitori? Piace agli insegnanti? In fondo sono loro le pedine privilegiate di questo nuovo strano gioco, ed é a loro che la nuova offerta del governo si rivolge. Per i primi l’idea di un lavoro non pagato risulta inconcepibile, per i secondi la B.S. ha legittimato lo sfruttamento da negrieri delle grandi multinazionali, per i terzi toglie tempo allo studio e rende difficile la didattica scolastica. Potrebbe essere lecito comunque considerare anche chi é di avviso opposto, insomma chi grida al rischio «bamboccioni» e alla totale mancanza di senso pratico delle nuove generazioni. Questa minaccia aleggia sull’Italia e sui suoi giovani da prima che un Governo Renzi potesse essere anche lontanamente prevedibile, a partire insomma da un’idea maturata dagli anni ’50 in poi, che ci ha reso agli occhi dell’Europa e forse del mondo il «Paese dei Bamboccioni».

Se si sfoglia un manuale straniero che affronti la cultura e la storia italiana, si scorge un cliché prepotente e scomodo per noi connazionali: l’italiano é il « mammone » per eccellenza, il figlio che non vuole abbandonare gli agi e le carezze familiari. Ho pensato anche a questo prima di redigere il mio articolo: pur riconoscendo che nella nave della B.S. ci siano molte falle e tra le più grandi quella relativa al provvedimento scuola-lavoro, non riesco a non riconoscere che qualcosa andrebbe cambiato nella mentalità e nelle intenzioni delle nuove generazioni .

La realtà del «tutto é dovuto» é una di queste cose; e va eliminata, ma non ricorrendo a sedute di lavoro gratuito in ambienti che hanno probabilmente poco a che fare con le inclinazioni del soggetto . Come con la storia dell’algoritmo impazzito, si é partiti con un progetto buono, ma in seguito si é riusciti a deviarlo completamente mandandolo alla deriva e trasformandolo in materiale per un processo pubblico e mediatico al nuovo governo. Le nuove opportunità di lavoro vengono offuscate da scelte malsane, da accordi con multinazionali private, che non introducono il ragazzo in un ambiente formativo e costruttivo da lui liberamente scelto per rendere pratico quello che la scuola e le università vagheggiano da sempre, sottoforma di pura teoria.

Le parole che Crozza ha pronunciato a inizio mese, pur avvolte dalla solita cortina provocatoria, non escludono la verità che dietro di essa si nasconde. «Il lavoro va pagato», soprattutto se si vuole educare al sacrificio e si vuole «orientare». Non retribuire gli studenti per un servizio che offrono e per un tempo che sacrificano, vuol dire solo produrre nuovi frustrati e dunque nuovi plausibili «bamboccioni».