Come contrastare il separatismo del Nord?

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Vac 'e Press

referendum nord

Il referendum indetto in Lombardia e Veneto per domenica 22 ottobre, se vinceranno i Sì, come è assai probabile, darà un colpo al principio dell'Unità nazionale e quindi alla solidarietà tra le popolazioni dell'Italia più ricca (che è l'Italia del Nord) e le popolazioni meridionali (i cittadini che vivono e lavorano nell'Italia del Sud, nel Mezzogiorno).

Vinto il referendum, i promotori, cioè i presidenti delle giunte regionali lombarda e veneta, apriranno una trattativa col governo in carica per ampliare con una legge da presentare nel Parlamento nazionale le competenze delle Regioni, dunque per rafforzare l'autonomia degli enti territoriali in molteplici materie.

In sintesi i fautori di maggiori poteri alle Regioni, diciamo gli autonomisti, mettono al centro del loro bersaglio il cosiddetto residuo fiscale, cioè la differenza tra gli introiti che affluiscono alle amministrazioni pubbliche in conto di tasse, sopratasse e tanti altri balzelli pagati dai cittadini, da un lato, e dall'altro lato i trasferimenti che dal bilancio statale sono versati agli Enti territoriali (Comuni, Città metropolitane e Regioni) per finanziare i servizi locali. Gli autonomisti vogliono ridurre, al limite azzerare questa grandezza che in una Regione ricca (come la Lombardia) è un numero positivo, ad esempio per la Lombardia si aggira ogni anno intorno ai 50 miliardi di euro.

Ciò significherebbe ottenere due effetti: ridurre in una Regione ricca la pressione fiscale e/o aumentare la spesa pubblica locale. Insomma significherebbe trattenere localmente buona parte del potere d'acquisto, della ricchezza prodotta dai cittadini e utilizzare questa ricchezza per finanziare la spesa pubblica locale di cui questi cittadini si avvantaggerebbero.

Naturalmente questa proposta avrebbe l'effetto simmetrico di ridurre la ricchezza trasferita tramite il bilancio dello Stato ai territori, alle comunità locali più povere, che sono per lo più quelle del Mezzogiorno.

Nel Mezzogiorno, infatti, il residuo fiscale (la differenza tra le entrate affluite agli Enti territoriali e la spesa pubblica erogata localmente) di solito è una grandezza negativa e viene finanziata con trasferimenti dal bilancio dello Stato agli Enti locali.

Per comprendere le motivazioni addotte dai sostenitori del referendum, dagli autonomisti, sbarazziamoci degli slogan ammuffiti - tipico fu lo slogan dei seguaci di Bossi, il promotore della Lega Nord, dopo il terremoto di novembre 1980 che colpì Campania e Basilicata, i quali leghisti su cartelli stradali e striscioni esposti negli stadi invocavano "Forza Vesuvio!".

Il pregiudizio e il disprezzo dei meridionali ai nostri giorni ha assunto, infatti, abiti meno volgari, meno spregevoli. Oggi gli autonomisti sostengono che il nostro residuo fiscale negativo dipende certamente dalla povertà che impedisce alle nostre amministrazioni pubbliche di incassare introiti fiscali cospicui perchè i poveri non possono sopportare una pressione fiscale come quella che grava sulle spalle dei milanesi o dei veneti. Ma il residuo fiscale negativo registrato nel Mezzogiorno è sospinto soprattutto da una spesa pubblica eccessiva, fuori controllo, che si manifesta qui da noi perchè l'ambiente sociale è gravato

dalla malavita, dalla camorra, ed è inquinato dalla corruzione tollerata e diffusa tra la popolazione.

Quindi, concludono gli autonomisti che sono una variante riverniciata dei vecchi leghisti, è bene che la popolazione del Nord si appropri localmente della ricchezza che produce. E' bene ridurre e al limite annullare il residuo fiscale positivo che, se fosse lasciato allo Stato e redistribuito ai meridionali, finanzierebbe il residuo fiscale negativo dei territori del Sud e con ciò finanzierebbe la camorra e la corruzione.

Insomma gli autonomisti/leghisti tentano di travestire la loro politica con una missione di bonifica della società meridionale.

Come possiamo replicare a questo subdolo tentativo di mascherare l'egoismo municipale di questa gente rivendicando le ragioni di giustizia equitativa, la finalità di coesione tra Nord e Sud, di sostegno dei deboli ad opera dei forti, di consolidamento dell'unità nazionale?

Sarebbe fuorviante a mio avviso contrapporre soltanto motivi etici (la solidarietà sociale) all'egoismo degli italiani benestanti.

Occorrono anche argomenti e comportamenti più efficaci. Un argomento è il pericolo insito nelle politiche di maggiore autonomia territoriale, il pericolo d'indebolire il collante che tiene insieme l'unità del Paese nel momento in cui la globalizzazione dei mercati in Europa e in America si incrina e si presenta la necessità di irrobustire i pilastri di uno Stato unitario (l'amministrazione della giustizia, la tutela dell'ordine pubblico, la mobilità dei cittadini grazie al trasporto pubblico interregionale e internazionale) e dunque riemerge il fabbisogno di progetti d'investimento diffusi sul territorio e con essi il finanziamento di spese pubbliche da erogare al Nord come al Sud d'Italia.

Ma l'argomento più importante antiseparatista è la battaglia da condurre nel Mezzogiorno per ridurre e infine annullare l'influenza della criminalità organizzata e per introdurre comportamenti responsabili nella gestione degli Enti territoriali e nel controllo delle spese pubbliche locali.

Se i cittadini meridionali associati, politicamente organizzati, non si cimenteranno con questi problemi, la tentazione separatista già diffusa nel Nord d'Italia l'avrà vinta e sarà ineluttabile il nostro declino come Paese civile.

Mariano D'Antonio, economista