L’universitè n’est pas la solution pour tout le monde

Scritto da Francesca Ciaramella Il .

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“Et voilà les jeux sont faits”, direbbero i francesi. Ed i giochi sono veramente quasi fatti ora che l’enfant prodige dell’Eliseo ha confermato la sua già pronosticata riforma universitaria. La selezione dei prossimi studenti smetterà di essere il frutto di una politica del caso e si trasformerà nella caccia ai prérequis. 

Dal prossimo autunno l’egualitarismo estremo d’oltralpe che da sempre ha nutrito i sogni e gli ideali degli universitari di tutta Europa, potrebbe essere raschiato via da uno dei sistemi accademici di reclutamento tra i più contrastati di sempre.

Dal settimanale Le Point, le dichiarazioni spregiative di Macron sull’attuale totale assenza di un criterio di selezione coerente, suonano per alcuni come un attacco ai principi di egualitarismo e populismo tanto difesi in questi anni dai governi precedenti; ma talvolta, soprattutto in questioni trasversali, sarebbe più giusto che la politica mettesse da parte sospetti e complotti per giocare un ruolo il meno attivo e nocivo possibile. Perché stavolta non si tratta di stabilire se l’approvazione di questa riforma possa fare bene a un certo numero di figli di un elettorato d’élite, o se essa vada realmente a ledere i fondamenti politici della repubblica francese; ciò che si discute è l’idea stessa di diritto allo studio, e i confini tra quest’ultimo e le responsabilità personali.

Qualche mese fa a Milano, il TAR bocciava definitivamente una mozione per la “chiusura” delle facoltà umanistiche, provvedimento infelice che aveva lo scopo di diminuire l’alto numero di “parcheggiati” di questi indirizzi. E in fondo, oggi, l’utilizzo di questa espressione è così inflazionato, da rendere già da solo l’idea dell’indice di rischio che ogni anno le nuove matricole portano con sé pagando la famosa prima tassa.

La Francia non è certo estranea allo stesso fenomeno. Ma essendosi cullata per un lunghissimo tempo nella sua consapevolezza orgogliosa di essere l’unico baluardo ancora esistente del libero ingresso universitario, ha finito forse per sopravvalutare sé stessa e le reali volontà dei suoi studenti. Li ha incoraggiati con ottime borse di studio, con l’idea di un lasciapassare destinato a chiunque ne avesse un minimo bisogno, senza un vero e distinto scarto tra ricchi e poveri; ma forse così ha finito per renderli irriconoscenti, incapaci pedine dipendenti da un sistema più grande che li aveva convinti che bastasse iscriversi all’università per avere un futuro roseo.

Se fosse così Macron avrebbe forse l’unica soluzione possibile capace di arginare un problema che è principalmente culturale, più che politico o economico, nonostante i sindacati continuino a condannare l’assenza di fondi accademici, la stessa che avrebbe convinto il nuovo presidente a “fare selezione”; tra questi in prima linea c’è l’UNEF, con una petizione contro la riforma, denunciata come minacciosa e anti-populista.

Attraverso le tinte purtroppo ancora troppo fosche di questa proposta di legge, si erge l’espressione “prerequisito”, che nella libera traduzione della parola francese prérequis,

potrebbe in realtà anche significare “capacità” o semplicemente “attitudine”; ed ecco il punto cruciale della questione: chi avrebbe il diritto di stabilire quali sono i prerequisiti giusti per essere ammessi in una data università? A chi spetterebbe scegliere i candidati idonei in base alla lettura di un dossier di dati storici? Ma soprattutto chi assicurerebbe che l’umano peccare non ci metta del suo anche stavolta, partorendo i tanto temuti “favoritismi”?

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