Una Bambina (parte 3)

Scritto da Ernesto Nocera Il . Inserito in Vac 'e Press

bambi

Il fascismo era in pieno trionfo e la regola era: chi sta sopra comanda, chi sta sotto ubbidisce. Credere, obbedire, combattere era la norma.
La vita è così. Lo diceva perfino il parroco a messa: Dio lo vuole! Perciò lei accettava la sua misera condizione come un fatto naturale.

Il Signore aveva steso la sua pietosa mano su di lei evitandole miracolosamente infezioni e malattie derivanti dal continuo contatto con le immondi deiezioni della vecchia. Quando la vecchia morì, anche il suo ruolo di pulitrice si concluse.

Era troppo piccola per badare al bucato di casa che era affidato ad una lavandaia professionista che si era sempre rifiutata, inorridita, di toccare i fetidi panni della vecchia. Dopo tre anni di fatiche e umiliazioni la buttarono via come uno straccio . Chiamarono la madre, le diedero quattro soldi e la storia finì lì.

Lei però continuò ad avere un buon ricordo dei “signorini” . Gli unici che avevano avuto con lei un tratto di umanità. Quando li incontrava per strada si fermava a chiacchierare. Li andò a trovare, di tanto in tanto, anche quando crescendo divennero professionisti affermati. Essi l’accoglievano sempre con simpatia.

I guanti l’attendevano. Entrò in un laboratorio dove imparò a fare l’apparecchiatrice.

L’ambiente cameratesco la rinfrancò. Scoprì che le sue compagne sapevano cose misteriose che lei ignorava. Scoprì che tutte avevano l’innamorato col quale, a volte, si appartavano. Non capiva a fare che. Le compagne le sorridevano, con aria complice ed irridente.

“ Ma allora overo nun sai niente! Viene ccà ca t’’o spiegammo nuie!

Erano spiegazioni che la turbavano e la mettevano in imbarazzo facendola arrossire .

La prima mestruazione la gettò nel terrore, provocando nelle compagne sguaiati scrosci di risa. Si sviluppò rapidamente, come è normale nei vicoli. Prese le forme di una giovane donna snella, minuta con fianchi poco accentuati ed un bel seno alto. Gli elementi veri del suo fascino giovanile erano i lucenti capelli neri raccolti in modo da evidenziare il bell’ovale del volto, i denti smaglianti ed i suoi occhi. Neri e ridenti.

Si accorse che anche lei destava l’interesse dei giovanotti ma era timida e non li incoraggiava. Mai timida però come la sorella maggiore che avendo sviluppato un seno generoso non volle uscire più di casa per non essere ”guardata” dagli uomini.

Uscì solo quando ricorse al rimedio estremo di avvolgere quel seno prorompente, in fasce da neonato strettamente avvolte.

Venne il tempo della civetteria, delle gonne al ginocchio, delle scarpe col tacco e il cinturino, dei cappellini a”cloche”, dei capelli alla maschietta e del “Charles’’.

Lei curava il suo aspetto come una conquista della maturità mentre la sorella maggiore,per contrasto, si affidava ancora alla “capera” per il tuppo. La più scatenata era la sorella minore uscita “fuori razza “ perché era nata bionda.

Il charleston le piaceva alla follia. Una volta si buttò (audace) in una gara di charleston. Che vinse! Quando tornò a casa con la coppa la mamma gliela tolse di mano e gliela picchiò in testa.

Le vecchie del vicolo spettegolarono e mormorarono per giorni a proposito di quella figliola ‘senza scuorno’ che aveva ballato in un luogo pubblico con uomini sconosciuti. E si divertiva pure! Invece di vergognarsi! Che tempi,cummà! Che tempi! Meglio una volta, ai tempi nostri quando le figliole stavano a casa se dicevano ‘o Rusario (Cantilena che potete adattare anche ai tempi presenti nei quali quei tempi che le vecchie trovavano scandalosi ci fanno sorridere per la loro ingenuità)

La casa ruotava intorno alla nonna materna, novantenne e borbonica convinta. Detestava i Savoia, i piemontesi e “ ‘sti rrè’e mò ca songo cu ‘a pasta e no assolute comme a Franceschiello nuosto”

Una domenica mattina uscì a passeggio con le sue amiche del cuore: Assunta e Carmilina. Si era “’ncignata”: un vestito di crèpe “georgette” blu marine (blu marè), un paio di scarpe bianche e blu col tacco tozzo e il cinturino, calze di seta e una “cloche” blu col nastrino bianco. Tutto coordinato. Un paio di orecchini di perle ed una collana pure di perle artificiali, lunga, a più giri come voleva la moda. Un’ombra di rossetto ed un leggero velo di cipria. Giusto il poco che esaltava il pallore del suo viso bruno. Le ciglia lunghe naturalmente ed i suoi brillanti occhi neri non avevano bisogno di trucco. Prima di uscire si diede una controllata allo specchio girando su se stessa . Fra le risate ‘sfrogoliatorie’ dei fratellini.

Uscì contenta. Era giovane, si sentiva carina ed elegante, era domenica mattina e c’era la primavera . Che vuoi di più? La vita non può che sorridere.

Come erano lontani i tempi della sua infanzia miserabile e affamata. Ormai era una guantaia “finita”, incaricata della fase più delicata e finale della lavorazione : l’”apparecchiatura” che rendeva la merce presentabile sul mercato.

Del suo salario una parte la dava alla mamma come partecipazione alle spese di casa,una parte la metteva sulla “libretta” per comprarsi il corredo. Il resto lo spendeva per sé, con un gusto spontaneo che nessuno le aveva insegnato.

Le tre ragazze passeggiavano abbracciate e ridenti nei giardini pubblici . Sapevano che prima o poi qualcuno le avrebbe notate. Così fu. Tre giovanottini cominciarono a seguirle . Tutti e tre con la paglietta (nera a primavera!) vestiti di lino dai colori chiari e scricchiolanti scarpe nuove. Tutti e tre sottili, giovanissimi, sorridenti. Si facevano coraggio l’uno con l’altro.

Il più audace le si avvicinò con la paglietta in mano dicendole: ‘Signorina,permettete una parola?’ Lei si girò e lo guardò. Che bel sorriso aveva quel ragazzo! Come gli ridevano gli occhi! Come era tenero quel nascente baffetto!

Le regole del gioco però erano rigide: niente risposte al primo approccio.

“ Scusate ma chi vi conosce?”

“Signorina rimedio subito: Mi chiamo Peppino. A servirvi”

“Non ho bisogno dei vostri servizi! E non vi prendete confidenze che non vi do!”

“Ah! Ah! Bella e sprùceta ! Sorridetemi,per favore. Avete un sorriso incantevole!”

Il complimento le fece piacere –“ E bravo a isso! –si disse- Tene ‘a vocca ‘ev zuccaro”

“No, no,sentite : Andate via che state dando fastidio!’’

Detto con tono deciso ed un sorriso che diceva: ‘Non ti permettere di andartene. Hai capito?”

I maschietti, si sa, sono lenti di comprendonio. E prima di capire che aveva fatto colpo, Peppino ci mise qualche giorno.

La passeggiata continuò per tutto il viale mentre Assunta e Carmilina facevano le smorfiose con gli altri due.

”Signorina almeno potete dirmi il vostro nome?” “ No!”

“ Ma dove posso vedervi?”

“Pe mmò sto passeggiando come faccio ogni domenica (E chi vò capì,capisce)

Peppino si sparò il più luminoso dei suoi sorrisi.

“Va bene. Arrivederci a domenica “

Lei gli fece un sorriso che voleva essere complice e poi senza salutare, prese le sua compagne per le braccia e si allontanò impettita . Senza girarsi.

La settimana non passava mai.

La domenica successiva stessa scena, stessi giardini pubblici. Stavolta però aveva detto ad Assunta e Carmilina di non fare le stupide quando avrebbe fatto qualche passo da sola col bel Peppino che le piaceva assai .

Quando si incontrarono, perché i ragazzi erano di sentinella da qualche ora, dopo qualche scaramuccia, lei accettò di sedersi su una panchina da sola col suo Peppino che,evidentemente, aveva fatto ai suoi amici la stessa predica che lei aveva fatto alle sue compagne. Piano piano entrarono in confidenza, parlarono dei loro sogni, si guardarono negli occhi e capirono che si sarebbero amati.

Per lei Peppino era il primo uomo che le fosse piaciuto e di cui si fidò a prima vista. Sarebbe rimasto l’unico della sua vita.

Peppino era più navigato e non era nuovo a compagnie femminili.

Il suo fare, il suo sorriso, il suo modo “azzeccoso” di parlare, le fossette che gli spuntavano sulle guance quando sorrideva, tutto concorreva al suo successo con le donne.

Stavolta però non era come le altre volte. Lei era diversa. Più pulita, più semplice, più sincera nella sua ingenuità.

Se ne innamorò subito e correva ai primi appuntamenti domenicali con ansia.

Amoreggiarono un poco “ di nascosto”.

Lui la portò a qualche “matinée “ al cinema e al buio la stringeva alle spalle senza osare di più.

Il primo bacio venne mentre guardavano “ Quo vadis?” . Un polpettone di grande successo con una schiava cristiana salvata da un toro inferocito dal suo fedele e robustissimo servitore Ursus che prendeva il toro per le corna e lo costringeva a inginocchiarsi. Lacrime a tonnellate. Essi però non videro l’impresa eroica di Ursus. Si stavano baciando e per lei era,veramente, il primo bacio della sua vita.

Quando il sentimento si consolidò Peppino annunciò solennemente che sarebbe venuto casa a parlare con sua madre. La domenica successiva.

Lei corse a casa e lo disse, emozionata, alla mamma ed alla nonna.

Il venerdì ed il sabato successivi la famiglia li trascorse a pulire a fondo il basso in cui abitavano. Pavimenti, vetri, pentole e teglie di rame.Tutto doveva brillare .

I fratellini dovettero piegarsi a farsi lavare e pettinare e ad indossare camicia e pantalone. Le sorelle si misero in ghingheri e tutti trascorsero un intero pomeriggio a raccomandare alla nonna di non esagerare con le sue nostalgie borboniche e a non bere tutto il vino che avrebbero messo a tavola.

Peppino si presentò in “ alta uniforme”: paglietta, bastoncino di bambù, giacca a quadrigliè, pantaloni bianchi e scarpe alla moda, bianche e marrò e un sorriso spavaldo. Per vincere la timidezza.

La mamma lo guardò. Gli piacque ma sussurrò alla figlia : Ma pecché è accussì sicco? Culo nun ne tene proprio.

“ Mammà- fece lei arrosendo – Statevi zitta per piacere.

Lui fece la sua domanda che venne accettata.

Fare l’amore “in casa” significava non poter più uscire da soli. Voleva dire vedere fidanzata a giorni ed ore fisse e cominciare a preparare il nido andando a scegliere il legname da affidare a don Gennaro ‘o Nasone, bravissimo ebanista che ne avrebbe tratto la stanza da pranzo e quella da letto.

Lei cominciò ad andare con la mamma al Mercato per formarsi un corredo. Modesto ma bello. Perdevano giorni interi a scegliere lenzuola ricamate e no, asciugamani, tovaglie, coperte e tutto ciò che serve ad aprire famiglia. Meno male che, risparmiando come una formica per anni, lei aveva messo i suoi risparmi sulla “libretta” . Che si esaurì in qualche settimana.

Senonché, nonostante la sorveglianza, la gioventù reclamò i suoi diritti. Lei mera vergine. Ricordò sempre quei momenti con nostalgia.

Diceva, con ingenuo orgoglio, che il suo Peppino l’aveva presa che lei aveva ancora “il fiore in bocca” .Poetica espressone per ricordare la sua prima esperienza di donna.

Insomma a Peppino scappò la frizione e lei si ritrovò incinta. Affrettarono le nozze e se ne andarono felici nella loro modesta e luminosa casetta dalle parti di Porta San Gennaro.Quando arrivò il bambino si sentirono felici.

Cominciarono così un’avventura che sarebbe durata tutta la vita.

La servetta maltrattata, la guantaia sfruttata, la povera orfana affamata divenne una madre felice, accanto al suo Peppino anche se continuò a stare “nei guanti” per arrotondare le entrate di famiglia.

La vita le avrebbe riservato gioie e dolori che lei affrontò sempre con coraggio. Divenne il perno della famiglia. Tutti contavano su di lei. Anche il suo Peppino.

Dal bozzolo della servetta era nata una donna forte, pronta ad affrontare una vita difficile ma anche gioiosa. Superò la tempesta della guerra e le difficoltà del dopoguerra con sensibilità ed intelligenza. Era felice quando nelle feste canoniche si trovava intorno tutta la sua numerosa famiglia.

Quella bambina era mia madre

Banner AIRC

Iscriviti alla nostra NewsLetter e risparmia subito 5€ sul prossimo acquisto