Aniello Borrelli: ottantotto anni vissuti intensamente (Prima parte)

Scritto da Evelina Parente Il . Inserito in Il Palazzo

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Siamo insieme ad Aniello Borrelli, storica figura del PCI napoletano e di Ponticelli.

Chi è Aniello Borrelli?
È un figlio di contadini, anzi per essere precisi, l’incrocio di due famiglie: una “parulana” molto numerosa, e una di contadini. I “parulani”sono gli ortolani. A Napoli si chiamano così. Due famiglie non ricche ma agiate, specialmente quella paterna, fino al ’38 perlomeno, quando per una serie di vicissitudini fummo cacciati dalla terra. Una malattia del nonno, il capo famiglia, fece andare persa un’intera vendemmia, e alla fine ci ritrovammo senza i soldi per pagare l’affitto. Fu anche colpa del fattore che amministrava le terre del marchese. Due anni prima questo signore, si chiamava Antonio Conte, era rimasto male perché il marchese aveva ceduto a mio nonno le terre di un contadino che si era trasferito a Sant’ Anastasia. Saputo della vendemmia andata a male, fece il possibile per cacciarci e ci riuscì. Perlomeno così si diceva fossero andate le cose. Da questo momento iniziò una vita dura per mio nonno e per la nostra famiglia. Mio nonno era diventato contadino per poter sposare mia nonna Mariuccia. Prima lavorava all’Arsenale di Gianturco, ma poi decise di lasciare l’arsenale e di mettersi a coltivare la terra. Prima con la famiglia della nonna e poi in proprio. Quando fu cacciato dalla terra, si trovò nel ’38, a dover fare il bracciante a giornata. La “disgrazia”, che innescò questa serie di eventi, fu un’ernia del disco contratta a causa dello sforzo del lavoro in campagna. Oggi ci si opera facilmente di ernia del disco, allora, il nonno, rimase fermo per più di venti giorni. In quei giorni venne a piovere, e quando piove e ci sono le pigne d’uva sulle viti, bisogna che queste siano spruzzate di verderame, altrimenti l’uva marcisce. Noi perdemmo una vendemmia così. Tutte le attenzioni dei figli e di mio padre, che era il primogenito, erano rivolte a mio nonno. Il verderame non fu gettato e la vendemmia, andò perduta, ed iniziò “la disgrazia”, che come al solito non viene mai sola. Per riparare al disastro economico furono comprate delle vitelle da latte a Lettere, ma queste due vitelle risultarono sterili. E così ci ritrovammo tutti in mezzo a una via (nonni, figli e nipoti). Mio padre aveva un cavallo e pensava di poterlo usare per “tirare a campare”, ma quaranta giorni dopo gli morì anche quello. Anche per mio padre cominciò un periodo durissimo, fece prima il bracciante e poi iniziò a lavorare per le imprese “movimento terra” (imprese che raccoglievano la terra nei luoghi in cui si doveva edificare). Lavorò alla Mostra D’oltremare e nella zona dove poi sarebbe sorto il cinema Metropolitan.

E tu quando hai iniziato a lavorare?
Il mio primo lavoro, diciamo così, è stato industriarmi per non morire di fame.

Quindi cosa facesti?
Mio padre nel ’42 fu assunto nella fabbrica dell’ingegner Calzenati, il padre di Ennio Calzenati. La fabbrica messa in piedi dall’ingegnere produceva bitume e utilizzava i rifiuti della raffineria italo-americana, una piccola raffineria che durante la guerra andò bruciata. Nel dopoguerra al suo posto sorse una raffineria più grande: la Gisa. Quando l’ingegnere costruì la sua fabbrica di bitume, ebbe bisogno di espropriare la terra di una zia di mio padre, la quale non si oppose con la promessa che una volta costruita la fabbrica, mio padre sarebbe stato assunto. E così fu. Mio padre vi lavorò fino al 13 agosto 1943, il giorno dei più duri bombardamenti degli alleati su Napoli. Fu sbattuto a terra, e per lo shock non riuscì più ad andare al lavoro. In quei giorni non si riceveva più nemmeno la razione di pane giornaliera. Un giorno, di mia iniziativa, mi feci prestare cinque lire da una sorella della nonna, e mi recai a San Sebastiano a prendere un quantitativo di fichi d’india, da vendere. Successivamente, era l’agosto del ’43, andai a comprare i fichi veri e propri. I fichi ottennero più successo dei fichi d’india. Il primo anno li andai a vendere a Ponticelli sul ponte che portava alla Vesuviana, dove adesso c’è una strada. L’anno successivo mi recai a via Brin, fuori la metalmeccanica (OMF). Con i fichi, feci i primi veri soldi, e riuscì a dare un contributo vero al sostentamento della mia famiglia. I tentativi precedenti, con mandorle, noci e albicocche erano stati tentativi poco fruttuosi. Ho terminato l’anno scolastico, nell’anno ’43 -’44. L’anno scolastico, quell’anno cominciò tardi per me: il primo febbraio. E non riuscivo a ricordare come avessi preso la licenza media, poiché il ricordo più forte è a quei tre mesi che andai a lavorare all’arsenale, vicino al ponte di Luzzatti. Eravamo in tre: un giovane, un vecchio, e io, che avevo quattordici anni. Spaccavamo legna.

E così alla fine ti riuscisti a prendere la licenza media.
Si ma prima c’è stata la vicenda che ha cambiato per sempre la mia vita. Abitavo in un luogo chiamato “Fore a via Nova”. Si trovava sulla strada che da San Giovanni, portava a Ottaviano. Ogni comune aveva la sua via Ottaviano. In via Ottaviano, si acquartierò verso la fine di settembre, il terzo reggimento della divisione tedesca. Provenivano da Salerno e si acquartiereranno a Caiazzo. Siamo nei giorni che precedettero le quattro giornate di Napoli. Già c’era stato qualche tentativo di rastrellamento. A via Ottaviano furono presi una decina di giovani. Alcuni poi riuscirono a scappare da Marcianise, dove furono convogliati, a Napoli. Erano iniziate le quattro giornate a Napoli e anche a Ponticelli. La mattina del 29, una camionetta andò nella masseria dove io ero nato a prelevare animali da macello. A Ponticelli arrivò la notizia, e i giovani si appostarono verso Cenzo dell’Arco. Alcuni tedeschi furono feriti ma riuscirono a scappare e portarono la notizia al reggimento. E nel pomeriggio iniziarono gli scontri.

Ci furono alcuni morti in combattimento, fra cui due tedeschi, che furono sotterrati a Somma Vesuviana in un giardino privato, quando gli altri se ne andarono.
Il 30 mattina, a fine mattinata,i tedeschi vennero con carrarmati e autoblindo e fecero quella che io reputo essere la prima strage nazista avvenuta da queste parti.
Dove abitavo io, abitavamo in duecento persone. Trenta di queste furono giustiziate con un colpo alla nuca. Il 31° sarei dovuto essere io. Presero cinque ragazzi fra i tredici e i quattordici anni, io ne avevo tredici e mezzo. Quattro furono giustiziati.

I palazzi sulla strada, avevano anche l’accesso alla campagna. Vi si accedeva attraverso un cancello. Ognuno di loro fu portato a quindici metri dal cancello e tutti furono finiti con un colpo alla nuca. Infine entrarono nel mio palazzo. Il mio era l’unico palazzo che aveva il soprattetto, in napoletano “o’ suppigno”. Lì si erano rifugiati cinque giovani per scappare alle retate e ai rastrellamenti. Noi abitavamo al primo piano. Quando entrarono mi presero. Io sarei voluto scappare, ma mia madre mi costrinse a rimanere con loro, pensando che ero troppo piccolo per essere giustiziato. Prima dell’arrivo dei tedeschi, avevamo nascosto mio padre dentro uno stipo a muro, con un armadio davanti. I tedeschi vennero due volte, ma poiché mio padre era già svenuto, non sentendo rumori sospetti, non riuscirono a trovarlo. Soltanto la sera a mezzanotte, quando anch’io ero ritornato a casa, andammo a rimuovere l’armadio. Mio padre era svenuto, ma con un po’ d’acqua e d’aceto, riuscì a rinvenire. Ma torniamo a me. Mi videro e mi presero, appunto e mi domandarono se sopra il suppigno c’era gente che si nascondeva. Per quanto pieno di paura, risposi che non c’era nessuno. Mi costrinsero ad andare in campagna a prendere una scala per salire. Io andai il più lontano possibile a prendere la scala. Nel frattempo i giovani che si nascondevano riuscirono a fuggire, saltando nell’abitazione a pianoterra. Quando i tedeschi arrivarono nel suppigno, trovarono i vettovagliamenti, così mi condussero nella campagna vicino, per uccidermi. Il soldato che doveva spararmi fu chiamato da un superiore, quando si fu allontanato sei o sette metri, me ne scappai. Fui mitragliato, ma i colpi se li presero tre enormi alberi di nespolo. Non ho mai visto alberi di nespolo così grandi. Scappando, sulla strada, vidi i corpi di un padre e di un figlio e di un altro amico giustiziati. Non li dimenticherò mai. Correvo nella terra che era stata zappata, e c’erano i corpi di questi morti con il colpo dietro alla nuca. Fui così spaventato da questa scena, che corsi a nascondermi nel deposito di un giardiniere, il cui figlio veniva a scuola con me. La sera la moglie del giardiniere si accorse che avevo la febbre altissima. Subito chiamò mia madre che stava nel palazzo a fianco. “ Venite addu me, o’ figli vuost’ tene a freva a 41 e miezzo! “. Avevo solo tredici anni e mezzo e lo spavento di aver visto i cadaveri di tre amici, mi fece salire una febbre enorme.

Poi arrivarono gli americani e come ti ho già detto, prima fui assunto e poi fui licenziato, perché ero proprio “guaglione”. Il primo febbraio tornai a scuola e presi la licenza media di avviamento professionale.

Quando nacqui a fianco a me c’era la figlia di un contadino che era sposata con un operaio specializzato della metalmeccanica OMF. Dopo aver finito la terza media mio padre si rivolse a lui, erano amici di famiglia, e gli chiese se poteva aiutarmi. Andai a lavorare all’OMF dove ho fatto quattro o cinque anni di esperienza lavorativa e politica.

Come furono le prime esperienze politiche?
Partecipai con un ruolo importante alla prima occupazione di fabbrica che avvenne ad ottobre del ’48, dopo le occupazioni. Già prima di allora avevo acquisito un ruolo importante. Andai insieme a sette giovani comunisti a rappresentare la mia fabbrica. Uno di questi compagni, Ninì Staiano, è morto qualche mese fa. Siamo rimasti soltanto in due. Ninì Staiano, allora era già segretario della commissione interna.

Già eri entrato nel partito comunista?
Sono entrato nel partito quando sono entrato in fabbrica. Fra il ’43 e il ’45, ho frequentato qualche volta la sezione del partito comunista di Ponticelli, ma ero ragazzo senza lettere e non mi sentivo impegnato. Invece mi sono sentito impegnato quando sono entrato in fabbrica e mi hanno dato la tessera. In fabbrica non c’era posto in metalmeccanica e mi mandarono nella fonderia, in una delle due fonderie che esistevano nella fabbrica. In genere i “masti” che lavoravano nelle fonderie erano analfabeti. Io ero il più istruito e quindi, pur non avendo ancora l’età, mi diedero la tessera e mi elessero segretario della cellula.

Grande scuola quella comunista, che dava valore a chi possedeva una maggiore istruzione! E poi cosa succede?
Da giovane segretario andai a queste due manifestazioni enormi. Le avanguardie garibaldine, allora erano un’associazione paramilitare, che non faceva manifestazioni, ma vere e proprie adunate. La più imponente delle quali fu nel settembre del ’47. L’associazione delle avanguardie garibaldine, era stata messa su da Secchia dopo la manifestazione di Livorno. Ci fu una grande manifestazione, ma poi la direzione del PCI capì di che cosa si trattava, e da lì cominciò la sfortuna di Secchia, che poi fu mandato a fare il segretario regionale. L’adunata di Genova delle avanguardie garibaldine, non era perciò una manifestazione organizzata direttamente dal partito.

L’evento più importante di questo periodo per me però, un episodio che mi ha molto segnato, è stato quando Berlinguer, segretario della FGCI venne a consegnare le onorificenze, la domenica prima che terminasse l’occupazione della fabbrica, appunto nel ’48. La causa dell’occupazione della fabbrica erano state le elezioni vinte dalla DC. Il clima era molto teso. Allora eravamo convinti che la democrazia fosse solo un compromesso temporaneo che poi dovevamo superare con la rivoluzione. Nel ‘48 in fabbrica mandarono a casa il direttore e il vicedirettore. Il direttore era il padre di Massimo Caprara, e il vicedirettore era l’ingegner Bertoli, un compagno che è diventato consigliere comunale e senatore, e capogruppo a Napoli del consiglio comunale. Fu mandato un direttore di nome Fierro, un provocatore. Prima la fabbrica era rosso scuro. Vi lavoravano alcuni che erano stati comunisti nel corso del fascismo. Un segretario, Gennaro Rippa, che venne dopo Sereni fu arrestato negli anni trenta e la fabbrica, che era molto rossa, fu normalizzata. Questo per dire che nella fabbrica c’era una tradizione di lunga durata. Ma torniamo al ’48, quando per tenere sotto controllo il clima politico, fu sostituito il direttore. Il nuovo direttore si faceva vedere dagli operai con addosso una pistola. Quando entrai nella metalmeccanica fui testimone della provocazione su un operaio specializzato di nome Antonio Esposito, detto Baffone, che abitava a Ponticelli. Vedendo la provocazione, Baffone prese il direttore per il cravattino e lo accompagnò fuori. L’industriale chiamò la serrata e noi occupammo la fabbrica. Fu la prima fabbrica occupata. Io svolsi un ruolo organizzativo e politico importante e la cosa rimane per me un’esperienza indimenticabile. La domenica prima della fine dell’occupazione venne a Napoli Enrico Berlinguer, a consegnare al teatro Bracco, ai Ventaglieri, la bandiera dell’emulazione comunista. Io uscii dalla fabbrica occupata per andare a ritirare l’onorificenza, con l’impegno, cosa che feci, di rientrare. Ritirai la bandiera dalle mani di Enrico Berlinguer. Alla presidenza c’era Andreatta, ma quelli che ricordo con vivezza particolare sono Napolitano e Berlinguer, appunto. Napolitano era membro della segreteria provinciale, addetto al lavoro di massa per le fabbriche e per le categorie. Mi feci anche una fotografia con lui che fu pubblicata dalla Voce, giornale che allora già c’era a Napoli. Qualche volta devo andare all’emeroteca con l’aiuto di Berardo Impegno, dove i vecchi giornali sono consultabili, e vedere se riesco ad avere la fotografia. La fabbrica fu incendiata nel 49. Soprattutto perché partecipammo al Congresso di Livorno e all’adunata di Firenze e per il ruolo chiave che avemmo durante l’occupazione del 48.

Allora mio padre non lavorava. Davide Cortese che era il dirigente della commissione interna, (dopo diventò anche segretario della FIOM), tentò di salvarmi, ma il Dott. Borgia presentò il fascicolo sul mio conto. E nonostante mio padre fosse disoccupato, fui comunque licenziato. Avevo solo vent’anni, anzi li dovevo ancora compiere. Era il '49. Mi misi a cercare lavoro, ma faticavo a trovarlo. Fui salvato dal fatto che mi chiamarono per la leva. Mi feci due anni e quattro mesi in marina e tornai a Napoli alla fine del ’51. Fino ad allora nelle fabbriche e nelle navi anche, c’erano le cellule del PCI. Le cellule cercavano la maniera di organizzare un’azione e avevano rapporti anche con la Federazione. In quegli anni c’era un clima molto particolare e correndo rischi, anche a La Spezia, dove stavo, riuscii a ristabilire i rapporti con il partito. Io ero stato assegnato ai rulli, alle vettorine, queste cose qui, mentre un mio amico di Ponticelli era di stanza all’incrociatore Garibaldi. Fu lui a dirmi che si stava organizzando una cellula, perché sulle navi lavoravano gli operai delle fabbriche. Già quando partivano per la leva erano organizzati, per cui era più facile aggregarsi. Si provava a fare la rivoluzione. Allora sulle navi c’era il mito della corazzata Potiëomkin.

 

CONTINUA

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