Esperanza di PD. La comunità è una assenza

Scritto da Osvaldo Cammarota Il . Inserito in Il Palazzo

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Definire il PD una “comunità” è un abuso del termine. La comunità è un bisogno sociale antico e moderno. Sarebbe interessante trattarla come assenza. Se, infatti, ci chiedessimo cosa manca per “fare comunità”, sapremmo subito che cosa deve costituire il PD per essere credibile nella più ampia e complessa società che esso stesso aspira a governare.

 

Tra la gente del Centrosinistra diffuso, fare comunità è un bisogno, ma resta una speranza. Cosa manca? Nel PD di Napoli, ad esempio, manca la cognizione condivisa della platea degli iscritti. Per il congresso si è preferito lasciare la questione a contese locali, pur sapendo che questa prassi ha procurato danni in TUTTE le primarie e le votazioni interne svolte a Napoli, sin dalla fondazione del PD.
Manca, poi, un estabilishment in grado di dirigere il Partito nel suo insieme; prevale, da sempre, la tendenza a celebrare prove di forza, a geometria variabile, tra parti di esso. Manca la fiducia.

Condivisione e fiducia rimangono pur sempre i fattori basilari di una comunità, benché la società moderna ci porti a superare il concetto tradizionale di “comunità” fondato su territorio e legami di prossimità.
La prima mancanza è facile da colmare. C’è un’anagrafe nazionale degli iscritti. Perché lasciare alle trattative locali la dignità e la libertà delle persone che hanno aderito al PD?

Più interessante mi sembra ragionare sulla crisi di fiducia tra i dirigenti locali, tra essi e nei rapporti con gli iscritti.
Non c’è dirigente, militante, simpatizzante del PD che non dica: “bisogna tornare tra la gente”.
Quanti lo fanno? Come lo fanno? Io credo che lo facciano in molti, ciascuno a suo modo.

Il modo prevalente è la coltivazione di gruppi di interessi. Naturalmente è legittimo, ma è di buon esempio al “fare comunità” nella società moderna? Per nulla a mio parere.
Nella società moderna gli interessi sono dilatati e polverizzati a misura di individuo. Più che la centralità della persona prevale il centralismo dell’ego, dell’individuo. Sono mutate le dinamiche dei conflitti: sempre meno tra “classi” (ormai difficilmente distinguibili), sempre più tra “alto” e “basso”, tra “centro” e “periferia”, tra “stato” e “territorio” … Il conflitto polverizzato non produce benessere per la comunità, anzi minaccia la convivenza civile.

Forse, il nuovo bisogno di Comunità emerge proprio per questo.

Un Partito che voglia governare i conflitti della società complessa del nostro tempo, non deve certo esasperarli al suo interno; deve ricercare soluzioni. Se ne è capace diventa credibile.

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