Vincent Van Gogh nel manicomio di Saint Paul: Di Martino ripercorre i turbamenti interiori del pittore di girasoli

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Mostre

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Nello splendido scenario della Basilica monumentale San Giovanni, venerdì 24 novembre, si sono alternate due diverse -e parimenti intese- manifestazioni artistiche. Entrambe aventi un unico protagonista: Vincent Van Gogh.

Da un lato, la mostra immersiva dedicata all’artista di Zundert. Si tratta di una sequenza di proiezioni digitali che danno vita alle tele di Van Gogh, mediante immagini in movimento. Le mura della Basilica si fondono con le opere pittoriche, formando un crogiuolo artistico di straordinaria potenza. In primo piano: la pittura. Tutto il resto è fuori, o meglio si trova al di là dello spettacolo digitale.

Oltrepassando la mostra immersiva, sdraiato su un letto di ospedale, Vincent in carne ed ossa aspetta il visitatore, completando un’esperienza a 360 gradi. Si tratta di Vincent Van Gogh nel manicomio di Saint Paul, ultimo lavoro teatrale del regista Mirko Di Martino, con Claudio Fidia e Laura Pagliara. Lo spettacolo fornisce uno spaccato della vita di Van Gogh, attraverso il dialogo tra quest’ultimo e un’infermiera del manicomio che lo ospita a Saint Paul.

Vincent iniziò a disegnare in tenera età, dimostrando da subito forte sensibilità artistica, che però emerse nel suo massimo splendore solo in seguito. Il pittore rimase costantemente ostaggio di una forte depressione, che lo condizionò per tutta la vita. Fu così che Van Gogh cercò conforto nella fede. Sullo sfondo, la figura del padre, pastore calvinista.

Nel 1876 il protagonista partì in missione per Borinage, con l’intento di prendersi cura di una comunità di minatori. In un contesto di miseria e di malattia, si affievolì la fiducia dell’artista verso le istituzioni religiose, sicché, stavolta, Vincent cercò conforto nella pittura.

Rincasato dalla missione evangelica, altre figure si muovono come ombre nella vita dell’autore. La cugina, che proverà in tutti i modi a sposare, e –soprattutto- Théo, suo fratello, da cui l’artista dipese emotivamente ed economicamente. Con Théo il pittore mantenne un rapporto epistolare da Saint Paul; nelle sue lettere, Van Gogh provò a spiegare al fratello la sua condizione di recluso, manifestandogli la forte necessità di tornare a casa.

In Vincent Van Gogh nel manicomio di Saint Paul, Di Martino dà atto dei profondi turbamenti dell’artista, delle sue angosce e delle sue propensioni autolesioniste. In un unico atto da 35 minuti, emerge nitida la tensione emotiva che il pittore sviluppa con l’ambiente esterno; un contrasto ineluttabile, che condusse Vincent alla follia, dunque al letto di un manicomio.

Il regista ripropone una dialettica a lui cara, che perfeziona ed –in parte- stravolge: la dicotomia arte ed artista. Mettendo in scena i diversi lavori sulla vita di Frida e di Artemisia, Di Martino scelse di collocare la pittura in primo piano; ciò non solo come necessità espressiva, ma come punto di vista essenziale per comprendere l’artista. Al contrario, in Vincent Van Gogh nel manicomio di Saint Paul l’arte è sullo sfondo. Stavolta, l’artista è al centro dello spettacolo: solo comprendendo la sua vita è possibile interpretare le sue opere.

Come un’epifania, al termine della rappresentazione, lo spettatore comprende il senso della pittura di Vincent. Nonostante i colori forti, accesi, dietro ogni sua opera si scruta un’ombra di profonda angoscia. Quest’ultima è visibile negli alberi che si contorcono, nelle distese di grano tagliate da una ferita rossa e sanguinante. E’ come se, nelle sue tele, Van Gogh esprimesse il suo tormento, lo stesso che Di Martino inscena sul palco.

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