Riforma delle Municipalità di Napoli: here we go again!

Scritto da Fabio Di Nunno Il . Inserito in Napoli IN & OUT

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Correva l’anno 2005, quando il Consiglio comunale di Napoli approvò una riforma che fuse le 21 Circoscrizioni della città in 10 Municipalità, riunendo delle aree omogenee tra loro con una popolazione media per ciascuna di quasi 100.000 abitanti, con un Presidente, una Giunta ed un’assemblea di trenta consiglieri.

Alle Municipalità furono assegnate competenze sulla manutenzione urbana di rilevanza locale (strade minori, fogne, edifici pubblici come le scuole elementari e medie, aree verdi, mercati, ecc.), sulle attività sociali di assistenza sul proprio territorio, sulle attività riguardanti la scuola, la cultura e lo sport di interesse locale, sulla gestione dei servizi amministrativi a rilevanza locale, il commercio, l’artigianato, i servizi demografici, il traffico e l’igiene urbana. La riforma coinvolse anche il sistema elettorale delle Municipalità, accrescendone il valore politico, con un meccanismo che prevede l’elezione diretta del Presidente da parte dei cittadini e l’attribuzione di un premio di maggioranza alla coalizione che lo sostiene. Nel corso degli anni, però, l’azione delle Municipalità sul territorio è andata via via deteriorandosi e si sono aperte discussioni e proposte di riforma dell’attuale assetto istituzionale.

Vincenzo Moretto, consigliere comunale di Prima Napoli, ha presentato una proposta di iniziativa consiliare che contempla una riforma dell’assetto delle Municipalità della città di Napoli. Ebbene, fin dalla premessa la proposta attira qualche perplessità. Innanzitutto, si fa riferimento al fatto che la «stragrande maggioranza dei cittadini» chiede «organismi agili, snelli, sburocratizzati, più efficaci ed efficienti, di modo che le scelte riguardanti il loro territorio non siano ostaggio di veti a volte contrapposti fra loro». Basta chiacchierare con le persone per strada per capire invece che la stragrande maggioranza dei cittadini si disinteressa o quasi disprezza le istituzioni locali, dalle quali chiede semplicemente l’erogazione di servizi essenziali per vivere in tranquillità e con dignità: riparazione di carreggiate e marciapiedi, spazzamento delle strade, cura del verde pubblico, potatura degli alberi, mezzi pubblici efficienti, tutela della legalità con la presenza costante dei vigili urbani.

Ancora, la premessa fa riferimento all’attuale crisi economica su scala mondiale, che imporrebbe «una riduzione, improcrastinabile, di quelli che sono gli elevati costi della politica». Il ritornello della riduzione dei costi della politica è, però, ormai, un ritornello stonato, dato che la razionalizzazione della spesa pubblica passa innanzitutto per l’efficientamento della macchina amministrativa (dipendenti, spese ordinarie, riscossione delle imposte, ecc.). In un Paese dove il Segretario generale del Senato ha uno stipendio maggiore di quello del Presidente della Repubblica, dire che la crisi economica mondiale imponga una riforma delle Municipalità di Napoli suscita una certa ilarità. Infine, ritenere che una riforma amministrativa possa risolvere il problema di veti (che di per sé sono contrapposti) tra i consiglieri è se non altro ingenuo.

Il testo della proposta di riforma contempla poi la figura di un presidente del Consiglio Municipale (ad oggi è il Presidente della Municipalità che presiede il Consiglio), con due vicepresidenti, nonché la riduzione da 30 a 20 del numero dei consiglieri, in modo da ridurre di 100 unità il loro numero totale in città (la riforma del 2005 già comportò una riduzione di oltre cento consiglieri). Consiglieri che, è bene ricordarlo, sono democraticamente eletti da cittadini che spesso, già prima delle votazioni, domandano favori banali. Resterebbe il Presidente della Municipalità con la sua Giunta. L’elezione sarebbe a doppio turno, quindi aumentando ulteriormente il carico democratico sul Consiglio che, però, dando per scontato che questo sia composto da persone irresponsabili, dovrebbe riunirsi solo 4 volte al mese salvo emergenze (le commissioni fino a 6), eliminando il gettone di presenza (cosa che non è riuscita neppure al Governo Monti), prevedendo solo un rimborso ai datori di lavoro degli eletti, ma istituendo un fondo economale per i gruppi consiliari.

La riforma vorrebbe quindi ridurre il numero delle Municipalià, riunendole in 5 «Macro Aree». Guardando la mappa che ricalca la proposta, risalata subito all’occhio una Macro Area che dovrebbe aggregare i quartieri di Mercato, Pendino, San Giuseppe, Porto, Vicaria, San Lorenzo, Secondigliano e Miano; Secondigliano e Miano? Sì, proprio loro, che sono geograficamente staccati dal resto dell’accorpamento. E che dire del quartiere di Bagnoli, che sarebbe sganciato da Fuorigrotta, con il quale ha sinergie logistiche e culturali, per finire con Soccavo, Vomero e Arenella?

La proposta di riforma ancora non centra il vero problema, che è quello del decentramento amministrativo: dovrebbe esserci una ripartizione chiara di funzioni (ad esempio cura di tutti gli alberi e non solo di quelli fino ad 8 metri, tutte le strade, ecc.) per le quali il Comune di Napoli dovrebbe assegnare delle risorse congrue e certe o, perché no, autonomia fiscale. Il tutto, poi, dovrebbe rientrare nel più complesso assetto della Città Metropolitana di Napoli, ancora imperfetto.

A questo punto, dando per scontato che il problema siano i politici e non l’apparato amministrativo e tecnico, potrebbe essere più facile cancellare semplicemente le Municipalità con un tratto di penna. I cittadini ne risentirebbero ben poco. Certo, ne risentirebbero molti consiglieri, che sarebbero restituiti agli affetti familiari, forse a scapito delle rispettive famiglie, o al vagabondaggio.

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