Ricerca Scientifica in Sanità, una svolta epocale

Scritto da Chiara Ciardiello Il . Inserito in A gamba tesa

legge

La Legge di Bilancio, approvata in questi giorni in via definitiva al Senato, prevede una svolta epocale per i professionisti della Ricerca Scientifica che operano negli IRCCS pubblici e negli istituti zooprofilattici (IZS): i ricercatori ed il personale di supporto alla ricerca entreranno a far parte di una apposita sezione del contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Sanità.

Sono trascorsi ben 13 anni dalla emanazione della “Carta Europea dei ricercatori”, che regolamenta la natura dei rapporti tra i ricercatore e datore di lavoro in tutti i paesi dell’Unione Europea, ma fino a questo momento in Italia nessuna modifica ai contratti di lavoro o ai regolamenti degli enti di ricerca era stata apportata per applicarne effettivamente i principi.

Secondo quanto indicato nella Legge di Bilancio 2018, i ricercatori ed il personale di supporto alla ricerca potranno accedere tramite concorso ad un contratto a tempo determinato di 5 anni (che prevede valutazione annuale di idoneità secondo criteri stabiliti dal Ministero della Salute e della Pubblica Amministrazione, in accordo con le sigle sindacali maggiormente rappresentative), con possibilità di un unico rinnovo per altri 5 anni (previa ulteriore valutazione). Al termine di questo percorso, i suddetti istituti potranno inquadrare a tempo indeterminato, anche in ruoli di dirigenza, il personale giudicato idoneo nel corso di questa decade (5+5 anni). Tra le novità, tutti coloro che abbiano maturato un’anzianità di servizio di almeno 3 anni negli ultimi 5 anni, i vincitori di bandi pubblici competitivi nazionali, europei o internazionali e ricercatori residenti all’estero, potranno essere contrattualizzati dagli istituti. Il Ministero della Salute stanzierà 19 milioni di euro nel 2018, 50 milioni nel 2019, 70 nel 2020 e 90 nel 2021 per supportare economicamente l’attuazione di quanto stabilito da parte di IRCCS ed IZS.

Dunque, grandissime novità, che purtroppo per noi non attirano molto interesse mediatico. Nel paese dove fa molta notizia pubblicare la lettera del cervello in fuga di turno che ha trovato realizzazione all’estero, o del povero diavolo che subisce una vita di umiliazioni italiane pur di inseguire il suo sogno scientifico, o di quell’altro che alla fine molla tutto e cambia mestiere, le notizie vere e concrete con grande impatto sulla prospettiva di carriera di un’intera generazione, non generano pathos.

Eppure questo risultato, con i suoi piccoli e grandi limiti, è frutto di un lungo dialogo con le istituzioni da parte dei professionisti impiegati nel settore esclusivamente con contratti a progetto e che hanno avuto il coraggio e “lo stomaco” (diciamolo pure!) di restare in Italia. È una piccola vittoria dopo anni di totale invisibilità dei suddetti ricercatori agli occhi dei governi che si sono succeduti (Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi se li consideriamo dall’emanazione della Carta europea dei ricercatori). È il segnale che, seppur con grande ritardo, il disagio di un’intera, giovane classe di professionisti si è articolato in esigenze precise che hanno trovato una risposta nelle istituzioni. Ed è essenziale anche sottolineare che questo risultato non sarebbe stato possibile senza il coinvolgimento in prima linea, di medici affermati che credono in un’idea di ricerca sanitaria internazionale e libera da etichette di stampo lobbistico tipiche della mentalità italiana, che hanno contribuito a relegare i ricercatori (soprattutto non medici) in una dimensione ingiustamente subordinata.

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