Dopo la vicenda Bellomo, è ancora giusto candidarsi per un “richiesta bella presenza”?

Scritto da Francesca Ciaramella Il . Inserito in Vac 'e Press

CIARAMELLA

Francesco Bellomo è l’uomo che è riuscito a rendere legale, quasi in punta di piedi, tutto quello che va contro l’etica, la morale e come direbbero gli americani “il politically correct”. Richiesti minigonne e obbligo di nubilato, garantiti umiliazione pubblica e penali da pagare per le inadempienti borsiste aspiranti magistrati: ecco l’idea di questo maître della magistratura, protagonista del grande scandalo che ha chiuso il 2017!

L’ex magistrato ordinario ricopriva la carica di direttore scientifico della società di Diritto e Scienza con sede a Bari, grazie alla quale si occupava di allenare numerosi neo-avvocati per il concorso in magistratura. Almeno questo è ciò che risultava da atti e pratiche oltre che dall’immagine illustre che insieme ai suoi collaboratori aveva tentato di mantenere. Già nel 2016 una serie di ostacoli avevano quasi sabotato Bellomo e la sua attività di superficie: prima una denuncia e poi segnalazioni varie, prevedibili conseguenze della prima. Niente però di così esplosivo da danneggiare la perfetta facciata della scuola e della rivista omonima a essa associata, di cui l’intraprendente “coach” controllava anche la rassegna stampa. Con contratti-ricatti era riuscito a tirare su un’invidiabile ricchezza, e si intende non solo in danaro. Grazie alla firma di alcune particolari clausole, le vincitrici di borsa potevano strizzare un occhio alle loro possibilità di riuscita future: avrebbero scritto sul CV di aver lavorato per Bellomo, di aver contribuito alla florida attività scientifica della rivista prendendosi a carico la gran parte della redazione degli articoli (anche questa tra le clausole imposte), e con un po’ di fortuna forse sarebbero anche riuscite a superare l’agognato concorso. Quello che le tende dell’ufficio del magistrato nascondevano, era un’attività ludico-ricreativa esecrabile, almeno per alcune delle borsiste. Alle altre invece spettava solo vestire con abiti succinti e non appendere mai il tacco al chiodo, perché a chi vogliamo darla a bere? In alcuni ambiti lavorativi l’abito fa certamente il monaco!

Da circa una settimana alcune compagini del web si sono trasformate in schieramenti militari, a causa dell’ennesima mina vagante: un avvocato casertano, complice lo studio legale, ha pubblicato un annuncio di lavoro in cui era espressamente richiesta una figura femminile laureata, di bella presenza e possibilmente single. Dopo aver attirato l’attenzione dei movimenti femministi e di una buona parte della comunità Facebook, l’avvocato ha confessato di aver semplicemente tentato un esperimento, rivolto a verificare quante donne avrebbero presentato candidatura, “infischiandosene” dell’elemento discriminatorio. Secondo l’improvvisato antropologo la provocazione avrebbe raggiunto un risultato più che inaspettato, confermando quanto la formula “richiesta bella presenza”, sia ormai culturalmente e socialmente connaturata nel sistema del reclutamento online e non sortisca più il minimo sconvolgimento, venendo spesso semplicemente spacciata per una semplice richiesta di decoro e pulizia.

Quando a dicembre Bellomo ha fatto ben parlare di sé, spontaneamente abbiamo tutti preso le difese della prima donna disposta a denunciare, la borsista ridotta in un letto d’ospedale a causa delle frequenti pressioni del magistrato per il ritiro della pratica. Una faccenda degenerata e diventata virale, capace di urtare il nostro senso del pudore e la nostra idea del “buon costume”. Eppure, quante altre donne hanno accettato e continuano ad accettare di nutrire spontaneamente, e senza la minima costrizione, lo stesso culto dell’immagine e dell’edonismo, minando esse in primis la loro credibilità e la loro personalità? Sarà giusto continuare ancora ad accettare ruoli lavorativi o privati che discriminano le capacità e il valore femminile, in favore di una più utile “bella presenza”?

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