Lo scippo - racconto di Ernesto Nocera (pt 2)

Scritto da Ernesto Nocera Il . Inserito in Letteratura

NOCERA RACCONTO

Gennaro restò colpito dalla lettera. A. lui mai nessuna ragazza aveva scritto una lettera così. Anche perché nel suo ambiente ben poche sapevano scrivere e perciò evitavano di farlo. Poi di veri amori non ne aveva avuti. Rapporti con le ragazze sì, tanti. Sempre però fugaci avventure di puro sesso, senza tremori di passione. Quando qualcuna di esse aveva pensato, dopo, di aver acquisito qualche diritto su di lui aveva subito messe le cose in chiaro: Niente pretese , sennò “aria”!

Man mano che si addentrava nella lettura cominciò a nascergli nel cuore una indefinita malinconia. La delusione di non aver mai avuto una donna così che sapeva esprimere con tanta dolcezza il suo amore. Capì che gli era mancata un’esperienza importante.

Per qualche sera passò il tempo a leggere e rileggere quelle lettere ed ogni volta trovava un particolare, una frase, un ricordo che gli faceva provare una sorda invidia per quell’Aldo che aveva deluso una ragazza così sensibile.

Nel suo ambiente non avrebbe mai avuto una ragazza del genere.

Donne capaci di passioni violente, possessive fino al delitto, sì. Non quella dolcezza di sentimenti che rendevano l’amore bello e coinvolgente. Qualcosa di molto meglio e soddisfacente delle relazioni da una botta e via. Qualcosa che ti entrava dentro e si impadroniva della tua vita.

Decise di rivederla. Sapeva l’indirizzo. Sapeva dove fosse la facoltà di Lettere. Vi fece un’incursione per conoscere il calendario delle lezioni. Fortunatamente per lui, i ragazzi hanno un modo di vestire uniforme per cui quando si aggirava per la facoltà nessuno poteva accorgersi che era un intruso. Dopo qualche settimana la vide, accompagnata da un bel ragazzo moro. I due discutevano piano, ma si vedeva che fra loro c’era tensione. Li seguì con discrezione. Li vide rifugiarsi in un angolo appartato del corridoio. Uno di fronte all’altra. Lui che col capo e con le mani faceva segni di diniego e lei che, guardandolo con occhi di disperata passione, non osava toccarlo e tormentava con la sua mano bianca dalle lunghe dita affusolate, i bottoni del suo giacchettino che apriva e chiudeva meccanicamente, come un tic, cercando di contenere con quell’atto ossessivamente ripetitivo, il dolore e l’ansia che la tormentavano. Avrebbe volentieri picchiato quel ragazzo ma si allontanò con discrezione per non far notare la sua presenza.

Più passavano i giorni, più leggeva quelle lettere, più si innamorava di Elena e più capiva che si trattava di un amore impossibile.

Troppe cose li separavano. Avrebbe dato un anno di vita per una carezza di quelle bianche mani.

Intanto, anche se trascurata, la sua vita “professionale” si svolgeva come al solito perché la sopravvivenza ha le sue regole. Si era aggiunto un timore però: il pensiero che un possibile arresto gli avrebbe impedito di vederla gli sembrava terribile.

Ormai di Elena sapeva tutto: gli orari delle lezioni,i ritmi della sua vita, le uscite con le amiche. L’aveva seguita, con discrezione, fino a casa sua e aveva scoperto che usciva poco e sempre con le stesse due o tre amiche. Aveva scoperto che quando camminava per la strada col passo elegante delle lunghe gambe affusolate destava l’ammirazione degli uomini alla quale era totalmente indifferente.

Sapeva che a volte passava da Feltrinelli a Piazza dei Martiri a osservare e sfogliare libri. Una volta che la vide guardare e riguardare un certo libro, quando lei si allontanò lo prese e lo comprò. Era un manoscritto trovato a Saragoza di un certo Potoski. Ogni sera ne leggeva una decina di pagine. Un po’ coinvolto dalla storia, un po’ coinvolto dall’illusione che leggendo quel libro che a lei era piaciuto, potesse entrare nella sua vita, col suo immaginare le cose.

Gennaro queste cose le sentiva ma non riusciva ad esprimerle. Neanche a sé stesso. Capiva però che quello,era un mezzo semplice per tenere idealmente un legame con una donna che ignorava la sua esistenza e che gli entrava sempre più nel cuore.

Sua madre notò questo ”strano” interesse per la lettura e se ne meravigliò. Ancor più si meravigliò nel notare che Gennaro stesse spesso a casa a leggere quel libro e quelle misteriose lettere che teneva con tanta cura chiuse in un cassetto. Da donna capì che sotto c’era un amore ma non aveva il coraggio di chiedere al figlio le ragioni di quelle evidenti trasformazioni.

Il desiderio di Gennaro era così pressante che a volte sognava, nel rileggere le lettere che al posto di quell’Aldo fosse scritto Gennaro.

Ce n’era una in particolare che leggeva e rileggeva:

“Amore della mia vita,
caro dolcissimo amore, stasera sono stata presa da una strana, dolce malinconia. Pensavo ai giorni passati con te. Ai nostri intensi e passionali giorni e non capisco l’opposizione dei miei. I miei genitori sono orgogliosi di me, dei miei successi accademici ma sono ostili al mio rapporto con te. Mi è sembrato di capire che deriva da un astio antico con i tuoi. Trovo francamente ridicola una storia tra Capuleti e Montecchi nel 2017. Ma i miei sono irremovibili. Però mentre io resisto vedo che tu ti sei arreso. Questa è la mia malinconia. Ti stai allontanando e non hai il coraggio di dirmelo. Se mi amassi davvero ti opporresti come faccio io. Invece no, non lo fai.

Non mi deludere Aldo, lotta con me per noi due. Se mi lasci il mio dolore sarà grande. Non voglio commuoverti. Voglio il tuo amore non la tua pietà.
Ti amo
Elena

Gennaro capì quale fosse la ragione della separazione e si disse che se quella famiglia respingeva quel ragazzo cosa mai avrebbe detto di lui? Da buon napoletano decise di non preoccuparsi di cose di là da venire. Piuttosto doveva creare le condizioni per un approccio. Bisognava creare quell’occasione. Ebbe un’idea audace. Si mise d’accordo con Pasquale, il suo socio; Pasquale le avrebbe fatto uno scippo ad un suo segnale in un posto stabilito sui normali itinerari di Elena. Lui sarebbe intervenuto e Pasquale, facendo un po’ di “teatro” sarebbe scappato, lasciandogli la borsa. Al resto avrebbe pensato lui. Per due otre giorni seguirono la giovane donna per trovare l’occasione propizia. Gennaro intanto andava in giro vestito in modo giovanilmente elegante, conservava ancora il gusto dei vecchi napoletani di vestire con semplice eleganza.

Non badò a spese. Andò da Cilento, facendosi consigliare e acquistò un mezzo guardaroba di disinvolto abbigliamento elegante, adatto a un bel ragazzo. Perché Gennaro, fisicamente parlando, era proprio un bel ragazzo: altezza media,capelli e occhi neri, una barba fitta che gli rendeva bluastre le guancie, glabro nel torace e con un fisico scattante ed agile, adatto alla sua” professione”.

Tutto andò come previsto a vie dei Mille. Pasquale colpì, Gennaro intervenne subito. Finto contrato e mentre Pasquale si allontanava a gran carriera, lui, premuroso, si accostò a Elena e la aiutò ad alzarsi da terra e le diede la borsa. Lei lo guardò con interesse e gli disse con voce morbida e gentile: “La ringrazio, è stato coraggioso.”

Nel sentire quella voce il cuore di Gennaro squagliò.

Rispose con altrettanta cortesia, controllando il linguaggio: “Niente di che signorina, ma con questi delinquenti la vita a Napoli è difficile.”

- rispose lei - è la seconda volta che mi capita e - aggiunse con un dolce sorriso - non vorrei che diventasse un’abitudine.”

Spero di no - disse Gennaro - Anche perché non penso di essere presente. Altrimenti mi costringe a farle da guardia del corpo. A proposito: mi chiamo Gennaro Acampora.”

Lei, di rimando, stringendogli la amano che le veniva porta, disse: “Piacere. Io mi chiamo Elena Frajese”.

Signorina - disse Gennaro - la vedo ancora sconvolta dalla disavventura. Posso offrirle qualcosa al bar mentre controlla il contenuto della borsa?

Era un’offerta naturale e gentile. Lei accettò.

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