Gli insegnanti nella scuola italiana tra passato e presente

Scritto da Francesca Ciaramella Il . Inserito in Port'Alba

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Circa una settimana fa ho letto del diciassettenne casertano che si è lanciato sulla sua insegnante impugnando un serra manico, perché preso da un raptus.

Quel giorno ho iniziato a chiedermi cosa stessero pensando tutti gli studenti dell’istituto Ettore Majorana di Santa Maria a Vico (Caserta), e che movente cercassero per spiegare un atto così degenerato, i membri del corpo insegnanti. Infine una concomitanza di alcuni fattori mi ha fatto tornare alla mente un celebre punto di domanda: “Avete presentato la scuola come un male e dovevano riuscire a amarla i ragazzi?”.

Sono le parole dell’immancabile Don Milani quelle che sgorgano dalla provocazione delle righe precedenti, anche se solo un Don Milani strumentalizzato e funzionale alla apertura del nostro ideale dibattito. Una coincidenza assordante mi spinge a citare questo personaggio: essendo quest’anno il cinquantesimo della sua morte, l’Italia (quella dabbene) ha già in serbo più iniziative per commemorarlo. Un’occasione d’oro per verificare i rinnovamenti auspicati dal grande riformatore nell’attuale e personalissima congiuntura dell’istruzione italiana.

In Lettera a una professoressa il priore sosteneva la necessità di ridare vigore e spontaneità all’educazione scolastica, e lo faceva calcando il gap tra poveri e ricchi: ci raccontava di orfanelli costretti a studiare seduti a una sola tavola rotonda ascoltando le parole di giovani precettori, infinitamente riconoscenti per il solo fatto di aver scampato il rischio di pulire “la merda della stalla”; non dimenticava però i figli dei borghesi, i Pierini, in scuole di prima categoria, con divise nuove di zecca e una voglia di studiare di uguale intensità, ma di segno opposto. Benché avesse scelto di rivolgersi a una professoressa lasciava trasparire un certo risentimento per le istituzioni, il sistema educativo ufficiale e coloro che ne vivevano i vantaggi: i borghesi. Un documento pedagogico che sprigionava scintille di attivismo politico e denuncia sociale, un testo che riconosceva soprattutto una responsabilità collettiva.

Oggi la scuola italiana ha eliminato le gerarchie, con l’istituzione dell’istruzione secondaria unificata nel 1962, ma si avvia forse a sviluppare un male peggiore: una diffusa tendenza al qualunquismo. Negli anni in cui Don Milani scriveva la suddetta lettera, la scuola aveva almeno il merito di rivendicare con forza (forse a volte troppa) il proprio ruolo istitutivo. Amava ricordare costantemente ai suoi alunni quanto meschino e noioso fosse studiare, e quanto difficile e impervio costituisse provare ad avere uno scontro pacifico con un insegnante di vedute opposte. Con gli anni e col passaggio a un sistema educativo opposto, estremamente congeniale alle esigenze dello studente, gli stessi formatori hanno dimenticato il proprio ruolo, e disorientati dai costanti svilimenti delle riforme giocattolo e dei cambiamenti repentini, hanno visto precipitare in picchiata il valore intrinseco dell’educatore.

I veterani, quelli della generazione appena successiva al ’68, si sono rifugiati in un solipsistico gioco di potere, impugnando penna e registro e minacciando di lanciare rapporti e accompagnamenti; le nuove reclute, magari quelle sventurate personcine finite nelle scuole di “frontiera”, hanno imbracciato uno stoicismo a volte forzato attendendo che il breve periodo di “prova” nella “scuola complicata” terminasse. Due lineamenti opposti che rivelano però entrambi un’evidente assenza di libertà e d’autonomia. Eppure, quando uno studente vi sta di fronte, riesce a percepire nell’area tutta questa impotenza e rassegnazione, e fa il gradasso perché ritiene di aver pieno potere sul suo interlocutore.

Quando una settimana fa la professoressa ha ricevuto un coltello in pieno viso, ha dichiarato alle telecamere: “Ho fallito”. Riconoscendosi colpevole di fronte all’intera Italia, ha giustificato la sfacciataggine del suo studente. A meno che tutto l’affare non finisca per emanare un forte lezzo malavitoso, lascia sbigottiti leggere queste parole.

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