Un amore giovanile

Scritto da Ernesto Nocera Il . Inserito in A gamba tesa

film romantici sentimetali Vacanze romane

Accadde anni fa. Incontravo spesso per strada una ragazza del vicinato. Ventina, simpatica, piccoletta e bruna. La guardavo ma non la vedevo. Poi un giorno la incontrai per caso al mercatino rionale. Stavamo insieme davanti alla bancarella del fruttivendolo o “parulano” che dir si voglia. Le cedetti la precedenza: “Prego signorina si accomodi pure”. Lei ricambiò con un sorriso della sua bocca rossa con una corona di denti bianchissimi e regolari.
La mia “gentilezza” era interessata. Volevo aver il tempo di osservarla bene. Era proprio carina, piccola di statura e ben proporzionata, capelli neri lunghi, un bel sorriso ed un corpicino elegante. Lei, sentendosi osservata, si impappinò un poco nel prendere le buste con quello che aveva comprato e una di quelle buste le scappò di mano ed io mi precipitai subito ad aiutarla fra un profluvio di ‘Scusi’ e ‘ma le pare’. Da allora in poi ogni volta che la incontravo le sorridevo.

Dopo un po’ anche lei ricambiò il sorriso. Profittai subito della situazione e qualche giorno dopo invece di sorriderle soltanto mi avvicinai e la salutai. Soliti convenevoli. Mi presentai e chiesi il suo nome: Rosaria A., mi rispose ( non indico il cognome per discrezione e perché, ai fini della storia, è inutile). Nel salutarla le trattenni la mano un po’ più del dovuto. Lei non si sottrasse. Continuai così, ogni volta che la incontravo ed ogni volta la stretta di mano si faceva più lunga e decisa. Un giorno di primavera (come era carina con la messinpiega fresca, fresca e un abitino scollato di quelli che tengono le spalle scoperte, le maniche corte con una piccola rouche di un tessuto leggero a pois). Aveva anche un paio di scarpe a decolletè tacco dieci che le slanciavano le belle gambe. La invitai a prendere un gelato e lei accettò. Ci sedemmo a un bar in piazza e cominciammo a chiacchierare del più e del meno. Lei rispondeva a tratti, con un po’ di ritrosia forse imbarazzata dal mio sorriso un po’ monellesco. Chiacchierammo per un po’ e poi le chiesi se gradisse venire con me al Bellini a vedere uno spettacolo. Mi rispose: “Verrei volentieri ma debbo chiedere il permesso ai miei”. “Sta bene – dissi - Chiamami a questo numero (non c’erano ancora ai cellulari) per metterci d’accordo.

Mi chiamò, tutta contenta, qualche giorno dopo. Andammo così al Bellini, lei con una toilette graziosa; un tubino nero con un bolerino per le spalle e un discreto filo di perle al collo. Io mi presentai sbarbato di fresco, col mio vestito migliore, una bella cravatta regimental e un paio di scarpe lucidissime. Feci i biglietti, la presi per il braccio ed entrammo. Confesso che tenere il suo morbido braccio mi emozionò un poco. Era morbida, leggera e profumava di gioventù. Si divertì moltissimo. Mi

confessò che era la prima volta che entrava in un teatro e che la cosa le era piaciuta. L’accompagnai a casa a piedi. Giunti a casa, profittando del buio del portone (abitava in uno degli stretti vicoli che danno su Spaccanapoli) la presi fra le braccia e la baciai. Lei ricambiò il bacio, ma di sfuggita. Poi dicendo: “No, no!”, si infilò nel portone inseguita da un mio fievole ‘Buonasera’.

Sparì per qualche giorno ed io non sapevo che fare anche perché non potevo chiamare a casa sua. Che potevo fare? Aspettai, facendo ogni mattina le strade che frequentava e andando ogni mattina al mercatino. Chi la dura la vince. Difatti dopo circa una settimana di vani appostamenti la incontrai e subito le andai incontro e le chiesi scusa. Lei mi guardò con occhi severi che poi si aprirono in un sorriso. “Va bene – disse - ti perdono”. Non mi disse di non farlo più.

Cominciò così la nostra storia. Appuntamenti fugaci, passeggiate lungo il mare o alla villa ed ogni volta, al saluto finale, i baci si facevano più arditi. Aveva le labbra morbide e un alito di rosa. Io ci perdevo la testa sempre di più. Me la sognavo la notte e di giorno mi sembrava di vederla dappertutto. Dopo un po’ le risposte ai miei baci si facevano sempre più calde e allora, una sera, le sussurrai in un orecchio una parola audace. Le chiesi di superare “ il muro del suono”. Lei disse un NO deciso e andò via ma io non mi arresi. Ogni tanto glielo ripetevo dipingendo il fatto con i rosei colori di un piacere che lei ignorava ed al quale volevo iniziarla. La sua risposta fu una difesa serrata ma io continuavo, di tanto in tanto, a sussurrarle quella parolina. Questo gioco durò a lungo ma, proprio quando stavo per cedere, lei si arrese.

Trovai, in uno di quei vicoli una alberghetto discreto, andai a parlare col portiere chiedendogli di comportarsi in modo da non creare imbarazzi alla mia partner, confortando questa esortazione con una robusta mancia.

E venne il giorno. Ci demmo appuntamento in un posto lontano dal quartiere prendemmo un tassì e ci facemmo accompagnare all’albergo. Durante il tragitto mi ero fatto dare il suo documento per ridurre la sosta al banco dell’accettazione avevo preparato i soldi allo stesso scopo. Entrammo in albergo e dopo pochi minuti ci ritrovammo, finalmente soli, in una modesta stanza pulita e luminosa, con un balcone che affacciava sui tetti della città.

La abbraccia e comincia a spogliarla piano, come si sfoglia un fiore e mi liberai in un batter d’occhio dei miei indumenti. Era d’estate e portavo il minimo indispensabile. Ci infilammo fra le lenzuola, la presi fra le braccia e mi accorsi, con sorpresa che per lei era VERAMENTE la prima volta. Con le conseguenze del caso, in tutta la mia vita mi è capitato solo due volte. Mi mossi allora con la massima dolcezza. Man mano che passava il tempo la sua risposta diventava sempre più appassionata. Dopo

circa un’ora di baci, abbracci, singulti, grida di piacere e sudore, ci fermammo vinti dalla dolcissima stanchezza dell’amore. Lei mi teneva abbracciato, distesa sul mio petto e mi disse con un sussurrò all’orecchio: “Se avessi saputo che era così bello lo avrei fatto prima”.

Sorrisi e le dissi: “Perché sei una malfidata e non hai voluto credermi. E adesso ti faccio vedere una cosa”. Balzai dal letto, la presi per la mano e così nuda com’era la misi di fronte allo specchio. Il piacere le aveva arrossato le guancie cancellando il suo ambrato pallore di bruna. “Guardati – le dissi- hai messo i colori in faccia. Ti faccio bene alla salute come vedi. Sono meglio di un ricostituente!”. Scoppiammo a ridere insieme, ci ributtammo a letto e scrivemmo un altro capitolo della nostra novella erotica. Da allora in poi non ci frenammo più. Ogni incontro era piacere puro. Ogni incontro era la realizzazione di una fantasia in cui mettevamo in gioco ogni parte dei nostri corpi. Uscivamo da quegli appuntamenti stanchi ma felicissimi. A me poi dopo, smorcava un appetito violentissimo e perciò, dopo averla accompagnata a casa, mi precipitavo nella prima osteria a mangiare come un lupo.

Passammo mesi e mesi senza stancarci mai mentre io ero attentissimo a evitare conseguenze spiacevoli. Tutto finì all’improvviso perché a quello che fu l’ultimo appuntamento lei mi disse che non dovevamo vederci più. Un bravo ragazzo aveva chiesto la sua mano ai suoi genitori e lei aveva accettato perché, e aveva ragione, la nostra relazione era senza sbocchi. Non vi dico il mio dolore ma dovetti cedere. Si sposò e fu una buona moglie. Quando ci incontravamo per la strada ci scambiavamo un sorriso complice. Quando una donna e un uomo sono stati fra le stesse lenzuola nasce fra di loro una complicità che non sparisce mai anche se la vita li separa.

Certamente i giovani di adesso che si fanno una sveltina nel lurido cesso di una discoteca fra puzza di piscio e scritte oscene ai muri, a volte senza neanche sapere l’uno il nome dell’altra, si perdono il meglio del sesso e della passione carnale che coinvolge ogni aspetto della tua vita. Poveracci. Mi fanno pena.