Elezioni politiche 2018. Autobiografia della nazione

Scritto da Massimo Calise Il . Inserito in Il Palazzo

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I risultati elettorali sono ormai definitivi e noti. Possono essere così riassunti: affermazione del centrodestra (sempre più destra e meno centro), cocente sconfitta di tutte le formazioni di centro sinistra (sempre meno di sinistra), vittoria del Movimento 5 Stelle che si dichiara né di destra né di sinistra. In Parlamento ci sarà una maggioranza di euroscettici e nessuno avrà la maggioranza necessaria per governare. Ciò anche a causa di una sciagurata legge elettorale.

Ora è compito dei responsabili politici e, soprattutto, del Presidente della Repubblica “metterci una toppa”.

L’incertezza è accresciuta dal fatto che il maggior partito, il M5S, si dichiara orgogliosamente post-ideologico. Quindi, per governare, potrebbe, in qualche modo, accordarsi sia con la destra, con la quale condivide significativi punti programmatici, sia con la sinistra da cui provengono molti dei suoi militanti ed elettori. Ora tutti, perdenti e vincenti, sono interessati alla gestione politica del risultato; per qualcuno è iniziata la resa dei conti.

È necessario e giusto procedere affinché ci sia un governo, ossia concentrarsi sulla “toppa”; che non sarà né la prima e, temo, nemmeno l’ultima. Infatti, da tempo, l’Italia è in una crisi profonda che, solo in parte, è dovuta ai problemi più generali posti dalla globalizzazione. I nodi strutturali della crisi possono essere efficacemente affrontati solo da un impegno corale degli italiani. Credo che sia necessaria una riflessione sia sul risultato e sia sulla campagna elettorale che ha contribuito a determinarlo.

Cosa dire della “campagna elettorale più brutta della storia repubblicana”. Ci riflettevo alcuni giorni orsono, davanti allo specchio, facendomi la barba e, come Robert De Niro in Taxi driver, mi chiedevo: “Ma dici a me? Dici a me?”. Eh si perché anche i politici hanno criticato la campagna appena conclusa attribuendone la colpa sempre a qualcun altro; forse pensano che sia mia, intendo dire nostra.

Assistiamo a una politica senza valori e progettualità, autoreferenziale e lontana dai problemi reali. Noiosi monologhi, tante promesse, molte delle quali, sono irreali e palesi sciocchezze che possono essere accettate solo da chi vuole fortemente crederci. La Rete amplifica tutto ciò e fatichiamo a districarci nella grande quantità di messaggi, gran lavoro per i siti di fact checking.

Ma a buttare tutta la colpa sul ceto politico si coglie solo una parte del problema e della responsabilità. Dov’è la cosiddetta società civile? Le balle sono ben accolte, gli impresentabili e pregiudicati hanno successo, come pure i personaggi che, oltre a non avere competenze ed esperienze specifiche (ma per questo potremmo anche pazientare), non hanno cultura. Banderuole che invece di esporre i loro meditati propositi sono tese a captare cosa si vuol sentir dire l’uditorio di turno. I politici sono i rappresentanti di una società che invece di mobilitarsi per trovare elementi di coesione è pronta a dividersi; ciascuno segue le proprie inclinazioni o, peggio, i propri esclusivi interessi; a quietare la coscienza, per chi ce l’ha, basta il motto “tengo famiglia”.

Trovo attualissimo Piero Gobetti (1901-1926) che, sulla rivista da lui fondata “Rivoluzione liberale” (n. 34 del 1922), scrive: “il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione [ … ]che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco”. Frase che attualizzata diviene: “l’elezioni 2018 sono state qualcosa di più; sono state l’autobiografia (lo specchio) della nazione. Una nazione che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco”.

Infatti la lotta politica, intesa come confronto/scontro di idee e programmi, non s’è vista.

Gobetti, costretto ad espatriare in Francia, è morto in seguito alle gravi lesioni provocate da un’aggressione fascista. Anche la sua fine offre spunti di riflessione, oggi che assistiamo al tentativo di riemergere di una destra fascista, quindi razzista. Ricordiamo che il fascismo storico è andato al potere grazie all’ignavia del re e a una generale sottovalutazione del fenomeno.

Il fascismo è un mix di nazionalismo, razzismo, intolleranza, di esaltazione della forza e della violenza. La sua strategia è stata, ed è, la ”creazione del nemico”; necessario per darsi un senso, un motivo di esistere: gli ebrei, gli immigrati. Esso è presente in forme più o meno palesi nella società italiana; fenomeno anti-democratico sottovalutato complice l’ignoranza, anche storica, che, ad esempio, fa affermare ad alcuni politici di non essere né di destra né di sinistra. In realtà si tratta di un utile semplificazione per avere le mani libere e adottare l’idea più conveniente per ciascuna occasione. In questa società sfilacciata l’ignavia e l’indifferenza sono pericolose quanto il fascismo.

Sicuramente il risultato elettorale merita un’analisi approfondita, ma insieme alla campagna elettorale. Le modalità, il linguaggio e i contenuti che l’hanno caratterizzata in negativo ci dovrebbero indurre a una profonda riflessione individuale e collettiva poiché rappresentano “l'autobiografia della nazione”

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