Foto alla scheda: ammenda da 15 mila euro anche in assenza di invito a consegnare il telefono da parte del presidente di sezione

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Vac 'e Press

AMIRANDA10

Molto spesso sottovalutiamo il momento del voto e la sua segretezza. Nel giorno delle elezioni, infatti, non sono infrequenti i post sui social con tanto di scheda elettorale in bella mostra e ‘crocettata’. Tuttavia, ciò che non tutti sanno – o sottovalutano – è che una simile condotta configura un reato che può costare molto caro.

La scorsa settimana, la Corte di Cassazione si è pronunciata con la sentenza n. 9400/2018 su di una vicenda avente come protagonista un fiorentino che, dopo aver fotografato con il cellulare la propria scheda compilata, si era visto convertire la pena detentiva in una pena pecuniaria pari a ben 15.000 euro di ammenda. Se da un lato l’imputato – con precedenti analoghi – aveva ammesso non solo di aver introdotto il telefono all’interno, ma anche di aver scattato la foto alla scheda elettorale, dall’altro il suo difensore aveva affermato che il reato non poteva dirsi consumato in quanto la condotta avrebbe dovuto essere preceduta dall’invito da parte del presidente del seggio a non introdurre l’apparecchio in questione.

Alla luce di tali considerazioni (bocciate nei primi due gradi di giudizio), l’imputato aveva proposto ricorso per Cassazione. Tuttavia, con la pronuncia in questione anche i Supremi Giudici hanno censurato l’operato del soggetto, rilevando come l’art. 1 D.l. 49/2008, convertito dalla legge 96/2008, preveda che nelle consultazioni elettorali o referendarie sia “vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini (…) il presidente dell’ufficio elettorale di sezione, all’atto della presentazione del documento di identificazione e della tessera elettorale da parte dell’elettore, invita l’elettore stesso a depositare le apparecchiature indicate al comma 1 le quali, prese in consegna dal presidente dell’ufficio elettorale di sezione unitamente al documento di identificazione e alla tessera elettorale, sono restituite dopo l’espressione del voto (…) chiunque contravviene al divieto è punito con l’arresto da tre a sei mesi con l’ammenda da 300 a 1.000 euro”.

Pertanto, secondo l’interpretazione della Cassazione, dalla norma non si ricaverebbe un obbligo per il presidente di ritirare tali apparecchi, non commettendo quest’ultimo alcuna irregolarità in caso di inadempimento. Mala tempora currunt dunque per il malcapitato, che ora dovrà versare 15 mila euro per rimediare alla propria bravata.

Caso Previti: Wikipedia giudicata non responsabile per i contenuti inseriti dagli utenti

L’enciclopedia online “Wikipedia”, che si aggiorna costantemente grazie i contenuti inseriti degli utenti iscritti, può talvolta riportare affermazioni inesatte e diffamanti. Queste ultime, tuttavia, non creano nessuna responsabilità in capo a Wikipedia: questo quanto stabilito la scorsa settimana dalla Corte di Appello di Roma per il caso Previti.

La vicenda. Cesare Previti si era rivolto al Tribunale di Roma chiedendo 50 mila euro a titolo di risarcimento danni per le informazioni imprecise ed infamanti riportate dal celebre portale sul suo conto. In quell’occasione, la corte territoriale aveva respinto il ricorso senza neppure ordinare la rimozione dei contenuti.

Il caso si spostava, dunque, in appello. Il Collegio si è pronunciato

Wikipedia ha vinto in Appello contro Cesare Previti che aveva impugnato la sentenza del Tribunale di Roma del 2013 in cui si sanciva che l'enciclopedia online, in quanto fornitore di servizi di hosting e non di contenuti, non potesse essere ritenuta responsabile di quanto scritti dagli utenti. In secondo grado, l'avvocato – che aveva chiesto 50mila euro di risarcimento - ha sostenuto che Wikipedia fosse corresponsabile per le affermazioni “inesatte” e “diffamanti” contenute nella voce italiana a lui dedicata. La Corte territoriale, con sentenza del 19 febbraio 2018, ha però respinto il ricorso senza neppure ordinare la rimozione dei contenuti. Il Collegio, da un lato, ha riaffermato l'irresponsabilità di Wikipedia (assistita dallo studio Hogan Lovells, con Marco Berliri e Massimiliano Masnada) per le voci pubblicate dagli utenti sull'enciclopedia. Dall'altro, ha fornito una interpretazione della normativa di settore secondo cui gli Internet Service Provider non sono responsabili per i contenuti di terzi. Mentre il dovere di rimozione deriverebbe esclusivamente da un ordine dell'autorità competente ovvero dalla certezza del contenuto illecito. Che, nel caso di diffamazione online, sarebbe integrato soltanto dall'utilizzo di espressioni “univocamente lesive”. Pertanto, secondo la Corte, nessun obbligo preventivo di controllo poteva essere imputato a Wikipedia dal momento che l'illecito non risultava da nessun provvedimento della competente autorità e non essendo stata attivata la procedura di modifica prevista dal sito. La Corte di Appello ha poi ribadito che «la giurisprudenza è univoca nel riconoscere che mere comunicazioni di parte non siano sufficienti ad ingenerare nel provider quella “conoscenza effettiva” da cui scaturisce, ai sensi dell'art. 16 del Dlgs 70/2003, un obbligo di intervento; tanto meno, per le ragioni dette, da tali mere comunicazioni di parte avrebbe potuto trarsi prova dell'elemento soggettivo illecito in capo al provider». «La responsabilità dell'Internet Service provider - si legge nella sentenza - deve ritenersi sussistente per le informazioni oggetto di hosting soltanto allorquando il provider sia effettivamente venuto a conoscenza del fatto che l'informazione è illecita e non si sia attivato per impedire l'ulteriore diffusione della stessa e ciò in assenza di un generale obbligo di ricercare attivamente fatti o circostanze che implichino la presenza di attività illecite, né potendo ritenersi integrata alcuna posizione di garanzia, in assenza di norme che radichino la responsabilità oggettiva o di posizione del provider o l'esistenza in capo allo stesso di un obbligo di controllo». «Nel caso di specie - prosegue la decisione - Wikimedia non aveva quindi alcun obbligo preventivo di operare un controllo sulla qualità dei contenuti della biografia, non avendo l'interessato attivato la procedura di modifica e di cancellazione delle voci secondo le regole del sito e non risultando l’asserita illiceità dei contenuti aliunde, in particolare da provvedimenti dell'autorità competente». La Corte ricorda poi la presenza di un disclaimer con «pregnante valenza di avvertimento di carattere preventivo e generale, idoneo a rendere gli utenti edotti della natura aperta dell'enciclopedia». Del resto, prosegue, «le informazioni pretesamente incomplete e scorrette contenute nella biografia si basano su numerose fonti ivi comprese sentenze passate in giudicato, tutte chiaramente indicate nella stessa pagina web». Mentre al contrario le contestazioni dell'appellante «appaiono generiche ed apodittiche». In definitiva, conclude la Corte, «non vi è prova che i contenuti della biografia dell'avvocato Previti fossero lesivi dell'onore e della reputazione del medesimo con riferimento alla fattispecie del reato di diffamazione né i contenuti medesimi apparivano di per sè ingiuriosi tanto da attivare un obbligo di rimozione da parte dell'hosting provider, anche indipendentemente dall'assenza di un ordine del giudice».

Banner AIRC

Iscriviti alla nostra NewsLetter e risparmia subito 5€ sul prossimo acquisto