La Cassazione sul piccolo spaccio: quando è di lieve entità?

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Il Palazzo

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La scorsa settimana i Giudici di Piazza Cavour sono tornati nuovamente sul reato di spaccio - e, in particolare, sul c.d. “piccolo spaccio” - affermando che, per poter beneficiare della lieve entità, l’attività esercitata deve presentare un basso grado di offensività.

La sentenza n. 11994/18 risponde alla necessità di creare una linea di demarcazione tra la punibilità o meno del piccolo spaccio, stabilendo che i giudici devono valutare, oltre al tipo di stupefacente e la sua pericolosità in relazione all’aspetto eminentemente tossicologico, anche le modalità con cui avviene lo spaccio. Quest’ultimo infatti, pur rappresentando una tipica attività illecita, può porsi su un gradino inferiore in termini di offensività e risultare compatibile anche con la detenzione di dosi quantificabili in decine.

Tuttavia, la Corte avverte che si tratta di ipotesi che vanno circoscritte e delimitate in modo chiaro per non incorrere nel rischio di fornire spiegazioni giuridicamente non corrette. Non può rientrare in questa categoria, ad esempio, l'attività svolta da un soggetto che disponga di fonti di approvvigionamento certe e stabili o che comunque sia in grado di rifornire un vasto mercato.

In proposito la Cassazione ha ritenuto legittimo il mancato riconoscimento della lieve entità qualora la singola cessione di una quantità modica, o non accertata, di droga costituisca manifestazione effettiva di una più ampia e comprovata capacità dell'autore di diffondere in modo non episodico, né occasionale, sostanza stupefacente, non potendo la valutazione della offensività della condotta essere ancorata al solo dato statico della quantità volta per volta ceduta, ma dovendo essere frutto di un giudizio più ampio che coinvolga ogni aspetto del fatto nella sua dimensione oggettiva.

Logica conclusione è che non può (e non deve) ravvisarsi la lieve entità quando l'attività sia effettuata nel quadro della gestione di una cosiddetta “piazza di spaccio”, che fa leva su un'articolata organizzazione di supporto e difesa e assicura uno stabile commercio di sostanza stupefacente.

Nel caso cui si riferisce la sentenza, sono state bocciate le censure della Procura che contrastavano la valutazione della Corte in ordine al fatto che non fosse possibile desumere dalle risultanze fattuali la disponibilità concomitante o dinamica di quantitativi incompatibili con la fattispecie minore, a fronte di condotte di spaccio aventi a oggetto singole dosi e riferibili a un numero esiguo di acquirenti. Respinto, però, anche il ricorso degli imputati visto che avevano rifornito di eroina e hashish una pluralità di clienti abituali.

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