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(Recensione) "Wonder Wheel" di Woody Allen

Scritto da Vitaliano Corbi Il . Inserito in Cinema & TV

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La retorica attuale, portata avanti dalla stragrande maggioranza della critica cinematografica nei confronti di Woody Allen, si serve puntualmente di dispositivi linguistici piuttosto simili tra loro.

“Ha esaurito le idee”, “I temi sono gli stessi di almeno otto suoi film”, e via dicendo. C’è quasi un grido unisono all’inganno, dal quale sono tutti molto abili a sfuggire. Un inganno che il Maestro eserciterebbe riproponendo argomenti già ampiamente trattati, confezionati ed edulcorati con minime novità, o effimere parvenze di questa.

Ne consegue che vedere “Wonder Wheel”, è quindi obbligatorio per poter tracciare limiti, o perché no, dare assoluta ragione al grido accanito di cui parlavo poco prima.

Il marchio del regista di Brooklyn è ben impresso già dall’inizio del lungometraggio, immerso dal primo minuto in quel tessuto filosofico e letterario a cui ci ha abituati storicamente.

La prima reale protagonista è Coney Island, penisola tanto cara ad Allen, nonché già scenario di “Io e Annie”, film del 1977. Partire dallo “spazio” è essenziale per giungere alla comprensione più profonda della questione sociale che vive la popolazione del luogo negli anni ‘50. Tale spazio, dunque, viene qui considerato come campo su cui si incontrano, ma soprattutto si scontrano, interessi e desideri, strategie e possibilità, ed è ciò che lo rende inscindibile dalla dimensione sociale. Il percorso degenerativo di Coney Island può azzardatamente essere paragonato a quello della nostra Bagnoli.

Non distante da New York, si offre come meta ideale per un fine settimana all’insegna dell’evasione, del relax. Quartiere tranquillo, rigoglioso, utile per sfuggire dall’oppressione esercitata dalla metropoli. Tuttavia le caratteristiche che la segnano nel film sono ben altre.

La Coney Island di Wonder Wheel è quella più matura, al termine del suo triste processo. È un non-luogo, dove prolifera la malavita, dove l’aria che si respira è intrisa di una perdita di fiducia generale, di una sofferenza rassegnata. Chi si salva lo fa grazie alle proprie velleità artistiche, ovvero chi è abbastanza istruito da poter dominare la situazione dall’alto, con sguardo intelligentemente ironico.

Veniamo quindi all’altra grande protagonista del film, sta volta umana.

Ginny, interpretata magistralmente da Kate Winslet, è un’ex attrice quarantenne, tormentata dal senso di colpa per il tradimento ai danni del primo marito, condannata a lavorare in un modesto ristorante di pesce come cameriera, proprio lei, che nell’arte aveva visto lo spiraglio dell’autoaffermazione e del successo.

Sposata in secondo matrimonio con Humpty (Jim Belushi), un uomo fondamentalmente ignorante, violento quando beve, fiero e pago di una virilità impeccabile, immancabilmente dimostrata in ogni suo gesto, non in grado né propenso a instaurare un legame intellettuale con la moglie.

Così che a Ginny risulta molto facile invaghirsi di Mickey, (Justin Timberlake), bagnino più giovane di lei, con aspirazioni da commediografo.

Mickey è anche il narratore della vicenda, che come spesso accade nei film di Allen, si rivolge allo spettatore, rompendo la quarta parete, per commentare o spiegare con effetto straniante i punti cruciali della storia.

Ad ogni modo, la svolta che inaugura l’intreccio del film è data dal successivo incontro fra Mickey e Carolina, figlia di Humpty, giovane ragazza in fuga da un matrimonio fallito con un pericoloso gangster.

Evitando spoiler non di certo graditi, mi limito a scrivere che da questo momento in poi si assiste, fino all’accensione delle luci in sala, a una vera e propria lezione di sceneggiatura. Lezione di sceneggiatura perfetta, non arronzata, tuttavia piuttosto base, senza colpi di scena o svolte di cui non è possibile percepirne l’odore tempo prima.

Fiore all’occhiello è la collaborazione di Allen con Vittorio Storaro, direttore della fotografia, mirata a un uso del colore attento e sapiente per esprimere la drammaticità degli eventi narrati. Così che quando la passione scorre nelle vene degli attori, la luce che bagna i loro volti si tingerà di rosso, poi di grigio per la disillusione, di blu per la tristezza.

In conclusione, potrei affermare di essere uscito dal cinema soddisfatto ma non stimolato.

In Wonder Wheel non c’è spazio per la speranza. Il pensiero dell’ormai ottantaduenne Woody, è quanto mai prima nichilista. Un nichilismo passivo, che in una visione nietzschiana riduce il pensatore alla condizione esistenziale di Ultimo Uomo, incatenandolo e rendendolo incapace di proiettarsi verso l’Oltre Uomo.

La sconfitta finale di tutti i protagonisti è solo un punto di arrivo e non un punto di inizio per un percorso di recupero di se stessi, dei propri sogni.

La stessa figura di Ginny, resta intrappolata nel fitto groviglio di canoni della donna fatale, cristallizzata nella struttura sì psicologicamente complessa di grandi personaggi della tragedia greca, come Medea, ma anche già abbondantemente apprezzata da tutti.

L’unica spinta anarchica, realmente fuori dalle righe, è data da un bambino: il figlio di Ginny (Jack Gore). In una realtà familiare difficile, il piccolo scarica il peso della sua sofferenza, appiccando fuochi. A scuola, sulla spiaggia, nello stesso studio della psicologa dalla quale è costretto a farsi visitare. Il fuoco appiccato, su cui si soffermano sovente le inquadrature, è forse la metafora di tutto il film.

Siamo energia in continuo movimento, siamo fiamme che ardono intensamente, ma che sono destinate a spegnersi e a divenire cenere. Solo che il messaggio lanciato dal Maestro, sta volta sembra far intendere che da questa cenere non sia possibile che nasca alcuna fenice.