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Gli alti salari come elemento di Sviluppo

Scritto da Nestore Cerani Il . Inserito in Vac 'e Press

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Il WORLD ECONOMIC FORUM è una fondazione senza fini di lucro, fondata nel 1971 dall’economista Klaus Schwab col nome di “ European Management Forum”. Esso prese l’attuale denominazione nel 1987.
Ogni anno a Davos, a fine gennaio, il WEF tiene un meeting che si conclude con l’emanazione di un rapporto sulla condizione dell’economia mondiale. Al meeting partecipa l’èlite mondiale: capi di stato e di governo, i CEO della più grandi multinazionali ed un folto gruppo di economisti di altissimo livello. Il “focus” di quest’anno è stato: come unire “ a fractured world “ per condurlo a unità o cooperazione. Non è un’organizzazione umanitaria né ha obiettivi sociali, la sua attenzione va tutta alle condizioni di sviluppo o crisi delle economie dei vari paesi. Quest’anno il “report“ apre con questa singolare affermazione : “L’ineguaglianza non fa bene al business. Molti paesi tentano di mantener bassi i salari per incrementare l’export. Ma ciò colpisce la domanda globale perché i lavoratori hanno meno reddito da spendere”.

Un altro fattore che incide negativamente sullo sviluppo di una economia è, sempre secondo il “report”, l’aumento del “gap” fra la quota del PIL che va ai salari e quella che va ai profitti o rendite. L’economia dei paesi in cui questo “gap” è a sfavore dei salari è destinata ad andare incontro a gravi crisi. L’esperienza empirica dimostra invece che alti salari favoriscono sia lo sviluppo dell’economia che l’incremento della produttività. Si fa l’esempio delle economie nordiche, in particolare della Svezia. In quel paese i salari sono cresciuti del 65% fra il 1995 ed il 2016. La Svezia è un’economia libera ed aperta. La sua situazione occupazionale è la smentita del luogo comune secondo cui alti salari = alta disoccupazione poiché la situazione svedese è quella di piena occupazione. Ciò perché la crescita della ricchezza nazionale favorisce la nascita di nuovi posti di lavoro. Quali sono le condizioni che hanno favorito questa situazione ottimale? In primo luogo la forza contrattuale di un sindacato e di una classe lavoratrice sindacalizzata in maniera massiccia. Ciò mette i sindacati in una posizione di forza nelle trattative contrattuali. Di converso il WEF nota che la situazione opposta si ha nei paesi in cui il sindacato è debole, il tasso di sindacalizzazione basso e di conseguenza i salari sono al minimo. Ciò favorisce la depressione dello “share” del monte salari sul PIL nazionale a favore dello “share” dedicato al profitto ed alle rendite ma ciò vale in termini percentuali ma non assoluti poiché l’effetto negativo dei bassi salari sul tasso di sviluppo fa si che, in termini assoluti, anche lo “share” destinato ai profitti, diminuisca di valore. In queste condizioni l’economia può essere sostenuta recando solo dal debito. Non è una buona idea perché sul lungo periodo la bolla speculativa scoppia ed il paese precipita in una crisi peggiore di quella di partenza, vedi gli USA di qualche anno fa. WEF nel suo”report” sostiene che l’elemento della debolezza del sindacato come fattore che favorisce la depressione di una economia non è stato ancora studiato perché si è preferito soffermarsi sulle condizioni della politica. Questa osservazione è stata già fatta in uno studio pubblicato sul numero di marzo 2015 di ” Finance & Development “organo dell’IMF (International Monetary Fund).

In esso due ricercatrici di IMF. Florence Jaunotte e Carolina Osorio Bruiton pubblicano un saggio dal titolo lungo e significativo: Il declino del tasso di sindacalizzazione negli ultimi decenni ha favorito la crescita degli alti redditi (non dello sviluppo). In questo studio si sostiene che negli ultimi 10 anni il redito di quel 10% che la ricchezza mondiale è aumentato del 5%. Lo studio afferma anche che secondo le statistiche c’è una relazione lineare, un rapporto diretto fra questo incremento e la perdita di potere dei sindacati. Potete leggere lo studio su http://www.imf.org/external/putos/fandd/2015/03/pdf/jaunotte.pdf

Il problema è che in un mondo globalizzato i sindacati agiscono sul piano nazionale e così le loro lotte. Manca una forma, auspicabile, di coordinamento internazionale, condizione che consente, fra l’altro, ai paesi dell’Est europeo di fare “dumping” salariale nei confronti dei paesi sviluppati dell’ UE L’affermazione di un rapporto diretto fra debolezza o la forza del sindacato, fra la crescita o la diminuzione del tasso di sindacalizzazione e la crescita o la crisi di un’economia fa giustizia di un pregiudizio, di un luogo comune diffuso ma falso (un luogo comune è una bugia ripetuta così a lungo da sembrare verità) che inquina tutto,il mondo politico italiano: dal PD renziano all’estrema destra che vede nel sindacato un ostacolo allo sviluppo, uno strumento per “vessare “ i poveri imprenditori. Costoro sostengono che bassi salari ed alti profitti significano maggiori investimenti. In nessun paese con sindacati deboli e padronato forte vi è nessuna prova empirica della verità di tale opzione. Quando Trump dice che deve proteggere “the wealthiest” per favorire gli investimenti fa un’ affermazione che l’esperienza pratica smentisce. Tornando all’Italia la situazione è questa. I 5stelle non hanno nessuna cognizione del mondo del lavoro, sul quale nel loro programma non c’è una parola. Il PD nella fase del renzismo nascente si schierò apertamente contro la CGIL ed aprì un canale privilegiato con Confindustria (ragione non ultima della sua sconfitta) mentre la destra, salviniana e berlusconiana, ha sempre avuto nella CGIL la sua bestia nera. La situazione era così aberrante che un certo Nardella (a quel che dicono sindaco di Firenze e perciò alter ego di Renzi ) eletto alla politica con criteri che non prevedevano né intelligenza né cultura, affermò in una “Leopolda” che il sindacato andava eliminato perché ormai senza funzione. Un sorpassato rudere dell’800. Dicendo due castronerie: la prima sul sindacato la seconda attribuendo all’aggettivo “ottocentesco” una valenza negativa ignorando che l’800 un secolo rivoluzionario che ha visto il sorgere della grande industria, del proletariato e delle sue organizzazioni sindacali e politiche. Costui insieme a Renzi ed altri uomini politici di destra ( ripeto i 5S per ora non sanno nemmeno di cosa stiamo,parlando) esibiscono come segno di “modernità” l’opposizione al sindacato, soprattutto alla CGIL La situazione italiana è la dimostrazione della giustezza delle analisi delle ricercatrici dell’IMF: Sindacato debole, salari bassi,ed economia depressa. Tuttavia nemmeno la CGIL può esimersi dal rivedere criticamente il suo ruolo. La scomparsa del ”posto fisso” già individuata da Trentin nel 1994 (Il coraggio dell’utopia –Rizzoli-pag 16) e la nuova caratterizzazione del lavoro come intrinsecamente destinato a cambiare nella vita di un lavoratore richiede una profonda riflessione e la nuova valorizzazione di quella territorialità che fu il tratto distintivo della sua nascita in Italia. . Ritengo che non ci sua legame fra “precarietà “ e diversificazione dei lavori che una persona si può trovare ad affrontare nella vita Nella situazione attuale cambiare lavoro dovrebbe essere normale a patto che le aziende si faccia carico della formazione e che gli intervalli fra un lavoro e l’altro siano comunque coperti dal sistema della previdenza sociale. La vera sfida però è la crescente robotizzazione della produzione che mette in discussione migliaia di posti di lavoro. Ecco la sfida della modernità. Come affrontarla? Forse a questo punto, può non essere utopico la generalizzazione della diminuzione dell’orario di lavoro in modo che le conquiste della modernità vadano a beneficio dell’uomo. Che la Destra si opponga e che i 5stelle non sappiano che pesci prendere è normale ed ovvio Ma una Sinistra che voglia veramente essere tale se non affronta queste sfide della modernità sul piano teorico e su quello organizzativo e pragmatico dell’immersione nella realtà che Sinistra è ?