L’inciucio gialloverde… un miscuglio indigeribile

Scritto da Linda Maisto e Francesco Pastore Il . Inserito in Il Palazzo

Conte Discorso

Sarà un caso, ma l’inciucio del governo gialloverde ha i colori dell’emoticon del vomito, riprodotta qua sotto Una testina gialla stilizzata butta fuori qualcosa di disgustoso e chiaramente indigeribile di colore verde. È davvero un’allegoria politica di quel giallo (tendente al rosso della sinistra) che il M5S ha rappresentato per molti elettori che, però, vomita una poltiglia liquefatta di colore verde (leghista).

È l’allegoria di un grande inganno che la Casaleggio e associati ha perpetrato a danno dell’elettorato di centro-sinistra che, scontento della sinistra di governo, soprattutto nel Mezzogiorno, ha generato una valanga di voti al M5S, voti che quest’ultimo ha impunemente e inopinatamente portato in dote alla ultra-destra leghista di Matteo Salvini.

vomi

E si badi bene: questi voti l’ultra-destra antimeridionale non riusciva e non sarebbe probabilmente mai riuscita a catturarli da sola. C’è da chiedersi da quanto tempo esistesse questa opzione dell’inciucio gialloverde. Non dico pubblicamente e nei media, poiché, all’apparenza, i due partiti si scambiavano continue e gravissime accuse e offese reciproche. Il dubbio, però, è che dietro le quinte del potere leghista e pentastellato, in realtà l’accordo fosse già bello e fatto. A far nascere il sospetto è stata, indirettamente, la vicenda del Ministro Paolo Savona. In diverse dichiarazioni, Di Maio aveva detto di aver incontrato per la prima volta Savona solo 15 giorni prima. Ciò già appariva stano poiché è difficile che De Maio si facesse convincere a dare il ministero dell’economia a qualcuno che ha conosciuto un paio di settimane prima. Poi è uscito fuori il video del 2016 in cui Savona racconta pubblicamente di aver spiegato a Luigi Di Maio convincendolo della bontà del piano B che prevedeva l’uscita segreta dall’euro nel giro di un week end, dopo aver stampato un certo numero di banconote in lira.

A conferma di questa ipotesi vi sono diversi indizi, come il fatto che, in diverse elezioni locali recenti, Lega e M5S, al di là dell’apparente belligeranza, stringevano accordi elettorali di desistenza o addirittura di sostegno reciproco che ai più apparivano difficilmente comprensibili e che non venivano mai commentati dai vertici politici nazionali.

Se questa ipotesi venisse confermata e per ora non è stata smentita, ci troveremmo di fronte al più grande inganno politico degli elettori della storia repubblicana. Ripeto un inganno soprattutto nei confronti degli elettori di sinistra e del Mezzogiorno.

In effetti una serie di strumenti erano stati utilizzati come specchietti per le allodole della sinistra meridionale. In un precedente editoriale, abbiamo già parlato dell’uso strumentale delle candidature dei ministri cosiddetti keynesiani (Andrea Roventini e Pasquale Tridico). Perché sono stati invitati a dare la disponibilità ad essere ministri, se già si era incontrato

Savona? Savona o Roventini? E perché Roventini e Tridico non sono stati candidati alle elezioni, mentre altri lo sono stati? Si prevedeva forse che questi ultimi ministri si sarebbero sfilati dal governo non appena fosse emerso l’accordo nascosto (come il piano B) con la Lega Nord?

Inoltre, sempre per catturare il voto meridionale, il M5S proponeva assistenzialismo al Mezzogiorno, più che sviluppo economico e infrastrutturale come ci vorrebbe. E il reddito di cittadinanza, è più nella tradizione dei vecchi governi democristiani o pentapartiti che nella tradizione della destra thatcheriana, come invece è la Lega Nord di Matteo Salvini. Interessante notare che questa promessa di assistenzialismo, che pure ha avuto successo, sembra inventata proprio da un nordista che ha nella propria mente lo stereotipo del meridionale a caccia di sussidi, più che di lavoro.

Sono stati tanti i rinvii che più che di governo del cambiamento, dovremmo parlare di governo del cambierò, che fa rima con pagherò, poiché serviranno molti debiti per pagare i sogni destrorsi del governo gialloverde.

Del resto, alla fine, di fatto, il contratto sottoscritto dai due alleati di governo contiene solo qualche annacquato riferimento al reddito di cittadinanza e agli altri fantomatici interventi per i più deboli e per il Mezzogiorno promessi dal M5S. Ma il neo-ministro del lavoro, Luigi Di Maio, non uno qualsiasi, ma il capo politico del M5S, ha annunciato di voler rinviare l’attuazione del provvedimento a dopo una fantomatica ristrutturazione dei centri per l’impiego che potrebbe richiedere un paio d’anni almeno.

Alla fine, il contratto sembra riflettere in prevalenza il programma politico di estrema destra della Lega Nord. Non è chiaro se ciò dipende da una volontà politica ben precisa condivisa anche dal M5S oppure da una insipienza programmatica e politica del M5S, che, con il suo essere Zelig a tutti i costi, ha accettato piuttosto passivamente tutto quanto gli era stato proposto dalla Lega.

Fatto sta che il programma sul quale è basato l’inciucio di governo è davvero un miscuglio indigeribile. Un miscuglio di proclami politici tipici dell’estrema destra di ogni parte del pianeta – dalla flat tax, al dagli-agli-immigrati-che-sono-tutti-irregolari-e-fanno-la-pacchia-in-Italia-a-spese-del-popolo-del-Nord-che-lavora, e di scialbi aneliti di democrazia diretta, conditi dagli anacronistici appelli no VAX, no TAV e così via banalizzando. Il tutto condito con condivisibili, ma demagogici appelli anti-casta che per ora non si concretizzano ancora in nulla e che, questi sì, la sinistra ha sbagliato a non recepire e fare propri.

Di fronte a questo miscuglio indigeribile, l’atteggiamento degli elettori e anche di molti attivisti pentastellati è stato in alcuni casi molto critico e in altri confuso e enigmatico, anche se non sono mancati neppure acritici e ingiustificati atteggiamenti di sostegno appassionato ad un siffatto governo di estrema destra. La sensazione complessiva è polivalente. Alcuni attivisti si sono addirittura dimessi dal movimento, come una consigliera comunale a Napoli (Francesca Menna). Molti voti nei sondaggi si sono spostati altrove, non necessariamente verso il centro-sinistra, ma, certo, lontano da un partito che scende a patti così convintamente ed entusiasticamente con l’estrema destra, al punto da far percepire a molti che ci sia davvero un idem sentire fra i due partiti.

In realtà, va evidenziato il carattere di estrema destra del "governo del cambiamento", un cambiamento chiaramente reazionario! Anche i fascisti e i nazionalsocialisti parlavano di un imprecisato cambiamento.

Il Presidente del Consiglio ha detto che destra e sinistra non esistono più. Lo diceva già 40 anni fa una parte della DC (quella di destra) e i fascisti. Il governo attuale è più vicino a questi ultimi che alla DC come dimostrano i loro riferimenti ideali in Europa e negli Stati Uniti: Le Pen, Orban, Trump e così via.

Infatti, sovranismo fa rima con nazionalismo e fascismo. Populismo non significa popolare, come ha opportunamente notato Maurizo Martina nel suo intervento alla Camera dei Deputati. “Populismo” significa assecondare e cavalcare le paure; “popolare” significa governare le paure e proporre soluzioni nell'interesse del popolo. Attenzione a tutti questi -ismi di cui si nutre il governo gialloverde!

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