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Il primato di Napoli nel linguaggio dei gesti

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Napoli IN & OUT

gesti

Napoli è la città del gesto. Il termine "gesto" da noi ha almeno due significati. Significa una manifestazione vacua, mirabolante, una mossa, come si dice, fatta per colpire l'opinione pubblica. Significa tuttavia anche l'espressione gestuale, i segni che si servono del corpo umano, segni che nella comunicazione sostituiscono la parola.

Il più recente esempio del gesto come mossa fatua è stato l'impegno, la volontà sbandierata dal sindaco di Napoli de Magistris di dare ospitalità ai 629 migranti che cercavano di sbarcare dalla nave Aquarius in un porto italiano. E' stata una mossa propagandistica attenuata dalla cautela: siamo poveri, dice de Magistris, ma proprio per questo siamo solidali con chi sta peggio di noi.

C'è poi un altro risvolto del gesto del sindaco: la voglia di contrapporsi al ministro dell'interno, il leghista Salvini. Questa recente manifestazione è stata l'appendice di un altro scontro tra Salvini e de Magistris avvenuto nel marzo del 2017 quando il leader della Lega tenne un contrastato comizio alla Mostra d'Oltremare e il sindaco solidarizzò con i centri sociali che animarono contro Salvini un'accesa contestazione seguita da scontri con le forze dell'ordine. Insomma non corre buon sangue tra i due politici, il napoletano che inalbera la bandiera di Napoli oppressa e sfruttata, dice de Magistris, dai poteri forti, e il lombardo che cerca di fare proseliti dappertutto contro i migranti. A me cittadino di Napoli non viene di parteggiare nè per l'uno nè per l'altro, ritenendo ambedue portatori di un pensiero politico debole (il sindaco in cerca di seguaci) oppure pericoloso perchè razzista e divisivo (il leghista che tenta di diventare un leader nazionale al Sud come al Nord d'Italia).

Occupiamoci adesso dell'altro significato del termine "gesto", vale a dire il gesto come sostituto della parola.

Napoli è diventata nel tempo famosa anche all'estero per il linguaggio dei gesti che esprimono sinteticamente un pensiero senza ricorrere alle parole. Noi napoletani abbiamo elaborato nel tempo gesti che trasmettono segnali eloquenti, sostitutivi di un discorso. Scongiuri, approvazione, dissenso, fastidio, insomma tanti diversi stati d'animo sostituiscono nei gesti della nostra popolazione frasi, aggettivi, costrutti sintattici che altrimenti richiederebbero un'elaborazione e il tempo per essere trasmessi agli interlocutori.

In questi giorni mi sono dedicato a leggere un libro scritto da un giovane studioso tedesco, Wolfram Eilenberger, tradotto in italiano e pubblicato recentemente dall'editore Feltrinelli, dal titolo: Il tempo degli stregoni. 1919-1929. Le vite straordinarie di quattro filosofi e l'ultima rivoluzione del pensiero. I quattro filosofi di cui si parla nel libro, sono Ludwig Wittgenstein, Martin Heidegger, Walter Benjamin e Ernst Cassirer. Il libro è un'opera divulgativa eccellente perchè intreccia il dibattito tra gli autori, il loro pensiero filosofico (esposto in forma rigorosa ma accessibile anche ai non filosofi), le loro vicende personali e gli avvenimenti che sconvolsero l'Europa e il mondo intero nel decennio successivo alla fine della prima guerra mondiale.

In un paragrafo dell'ultimo capitolo del libro di Eilenberg, intitolato "Napoli a Cambridge", si racconta l'episodio di due studiosi. che erano stati accolti negli anni '20 nell'Università di Cambridge dove poi a lungo insegnarono e si dedicarono alla ricerca, il filosofo tedesco Ludwig Wittgenstein e l'economista italiano Piero Sraffa.

Sraffa era persona colta e dall'ingegno acuto, che aveva interessi politici e intellettuali molto ampi, com'è testimoniato anche dalla sua amicizia con Antonio Gramsci durata per anni fino alla morte dell'uomo politico italiano. Il lavoro di Sraffa economista si è svolto a lungo nel tempo. Ci ha lasciato una raccolta completa da lui curata degli scritti di Davide Ricardo, uno dei fondatori della scienza economica. Sraffa poi con i suoi saggi ha contribuito a demolire le teorie economiche che rappresentano il mercato come il luogo in cui si raggiunge l'armonia degli interessi dei diversi attori in gioco.

L'episodio che si racconta nel libro di Eilenberg, è una discussione (la prima di molte altre) che il filosofo Wittgenstein ingaggiò con Sraffa. Discussero la tesi di Wittgenstein secondo il quale, come egli diceva nella sua opera giovanile (il Tractatus logico-philosophificus del 1921), una proposizione deve avere lo stesso rigore logico dello stato di cose che descrive.

Sraffa replicò facendo il gesto molto comune tra i napoletani di sfregare il dorso delle dita di una mano sotto il mento volgendola verso l'interlocutore, un gesto che significa rifiuto ovvero indifferenza, disinteresse al problema che l'altro pone. E poi chiese a Wittgenstein di spiegargli la forma logica di quel gesto in uso a Napoli. Era un invito a tener conto che gli uomini possono esprimersi anche con segni, con gesti, non necessariamente col linguaggio e secondo le regole che la logica pretende di osservare.

Da quel primo incontro si sviluppò tra i due studiosi una fitta discussione durata nel tempo. Wittgenstein nella sua seconda opera del 1953 (Ricerche filosofiche) ammise di essere debitore a Piero Sraffa delle idee esposte in questo libro dell'età matura, ben lontane dall'impianto del suo positivismo logico giovanile.