Riflessione sui napoletani

Scritto da Nestore Cerani Il . Inserito in Vac 'e Press

fergola salvatore napoli dallo scudillo di capodimonte

Verso la metà del ’600, Napoli era la terza città d’Europa per numero di abitanti. Non c’è un calcolo preciso perché la città era esente dal “focatico” (tassa per famiglia =Fuoco”) e perciò mancava di un catasto. Mediamente ogni fuoco valeva 3,53 abitanti. Calcoli attendibili danno un numero variabile tra 400 mila e 600 mila abitanti.
La città era certamente la più estesa del Regno e, date le limitazioni di movimento che venivano imposte alle popolazioni rurali, l’immigrazione dalle provincie aveva un ritmo lento. Sostanzialmente i napoletani erano gli stessi da secoli. La conseguenza era che costumi,  abitudini,  cultura si mantenevano costanti.
Esse si ritrovano in un’opera eccezionale, rimasta a lungo manoscritta: ‘Ritratto e modello delle grandezze, delitie e meraviglie della nobile città di Napoli’ (1588) scritta dal cavalier G.B. Del Tufo (1546-1623) e pubblicata recentemente. In questo libro trovate menzione di cibi e abitudini tuttora presenti in città. Io mi sono deliziato a ritrovare le filastrocche e le ninne nanne che sentivo ai Cristallini sul finire degli anni ’30.
In un’Assisa (calmiere) del Sedile di Porto del 17 luglio 1647 (che pubblico in appendice al mio libro su Napoli: ‘Père catapère’), si leggono i nomi di: salsicce e soppressate, ricotta fresca, ricotta salata, provole affumicate, caciocavalli ecc. Tutti nomi di cibi tuttora presenti sulle tavole partenopee.
 Un grande choc sociale fu la pestilenza del 1656 che uccise la metà dei napoletani, sterminando famiglie intere.  Il romitorio di Suor Orsola Benincasa, che oggi ospita l’Università omonima, fu costruito per impetrare la grazia alla Santa affinché facesse cessare il morbo. Il grande affresco di Vaccaro su porta San Gennaro celebra la fine del flagello, per intercessione della Madonna.
 Il vuoto che si creò (interi quartieri restarono pressoché deserti) fu riempito da una immigrazione dal vicino contado, che viveva degli stessi miti e con la stessa cultura.  Da allora i napoletani, antropologicamente e geneticamente sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Lo prova la persistenza dei cognomi. Un’indagine interessante sarebbe lo studio sistematico degli archivi parrocchiali che fino alla istituzione dell’Anagrafe nel 1808 (Giacchino Murat) tenevano i registri di nascite, morti e matrimoni.  I Borbone al loro ritorno nel 1815 continuarono per quella strada. Sono sicuro che tale indagine confermerebbe la mia ipotesi…Chissà che la Facoltà di Sociologia non si decida prendere l’iniziativa.  Basterebbe mobilitare un centinaio di ragazzi armati di PC.
Una prima grave cesura nei costumi dei napoletani si ebbe con l’occupazione alleata.  La feroce lotta per la sopravvivenza corruppe nel profondo l’animo della comunità cittadina se si pensa che la maggioranza delle donne in età giusta si accostarono in modi più o meno intenso alla prostituzione.
 Essa diventò il tratto distintivo della città mentre il contrabbando diede vigore alla camorra che fino all’inizio della guerra era sparita dalla vista ma non dalla vita della città. Superato lo choc del dopoguerra la città ritrovò, in parte, se stessa.  La persistenza di abitudini secolari, la resistenza alle lusinghe della modernità fecero dire a Pasolini che i napoletani erano l’unica tribù sopravvissuta che alla rutilante modernità, opponeva una scettica indifferenza.
 Un grave colpo a questo secolare equilibrio lo diede il terremoto dell’80 con gli esodi dai quartieri centrali e la morte dell’economia del vicolo, presto sostituta dallo spaccio di stupefacenti con tutto lo strascico di corruzione e di violenza camorristica che ne derivò. Un fiero colpo alla tenuta morale della città lo ha data anche la criminale deindustrializzazione che ha trasformato la seconda città industriale d’Italia in un deserto. Drammatici furono gli anni’50 che diedero clamorose vittorie alle destre più reazionarie: monarchici e fascisti.  Di questo processo di smantellamento l’Ilva è stata “the cherry on the top”. Allora è finita? Non credo perché ancora, sotto traccia, lo spirito napoletano lavora e si consolida. Basta vedere l’ardore col quale i ragazzi, anche quelli di certi centri sociali (non tutti) vanno riscoprendo antiche musiche e abitudini, la gentilezza che ancora resta nei rapporti umani nei vicoli.  Sono però preoccupato per l’opera di corruzione delle coscienze con lo strumento della paura che, per cinici calcoli elettorali, la destra sta conducendo.
 Ce la faranno i volontari della Sanità che hanno avviato alla musica centinaia di ragazzini del popolo? Ce la faranno i volontari dell’accoglienza? La politica si accorgerà di questo fermento che può ricondurre i napoletani alla loro pristina civiltà? Lo spero e lo credo e a condizione che i sostenitori del riscatto non se ne stiano a casa a guardare la TV. Un grande ruolo spetterebbe agli intellettuali e alle istituzioni accademiche.  Ma su questo sono scettico perché vedo che gli intellettuali hanno tradito la loro missione, persi in giochini corporativi che ne fanno m un corpo estraneo interessato solo alla caccia di cariche e prebende. Mentre penso che un ponte verso l’avvenire lo stanno costruendo le attività di alta specializzazione informatica che si stanno realizzando in città.
 In questo fermento c’è un grande assente: il Comune.  Ma quello è un guaio passato del quale liberarsi al più presto.

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