La sinistra smarrita tra Stato e Mercato

Scritto da Achille Flora Il . Inserito in Il Palazzo

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Uno dei punti centrali per ridefinire il ruolo e il progetto di una sinistra da rifondare è il rapporto tra Stato e Mercato. La sinistra è stata storicamente statalista, sia perché la proprietà pubblica delle imprese era vista come una tappa intermedia verso il comunismo, sia per un’avversione congenita al mondo dell’impresa privata guidata dalla logica del profitto.

I fallimenti del mercato avevano stimolato, grazie anche alla cosiddetta “rivoluzione keynesiana”, anche i governi più liberisti ad adottare un maggiore intervento pubblico per superare la crisi del 1929, con politiche redistributive per rigenerare la domanda per beni e servizi, oltre allo sviluppo nei Paesi europei negli anni ’70 -’80, di un ampio e generoso Welfare State. Negli anni ’90 del novecento, ispirandosi al lavoro di A. Giddens (La terza via) e alle politiche impostate da premier britannico Tony Blair, la sinistra italiana impronterà le sue politiche alla creazione di uno spazio intermedio tra Stato e mercato. Questa via alternativa, rispetto alle tradizionali impostazioni del socialismo e del liberismo, si fondava su una capacità dello Stato regolatore di controllare l’esito delle privatizzazioni, in particolare quando si privatizzano monopoli naturali, ma anche nelle privatizzazioni di servizi come il traffico aereo o ferroviario, poiché comunque rimane da tutelare la sicurezza dei viaggiatori. Non è un caso se il processo di privatizzazione dei trasporti ferroviari in Inghilterra abbia prodotto continui disastri che ne hanno messe in discussione sicurezza ed efficienza della gestione privata.

Nel caso italiano il ricorso alle privatizzazioni è derivato dalla necessità di diminuire il debito pubblico in vista dell’adesione all’Unione Europea, trasformando in società per azioni le partecipate dell’IRI all’inizio degli anni ’90 e affidando poi in concessione anche monopoli naturali come le autostrade. Quello che è mancato è, da un lato, proprio l’esistenza di un efficace sistema di controllo basato sulle Autorità indipendenti. Un articolo di S. Rizzo su La Repubblica (20/08/2018) ricostruisce la storia della concessione ad Autostrade SpA, una storia di omissioni e favoritismi che si estende per un ventennio e poi prorogata per altri venti anni fino al 2038, in un percorso in cui sono coinvolti tutti i governi in carica nel periodo. Una concessione che, senza controlli, ha garantito un rendimento certo e significativo sugli investimenti del gestore della concessione autostradale. Anche se le maggiori responsabilità sono da imputare a governi di destra, rimane la responsabilità della sinistra di non aver affrontato questo nodo cruciale, quando ha avuto responsabilità governative.

A inizio anni ’90 anche il sistema bancario fu privatizzato lasciando però sul terreno la partecipazione ed il controllo degli ex istituti di diritto pubblico agli enti locali, come nel caso del Monte Paschi Siena. Il recente crollo della Banca è stato causato proprio da questa commistione tra pubblico e privato, che ha riportato nelle mani della politica la concessione di prestiti e le assunzioni.

Questi due episodi sono illuminanti di un rapporto perverso tra gestione pubblica e affidamento ai privati, in cui la sinistra è stata coinvolta, assumendo un ruolo di élite che occupa istituzioni pubbliche gestendole a fini privati. Concessioni, consulenze e incarichi da istituzioni centrali, regionali e locali, aziende partecipate con assunzioni dirette e senza alcun controllo, rappresentano una deformazione dello statalismo che utilizza il potere del settore pubblico, non tanto come strumento dispiegato di cattura del consenso sociale, come nella prima Repubblica, quanto come strumento selettivo di privilegio di un’élite professionale.

I danni che quest’approccio deviante ha trasmesso sono enormi: distacco ed estraneità dalla parte più debole della popolazione (che vede i propri bisogni trascurati e cerca intermediazioni improprie per accedere a servizi che sarebbe suo diritto ricevere) e poi effetti negativi che induce nel corpo imprenditoriale. Se dal rapporto con il sistema politico scaturiscono concessioni che producono rendite di posizione, dalle stesse istituzioni scaturiscono segnali distorcenti per il mercato. Perché un imprenditore dovrebbe investire in un’impresa innovativa e proprio per questo rischiosa, se, attraverso un’opera di relazioni opache o lobbistiche, può ottenere una concessione pubblica che gli garantisce un rendimento sicuro? È il trionfo della rendita, la cui origine è nei rapporti con il sistema politico.

Se la sinistra vuole riprendere una strada di rilancio della sua mission politica, deve prima chiudere con questo sistema che alimenta sprechi, nepotismo e privilegi e allontana la parte più debole dei cittadini dai partiti della sinistra, percepiti come parte integrante di un apparato elitario e discriminatorio. Questo sistema alimenta istituzioni cosiddette estrattive, che estraggono rendite dal sistema economico, anziché essere istituzioni inclusive, che diano risposte ai bisogni delle fasce più deboli della popolazione e attivino energie e progetti imprenditoriali innovativi. Non c'è quindi un problema di contrapposizione tra pubblico e privato o tra Stato e Mercato. C'é un problema d’incentivi distorsivi creati dalle istituzioni e di qualità della classe dirigente.

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