La Cassazione: il lavoro in malattia non giustifica il licenziamento

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Il Palazzo

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La Cassazione ha recentemente affermato il principio secondo cui, in caso di malattia per infortunio, non è esclusa la possibilità per il lavoratore di svolgere un’altra attività lavorativa, a condizione, tuttavia, che ciò non determini ritardo nella guarigione o aggravamento.

Con il provvedimento in esame (sentenza n. 21517 del 31 agosto 2018), la Suprema Corte non solo ha respinto il ricorso avverso una decisione della Corte di Appello di Trieste (che aveva disposto la reintegra nel posto di lavoro di un dipendente “destituito”), ma ha addirittura obbligato la società ricorrente al pagamento della “retribuzione globale di fatto dal licenziamento alla reintegra” e delle “differenze rispetto all’assegno alimentare percepito nel periodo di sospensione”.

Nella motivazione della sentenza, si legge che il dipendente era stato licenziato sulla base di una contestazione disciplinare dovuta al fatto di aver svolto, durante il periodo di infortunio, altra attività lavorativa senza autorizzazione aziendale, pregiudicando e ritardando la guarigione.
In seguito alla consulenza tecnica d’ufficio, il giudice ha appreso che i compiti svolti dal lavoratore “in malattia” presso un albergo di Muggia – gestito, tra l’altro, da una società di cui lui stesso era socio – non potevano in alcun modo ritardare la guarigione e meno che mai potevano costituire un’aggravante della patologia.

Contro il provvedimento del giudice di prime cure, la società proponeva dunque ricorso, lamentando una “violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi di diligenza e fedeltà sotto il profilo dello svolgimento di altra attività lavorativa, senza autorizzazione”. Tuttavia la Cassazione, riportandosi ad un precedente orientamento, chiariva che il lavoratore contestato in sede disciplinare aveva l’onere di dimostrare “la compatibilità dell’attività con la malattia impeditiva della prestazione lavorativa contrattuale e la sua inidoneità a pregiudicare il recupero delle normali energie psico-fisiche”, restando peraltro le relative valutazioni riservate al giudice di merito all’esito di un accertamento “da svolgersi non in astratto ma in concreto”.

In ultimo, i Supremi Giudici hanno statuito che i proventi dell’albergo non potevano certo essere considerati, poiché questi non erano frutto del lavoro prestato ma della qualifica di socio di capitale, risultando pertanto esistenti anche prima del licenziamento.

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